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Governo Italiano

C_Titolo_ 2

Data:

13/09/2006


C_Titolo_ 2

«Negli incontri internazionali il governo Berlusconi si faceva bello lanciando grandi progetti per la cooperazione allo sviluppo, ma era un bluff: mentre prometteva mirabilia tagliava i fondi necessari. Basti pensare che nel 2003 le risorse per l'aiuto pubblico a favore dei Paesi in via di sviluppo ammontavano a 617,8 milioni di euro nel 2006, grazie all'ultima Finanziaria del precedente governo, sono precipitati a 392». Patrizia Sentinelli, viceministro degli Esteri, sa di avere davanti a sé problemi e difficoltà pesanti. Questo significa - domando - che attualmente non siete in grado di intervenire per sostenere i progetti delle ong e anche gli interventi di emergenza sono a forte rischio?

«Questo significa, per essere molto chiari, che oggi le casse sono vuote, assolutamente vuote. Ma è chiaro che la situazione della cooperazione allo sviluppo non resterà questa. E' impensabile. C'è in corso la costruzione della Finanziaria».

D. Ma, nella scala delle priorità di una Finanziaria così rigorosa, che posto potranno avere i fondi per la cooperazione allo sviluppo?

R. «Per capire quanto e come il ministero degli Esteri può intervenire, e ottenere, a proposito di risorse economiche, è bene sapere che solo un terzo dei fondi destinati alla cooperazione alla sviluppo è erogata e gestita dalla Farnesina, mentre la parte più consistente, circa i due terzi, viene erogata dal ministero dell'Economia in maniera del tutto autonoma. Credo che la prima cosa sia trovare un coordinamento fra i due ministeri per una strategia comune».

D. Avere il ministero dell'Economia, come maggiore erogatore dei fondi, forse non spiana la strada in un momento di rigore e ristrettezze come questo.

R. «Uno dei punti su cui è necessario convenire tutti è che non si governa il cambiamento con i tagli. Per la cooperazione ci vuole un consistente incremento di risorse».

D. Sì, ma l'Europa, Almunia dice che....

R. «Già l'Europa, Almunia.. . Le cose stanno così: Almunia, commissario Ue per gli affari economici, invita comprensibilmente l' Italia a un grande rigore, ma al contempo l'Europa chiede che nel 2010 tutti i Paesi dell'Unione raggiungano almeno lo 0,50 nel rapporto Aiuti allo sviluppo/Pil. Questo significa che l'Italia per raggiungere questo obiettivo nel 2010, oggi dovrebbe essere come fondi almeno allo 0,33% del Pil, invece è allo 0,13%. E già oggi la Svezia, per fare un esempio, è all'uno per cento. Ecco perché sostengo che anche l'Europa dovrebbe vedere molto positivamente un consistente aumento in Finanziaria delle risorse destinate alla cooperazione».

D. D'Alema che offre il sostegno alla lotta per la nascita dello stato palestinese, la ripetuta proposta di una forza di interposizione nella striscia di Gaza, insomma oggi non si può parlare di cooperazione senza parlare di Palestina.

R. «L'attenzione alla Palestina è tornata ad essere una priorità nella politica estera italiana, ma direi del Governo».

D. Eppure circola un'informazione ancora drammaticamente edulcorata. Chi affronta il tema dell'embargo politico ed economico a cui è sottoposta dal quartetto: Usa, Russia, Ue, Onu, l'intera popolazione per aver democraticamente eletto il partito che fa riferimento ad Hamas? Questo embargo rigidissimo sta bloccando da mesi l'erogazione degli stipendi pubblici, e spesso anche privati, ha paralizzato l'attività delle banche e ha tassativamente vietato ai responsabili alla cooperazione internazionale anche solo di dialogare con i ministri dell'attuale governo. In queste condizione è impossibile intervenire con progetti di cooperazione allo sviluppo.

R. «Io ritengo che la cooperazione, per essere efficace, deve essere fra pari, per questo la nostra politica in quell'area non deve mai cessare di operare pressioni internazionali per una ricomposizione equa e coraggiosa del conflitto israelo-palestinese. E' così che l'Italia sta ritrovando una sua credibilità».

D. Oggi alla Farnesina c'è una vice-ministro che ha attraversato l'esperienza dei movimenti delle donne. Al tempo della prima intifada in Palestina si diceva: prima la terra poi l'onore. E le donne lottavano accanto agli uomini. Ma ora al palestinesi è restato solo l'onore e, nelle famiglie arabe più tradizionali, per le donne vuoi dire perdita dei diritti e delle libertà. Lo sa bene "Differenza donna", l'associazione che presiedo da anni impegnata in un progetto antiviolenza Betlemme. Non va meglio alle palestinesi più emancipate che lavorano nelle agenzie e nelle ong locali. Sono costrette a chiudere le loro sedi per assoluta mancanza di fondi, tornano a casa, perdono insieme ai progetti anche la speranza.

R. «E' una delle pagine più dolorose. Queste tematiche devono assolutamente entrare nelle attuali trattative. A Stoccolma c'è stata la Conferenza dei donatori ed è stato chiaro che il tema della segregazione e della violenza contro le donne non va affrontato solo sotto il profilo umanitario, ma soprattutto va visto come problema politico che coinvolge tutta la comunità».

D. Le donne ovunque nel mondo hanno relazioni "altre" da quelle scritte nei codici di guerra. Non si può impedire loro di dialogare solo perché si trovano divise da fronti creati da altri.

R. «Ne sono perfettamente consapevole. E' anche per questo che al Forum della cooperazione, in programma alla Farnesina dal 12 novembre al 14 dicembre, ho indicato i problemi di genere come una delle priorità da affrontare e mettere a fuoco. Occorrono soluzioni. La cooperazione dispone del capitale prezioso di esperte che hanno vissuto importanti esperienze in Afghanistan, Palestina, Iraq. E' dai giorni della Conferenza mondiale di Pechino che tentano di lavorare con un'ottica di genere. E' tempo di valorizzarle e con loro rimettere in campo la loro, la nostra, specificità».


Luogo:

Roma

Autore:

Emanuela Morali

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