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Governo Italiano

Intervista

Data:

11/10/2006


Intervista

In occasione, ieri, della visita in Italia del presdente serbo Boris Tadic, abbiamo rivolto alcune domande sull'attuale crisi balcanica - quella che l'ex generale della Nato Fabio Mini chiama «la più esplosiva del mondo» - e sul nodo dello status definitivo del Kosovo, a Famiano Crucianelli, sottosegretario agli esteri con delega ai Balcani, in missione continua in questi cinque mesi in tutto il sud-est europeo.

D. Gli Stati uniti e il negoziatore dell'Onu Martti Ahtisaari premono per concedere l'indipendenza al Kosovo entro la fine dell'anno. E l'Albania insiste per imporla alla Serbia. Il presidente serbo Tadic la rifiuta e chiede il rispetto degli accordi di pace del 1999. Qual'è la posizione dell'Italia?

R. “Il nostro è un approccio diverso da quello degli Stati uniti e dell'inviato dell'Onu. Proponiamo un processo graduale, con un'attenzione a tutta l'area balcanica, non isolando la questione del Kosovo. E nasce dall'interesse prioritario e strategico che quest'area e la sua stabilità vera hanno per l'Italia. E dalla conoscenza dei problemi reali, cosa che talvolta sfugge agli alleati dell'Italia. Per noi è fondamentale che la Serbia non sia isolata e che non abbia alcuna imposizione”.

D. Ora poi la Serbia va sul Kosovo ad un referendum costituzionale a novembre - dopo che il parlamento ha approvato la nuova costituzione con il Kosovo parte costitutiva - e ad elezioni politiche a dicembre...

R. “Questo ci dà una possibilità in più, perché secondo il calendario fissato da Martti Ahtisaari tutta la vicenda dello status del Kosovo, nervo scoperto dei Balcani, doveva chiudersi entro il 31 dicembre. Ora l'evoluzione politica interna a Belgrado ci porta a dire con grande chiarezza e fermezza che è improponibile mettere sul tavolo la risoluzione finale sull'indipendenza del Kosovo e che quindi bisogna aspettare che lì si svolgano sia il referendum sia le elezioni e poi si apra una interlocuzione politica con quello che sarà il nuovo governo. Siamo assolutamente contrari che si vada ad un colpo di testa in questa situazione, il rischio sarebbe dare uno straordinario sostegno all'ala più radicale ultranazionalista, indebolendo quella che invece è la componente democratica fondamentale, garanzia per il futuro della Serbia e dei Balcani. In più noi abbiamo fatto il possibile si qui perché si riapra un rapporto fra l'Unione europea e la Serbia, e prima della campagna elettorale. Mentre c'è questa rinata e rafforzata intesa tra Tadic e il premier Vojslav Kostunica. Chiediamo che l'Ue non segua passivamente solo le indicazioni del Tribunale dell'Aja (sull'arresto pur necessario dei ricercati Mladic e Karadzic), e abbia invece un ruolo verso Belgrado, come del resto è stato per la Croazia. Senza fare due pesi e due misure. Sul Kosovo inoltre c'è un timido segnale positivo, grazie, alla pressione dell'Europa, ed è che la Serbia, con un viaggio di Tadic negli Stati uniti, ha aperto canali importanti di comunicazione fino ad arrivare a sottoscrivere accordi di tipo militare. E' importante perché questa dei Balcani è una partita a scacchi come quella del “Settimo sigillo" di Bergman. Così se altri soggetti decisivi come gli Stati uniti capiscono quanto sia importante il rapporto con la Serbia, questo può aiutare gli sviluppi della situazione”.

D. Ma anche se gradualmente la comunità internazionale punta sempre all'indipendenza etnica del Kosovo. Ma, a parte le conseguenze immediate di «rottura» in Bosnia e in Macedonia, lì la realtà dice che non esistono le condizioni per una indipendenza, né standard democratici nè rispetto delle minoranze minacciate ed espulse nei sei anni passati dal 1999…

R. “Siamo di fronte a posizioni irriducibili. La posizione del governo serbo e quella delle autorità kosovare sono assolutamente inconciliabili e portatrici di istanze e prospettive radicalmente opposte. Questo rende tutto più difficile. La situazione è aggravata anche da quello che dicevi. In realtà nel Kosovo durante questi anni ma anche durante questi ultimi mesi non si sono definite e costruite tutte quelle garanzie che possono essere propedeutiche all'indipendenza: per questo siamo nelle sabbie mobili”.

D. E' impossibile spiegare agli albanesi che così come stanno le cose l'indipendenza non ci sarà, ed è altrettanto impossibile proporre o, peggio, imporre l'indipendenza ai serbi. Non dipende forse dalle ambiguità della «guerra umanitaria» della Nato?

R. “Per questo è necessario una fase quasi di internazionalizzazione della situazione, senza passaggi bruschi, automatici all'indipendenza nel senso pieno del termine. Nella quale la comunità internazionale continui in Kosovo ad essere garante dei processi che si devono sviluppare, e del fatto che la stessa indipendenza non possa coincidere con una piena sovranità - cioè le caratteristiche proprie di un paese indipendente, dall'esercito, alla rappresentanza Onu. Un governo internazionale del Kosovo che garantisca la possibilità di un vero stato multietnico, oggi difficile da intravedere. Ma questo passa attraverso riforme strutturali e istituzionali, perché la multietnicità non può essere garantita certo da rassicurazioni verbali. Quindi è una fase di transizione ulteriore, che chiama a ruolo l'Unione europea perché rappresenta nodi istituzionali strategici della stessa costruzione europea. Per questo promuoveremo il 16 gennaio 2007 una grande conferenza a Roma dal titolo “I Balcani e l'Europa”. Solo la prospettiva europea può portare ad una soluzione della crisi”.


Autore:

Tommaso Di Francesco

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