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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

31/10/2006


Dettaglio intervista

E' tornata alla Farnesina da qualche giorno, dopo un viaggio nel Sudan meridionale e in Darfur, la regione occidentale del paese che da tre anni è devastata da una guerra civile e da una grave crisi umanitaria. Patrizia Sentinelli, viceministra agli Esteri ritiene che la pacificazione dell'area passa per soluzioni politiche e economiche.

D. Ministra, malgrado gli accordi di pace firmati il 5 maggio scorso tra il governo sudanese e i ribelli del Darfur, gli scontri si sono aggravati, causando nuove violenze contro i civili. Possiamo parlare di una nuova emergenza umanitaria?

R. L'emergenza purtroppo non è mai venuta a mancare. Sono anni e mesi ormai che la situazione, che io non definirei come altri “catastrofe umanitaria”, è molto critica. Se il cessate il fuoco non viene rispettato, l'emergenza umanitaria potrebbe diventare gravissima. Soprattutto per quanto riguarda la situazione degli sfollati nei campi profughi.

D. L'Italia ha appena stanziato 7 milioni e mezzo d'euro per il Darfur. Quale tipo di cooperazione si può fare e avviare in un contesto di guerra civile?

R. L'Italia ha scelto un approccio multilaterale e interviene soprattutto attraverso gli organismi internazionali. Il settore di maggiore intervento italiano in Sudan è stato la sanità. I programmi nel Darfur puntano alla protezione delle donne e bambini, tra gli sfollati i più colpiti dal conflitto. Gli interventi di cooperazione mirano anche e soprattutto a favorire il dialogo e a raggiungere un accordo di pace duraturo.

D. Qual è il ruolo dell'Italia nel processo di pace in Sudan e nel Darfur, soprattutto alla luce dell'aggravamento del conflitto?

R. L'Italia ha sempre lavorato per convincere il governo sudanese ad accettare l'intervento dei caschi blu Onu nella regione. Non abbiamo altri fini oltre la pace, quindi il nostro ruolo è visto di buon occhio dal governo sudanese. Nel frattempo appoggiamo il sostegno finanziario dell'Unione europea all'Amis, la missione dell'Unione africana formata da 7mila uomini che rimarranno nel Darfur fino a dicembre. Di recente il governo sudanese si è dichiarato disponibile a migliorare l'accordo di maggio rimasto lettera morta a causa di quelle fazioni che non l'avevano accettato. In effetti, la cosa importante è la definizione dei punti dell'accordo e su questo l'Italia offre il propri impegno politico. Poi naturalmente spingiamo con forza verso il cosiddetto “dialogo Darfur-Darfur” tra le parti non firmatarie dell'accordo. L'obiettivo è di arrivare a una firma condivisa. Bisogna capire che la pace in Sudan è legata a una visione complessiva dei problemi dell'area. Dalla pace in Darfur e nelle altre regioni - ad esempio il Sudan meridionale che sta tornando alla vita civile dopo gli accordi del gennaio 2005 - dipende la pace in Sudan.

D. Allora quali sono i punti che potrebbero rendere efficace l'accordo di pace per il Darfur?

R. La questione del risarcimento della terra per le popolazioni che hanno perso tutto durante la guerra è uno dei problemi chiave. I profughi devono tornare nei loro villaggi, che sono stati bruciati, e alle terre occupate da altri. La soluzione al problema è di procedere a un risarcimento diretto e materiale alle popolazioni danneggiate. Quindi il governo di Khartoum chiede alla comunità internazionale un aiuto per soddisfare le richieste dei civili.


Autore:

Flore Murard

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