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Governo Italiano

Intervista

Data:

20/11/2006


Intervista

«È molto grave» dice Massimo D'Alema dei fantocci bruciati al corteo di ieri a Roma, organizzato a sostegno della causa palestinese. La sua condanna non è una revisione della linea che ha tenuto finora. E' una reazione automatica da parte di uno che contro l'estremismo di sinistra combatteva già negli anni 70. Insoliti, tra le risposte che il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri fornisce al Corriere, sono altri accenti.«La crisi del governo di Fouad Siniora rende ancora più delicata la missione in Libano», riconosce durante un'intervista di un'ora e mezza a Palazzo Chigi. «Sono preoccupato» ammette. Ma proprio per questo D'Alema ritiene di dover insistere, soprattutto con Israele e i palestinesi, sulla via maestra della sua politica estera: «Vogliamo prendere un'iniziativa per fermare la spirale di guerra. Gli americani sono in una fase di impasse. In Medio Oriente è essenziale l'azione dell'Europa».

D. A Roma un gruppo di fanatici ha bruciato i manichini di un soldato italiano che portava un fascio littorio, di un israeliano con la scritta «Nazi-sionista» e di un americano. Gridavano «Dieci, cento, mille Nassiriya». Anche «D'Alema boia». Normale dialettica democratica?

R. «Una cosa sono le manifestazioni nelle quali si pongono problemi al governo, lo si sollecita a fare di più. Rientrano nella normale dialettica democratica. Non ne fanno parte cortei nei quali si grida "Dieci, cento, mille, Nassiriya". Le forze politiche dovrebbero prendere le distanze da manifestazioni nelle quali si urlano slogan del genere che offendono il nostro Paese e Paesi amici. Il che è molto grave».

D. Renzo Gattegna, dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, aveva definito uno «squilibrio irragionevole» che alcune forze di governo andassero a un corteo schierato da una parte sola. Secondo lei era opportuno?

R. «Su un tema che tocca così profondamente l'opinione pubblica esistono idee diverse e legittime, evidente. Anche nella maggioranza ci sono posizioni con un segno esattamente opposto a quello del Pdci».

D. Si riferisce alla Margherita, alle sue scelte a favore di Israele?

R. «No, penso a tante singole personalità. Furio Colombo è un senatore della maggioranza. Gianni Vernetti è sottosegretario. Poi la valutazione va data sulla politica complessiva del governo».

D. Emanuele Fiano, deputato del suo partito, i Ds, non è andato al corteo di Milano sul Medio Oriente perché trova «non condivisibile l'azzeramento dei trattati di cooperazione con Israele». Lei, da ministro, davvero rinuncerebbe a quei trattati?

R. «Ho letto Piero Fassino sul Corriere: non mi sembra proprio che i Ds ne propongano l'azzeramento».

D. Lo chiedeva la piattaforma del corteo.

R. «Non so di che cosa parla. Non mi occupo di questi cortei, come vede sono qui a Palazzo Chigi. Ho fiducia nell'equilibrio del segretario del mio partito. Inquietante...».

D. Inquietante?

R. «... è che il ministro degli Esteri spesso possa essere fatto passare per estremista antisemita mentre riporta soltanto le posizioni dell'Unione Europea. All'Assemblea generale dell'Onu è stato approvato un documento che condanna la strage di Beit Hanun (19 palestinesi uccisi per errore dalle forze israeliane, ndr), chiede di fermare gli attacchi su Gaza e il lancio di razzi Qassam palestinesi. Il governo di Israele non ha gradito e in Italia alla destra quella posizione appare ingiusta».

D. Non è che chiunque sostenga Israele è di destra. A lei pare così?

R. «No, è che la destra italiana ha reagito negativamente. Gianfranco Fini ha detto: non c'è niente da fare perché tanto da parte araba non c'è la volontà di fare la pace. Questo giudizio a quale politica porta? All'attuale spirale di violenza. Mi pare sconcertante».

D. L'uomo di George W. Bush all'Onu, John Bolton, ha ricordato che gli Usa avevano posto il veto sulla proposta di risoluzione perché puntava a inviare una forza multinazionale a Gaza. Non era un'idea anche sua?

R. «Considero la scelta di Bolton sbagliata e sono in buona compagnia. Poi dalla risoluzione quella forza era soltanto ipotizzata. Non so se era una mossa di Bolton, un falco, o un cambiamento della linea americana. Non è neppure la linea del governo israeliano, che è meno chiusa. Siamo attenti all'estremismo di parte araba, ma ci sono estremisti anche dall'altra parte».

D. Chi ha in mente?

R. «Quando sento il vice primo ministro di Israele, Avigdor Lieberman, dichiarare che bisogna eliminare i membri del governo palestinese mi preoccupo. Vedo che alcuni parlamentari israeliani, leggo tra virgolette, chiedono al premier di "fermare la follia di Lieberman e di licenziarlo". Però adesso è il vice premier di Israele, ha teorizzato la deportazione in massa dei palestinesi oltre il Giordano.Noi vogliamo prendere un'iniziativa per fermare la guerra».

D. Con l'Iran, che si prefigge di cancellare Israele dalla mappa del mondo?

R. «Vogliamo un'iniziativa europea, non "con l'Iran". Detto questo sarebbe assurdo non parlare con l'Iran, un grande Paese, anche se bisogna farlo, e lo facciamo, con franchezza.Ho ribadito al suo viceministro degli Esteri che quegli attacchi a Israele sono fattori di grave destabilizzazione».

D. In Libano si sono dimessi cinque ministri sciiti, compresi i ministri di Hezbollah. Se salta l'equilibrio fondato sul governo di Fouad Siniora è un problema grosso per la missione Unifil nella quale abbiamo oltre duemila militari. Lo avete detto venerdì al viceministro iraniano Saeed Jalili?

R. «Siamo io e Prodi che l'abbiamo sollecitato su questo punto, le buone intenzioni dell'Iran vanno seguite dalla prova dei fatti. E Prodi ha detto anche al presidente siriano che sosteniamo Siniora, gli ha chiesto che non ci sia un'azione destabilizzante. Le speranze che erano state aperte dalla fine della guerra in Libano non hanno dato i frutti che ci eravamo augurati».

D. Non è una constatazione da poco.

R. «Sono preoccupato, il quadro è tutt'altro che roseo. Il mio auspicio è che le elezioni americane non penalizzino le capacità di iniziativa americana in senso isolazionista. Sarebbe un vero guaio. Perciò l'Italia ha un ruolo attivo per aprire tutti gli spiragli di pace. Si è ironizzato sul ministro degli Esteri che vorrebbe fare "la pace mondiale'. Su pace e guerra, invece, io non riesco a fare spirito».


Autore:

Maurizio Caprara

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