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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

21/12/2006


Dettaglio intervista

Mentre si combatte attorno a Baidoa, sede del fragile governo transitorio somalo (Tfg) assediato dall'offensiva delle Corti islamiche di Mogadiscio, la diplomazia internazionale muove i primi, timidi passi per scongiurare una guerra che rischia di incendiare l'intero Corno d'Africa. Seilcaos, la frammentazione politica e la mancanza di interlocutori da entrambe le parli, hanno fin qui vanificato ogni tentativo di mediazione, l'arrivo nel Paese del commissario europeo allo sviluppo e agli aiuti economici Louis sembra aprire ipotesi di dialogo. Ne parliamo con Patrizia Sentinelli, viceministra degli Esteri con delega sul continente africano.

D. Esiste una via d'uscita dalla crisi in Somalia?

R. "Il pericolo è che a forza di episodi come quelli di oggi (ieri nd.r.) la situazione precipiti davvero. La situazione è talmente instabile che oggi sappiamo una cosa e domani potremmo essere già nel pieno di una guerra. E' per questo che l'Unione europea e in particolare l'Italia attraverso Massimo Raffaeli (inviato speciale per la Somalia) sta lavorando per portare tutte le parti in conflitto attorno a un tavolo dei negoziai. Persino gli Stati Uniti, dopo i danni e gli errori commessi, si sono convinti che è necessario lavorare a soluzioni negoziate che accolgano le istanze di tutti, anziché scegliere una fazione o individuare un nemico. Quando viene il momento della mediazione, gli interlocutori non si possono scegliere".

D. Ma quelli che ci sono non sembrano granché affidabili o rappresentativi

R. "La grande difficoltà, sia tra le Corti islamiche che tra gli esponenti del governo transitorio, è trovare referenti con cui trattare, non c'è nessuno che rappresenti tutti - la composizione clanica della società somala non aiuta - e per questo stiamo lavorando per dialogare cor più gente possibile. Il problema principale è arrivare a un mutuo riconoscimento delle parti e individuare dei temi, delle rivendicazioni su cui iniziare a discutere".

D. Attualmente non ce ne sono?

R. "E' molto difficile e faticoso individuare dei temi di discussione, non esistono rivendicazioni chiare, tutto è molto confuso e frammentario. Facciamo un esempio: in Darfur ci sono gruppi di ribelli che non firmano accordi di pace, ma lì il tema è la terra, c'è una materialità dello sconto che in ogni caso allude a soluzioni concrete. In Somalia è diverso. In tal senso l'intervento della Comunità internazionale è un passaggio cruciale".

D. In che direzione deve muoversi la diplomazia internazionale?

R. "Deve puntare sul tema del riconoscimento, convincere la popolazione somala e i contendenti che c'è un intervento neutrale e un riconoscimento da parte della comunità internazionale. Con queste premesse può avere la forza di costringere le parti a sedersi al tavolo delle trattative. Ma guai a pensare a un intervento militare esterno, gli esempi recenti come la missione "Restore hope" sempre in Somalia sono stati il disastro che ricordiamo. Gli etiopici hanno sempre mostrato scetticismo nei confronti dell'intervento della Comunità internazionale, preferendo mostrare il volto di potenza regionale in grado di tutelare direttamente i propri interessi. Anche questo è un atteggiamento non di grande prospettiva e probabilmente i primi a saperlo sono proprio gli etiopici - con il Sudan accanto e la guerra con l'Eritrea conclusa da poco".

D. Quali saranno le prossime mosse?

R. "Oltre all'importante missione del Commissario europeo Michel, saremo presenti al vertice dell'Unione africana di gennaio ad Addis Abeba con il Presidente del consiglio proprio per lavorare con i Paesi africani che si stanno impegnando per risolvere questa ennesima crisi africana. L'obiettivo è costruire un vero governo transitorio rappresentativo della volontà di tutti i somali".


Autore:

Daniele Zaccaria

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