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Governo Italiano

Intervista

Data:

13/01/2007


Intervista

Il Ministro degli Esteri italiano, Massimo D'Alema ha ribadito l'importanza delle relazioni che legano l'Italia con il Regno dell'Arabia Saudita, sottolineando allo stesso tempo gli sforzi del Governo italiano per risolvere le crisi in Medioriente. Alla vigilia della sua visita ufficiale nel Regno dell'Arabia Saudita, in un'intervista col nostro quotidiano, ha indicato le eccellenti relazioni che legano l'Italia con il Regno della Arabia Saudita non soltanto nell'ambito politico, ma nell'ambito commerciale, rivelando che " l'Italia si colloca quale sesto partner commerciale con il Regno nell'interscambio commerciale in aggiunta alla presenza di 80 operatori economici impegnati nel Paese". Ha aggiunto "sono fermamente convinto che la mia visita costituirà un ulteriore impulso per il consolidamento di tali relazioni" indicando che, durante la sua visita, i due paesi firmeranno un accordo commerciale bilaterale.

D'Alema ha riconosciuto il ruolo fondamentale che il Regno dell'Arabia Saudita svolge nel mondo in aggiunta al suo peso religioso per il mondo islamico, aggiungendo "ritengo che la partecipazione dell'Arabia Saudita alla soluzione delle crisi Mediorientali, in particolare il conflitto israeliano-palestinese avrà un effetto positivo sulla regione, poiché questo conflitto costituisce il nucleo di tutte le altre crisi nella regione aggiungendo "La soluzione radicale per tale conflitto avrà un effetto positivo sul mondo arabo ed islamico dall'Afghanistan ai paesi del Maghreb"

D'Alema ha sottolineato che il mondo ha bisogno degli USA e deve incoraggiarli a tornare alla pista della collaborazione basata sul "consenso mulitpolare" e allontanarsi dalle iniziative unilaterali.

Per quanto riguarda l'impegno italiano per l'integrazione dei musulmani nel tessuto sociale italiano, D'Alema ha affermato "Qualche mese fa era difficile trattare questo tema, poi ci siamo resi conto che per integrare gli stranieri residenti in Italia bisogna concedergli dei diritti civili e politici tra cui l'acquisizione della cittadinanza per combattere il lavoro nero affinché non siano sfruttati. In modo particolare, dobbiamo adoperarci per l'integrazione delle comunità musulmane nel tessuto sociale italiano e questo sforzo si può solo realizzare attraverso il dialogo con tali comunità, aggiungendo "nonostante l'Italia abbia già firmato degli accordi con gli esponenti delle varie comunità religiose presenti nel Paese, non è ancora riuscita con le comunità musulmane per mancanza di rappresentanza unica come punto di riferimento con il quale si possa intraprendere un dialogo costruttivo, sebbene la presenza di un milione e mezzo di musulmani di per sé costituisce un numero molto elevato che piazza l'Islam come la seconda religione dopo quella cattolica e questa realtà ci impone di garantire la libertà di culto in Italia.

Stralcio dell'Intervista:

D. Dopo la crisi che il precedente presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi e con altri ministri della sua coalizione di governo aveva scatenato con il mondo arabo ed islamico, quale e' la strategia che il suo Governo mantiene per migliorare le relazioni con il mondo arabo e musulmano?

R. Abbiamo lanciato diverse iniziative per promuovere il dialogo e la cooperazione con il mondo arabo ed islamico. Sono certo che diversi paesi arabi ed islamici sono consapevoli di questo fatto, così come sono consapevoli del fatto che l'Italia tradizionalmente è stata un paese amico sia per il mondo arabo che per Israele, adoperandosi sempre per ravvicinare i punti di vista d'entrambi le parti. Abbiamo espresso questa strategia in modo chiaro e pratico attraverso l'iniziativa che l'Italia aveva lanciato per porre fine al conflitto nel Libano ed il ritiro delle forze dall'Iraq che era basato su obiettivi politici e la nostra posizione era che tale intervento militare era uno sbaglio. In questo periodo, abbiamo messo in atto varie iniziative a diversi livelli e ciò ci ha consentito di ripristinare il dialogo con il mondo arabo attraverso le visite che il premier italiano Romano Prodi ha compiuto recentemente nell'Algeria ed in altri paesi arabi oltre alle visite che ho compiuto nella regione in diverse occasioni per dare un nuovo impulso al dialogo con paesi dell'altra sponda del Mediterraneo. Tali sforzi indicano il nostro desiderio di consolidare e rafforzare il dialogo. Ad esempio nei mesi scorsi, abbiamo inviato dei vari segnali e iniziative che hanno comportato il miglioramento dell'immagine dell'Italia non soltanto a livello dei governi arabi, ma anche a livello dell'opinione pubblica araba.

D. Che cosa si può fare per trovare la soluzione migliore per la crisi nell'Iraq?

R. Il ripristino della stabilità nell'Iraq richiederà un lungo tempo. Bisognerà combattere contro gli atti terroristici che si sono moltiplicati in modo capillare in quel paese dopo l'intervento militare americano. Inoltre, bisogna mettere in atto un intervento politico che promuova la riconciliazione nazionale e garantisca la partecipazione politica di tutte le fazioni religiose.

La stabilità in questo paese non deve dipendere dall'intervento militare, bensì da iniziative che creino un dialogo politico serio capace di cucire lo strappo tra le varie fazioni religiose del paese, evitando così il pericolo di cadere in un conflitto settario più pericoloso del terrorismo. Perciò siamo convinti dell'importanza del ruolo dei paesi limitrofi per trovare la soluzione necessaria attraverso il sostegno politico, economico e culturale per porre fine all'isolamento dell'Iraq. Ritengo che se la crisi irachena continuerà al ritmo attuale, ci troveremo di fronte ad un pericolo maggiore che coinvolgerà altre regioni e che potrebbe trasformarsi in un conflitto settario tra i sunniti e gli sciiti nel mondo arabo ed islamico. Perciò bisogna impegnarsi in tutte le direzioni e su tutti i livelli.

D'altronde penso che le ragioni che hanno portato alla crisi irachena sono diverse, dal regime di Saddam Hussein alla guerra che ha portato alla distruzione del paese, in aggiunta alla cattiva gestione del paese dopo l'intervento militare, lo smantellamento dell'esercito nazionale oltre alla debole rappresentanza dei sunniti nell'attuale governo iracheno e nella vita politica in generale. Sono convinto che un'ampia partecipazione dei sunniti comporterà il calo delle operazioni armate.

D. Secondo Lei l'esecuzione della pena di capitale contro Saddam era una decisione giusta?

R. Noi siamo contro la pena di morte e invitiamo all'abolizione di questa pena in tutto il mondo poiché siamo convinti che questo tipo di pena non costituisce un metodo efficace per combattere il crimine. L'Italia condivide questa posizione con i paesi dell'Unione Europea e con la maggiore parte dei paesi nel mondo.

Ritengo che l'esecuzione di Saddam ha, in effetti, lasciato un effetto negativo su una parte del popolo iracheno che ha considerato tale atto come una vendetta e non un processo. Anche il metodo e la maniera in cui si è svolta l'esecuzione, ha consolidato tale pensiero. Penso che tal esecuzione non aiuterà gli sforzi volti alla pacificazione del paese.

Nell'ambito di un'iniziativa europea congiunta, abbiamo invitato alla presentazione di una proposta all'Assemblea Generale dell'ONU per l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Questa proposta ora è nella fase di esame e spero che sia posta al voto nell'Assemblea Generale dell'ONU.

D. L'Italia intende ritirare le sue truppe dall'Afghanistan?

R. Non abbiamo nessuna intenzione in merito, poiché la presenza di queste forze avviene nell'ambito di una missione sancita dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dall'Unione Europea e dall'Alleanza Atlantica. Per questa ragione, l'Italia non può non partecipare a questa missione e abbandonare le sue responsabilità verso un paese che ha bisogno di pace e di stabilità. Inoltre, siamo convinti che sia sbagliato abbandonare l'Afghanistan e farlo cadere ancora una volta nelle mani dei Talebani capaci di organizzarsi in breve periodo per istituire un regime che costituisce una vera minaccia per il paese e per tutta la regione. E' sbagliato considerare l'attuale missione in Afghanistan come una missione militare, perché potrebbe culminare nella stabilizzazione del paese se la missione viene sostenuta dagli aiuti economici e umanitari della comunità internazionale a sostegno del governo di Hamid Garzai.

D. Non temete che le forze italiane che operano in Libano nell'ambito delle forze internazionali potrebbero essere parte di uno scontro militare con la Siria oppure l'Hezbollah?

R. La presenza della forza UNIFIL nel Libano non ha l'obiettivo di entrare in conflitto militare con qualsiasi parte. In questa situazione, credo che né la Siria ne'Hezbollah abbia interesse ad attaccare questa forza in missione in Libano per mandato delle Nazioni Unite. Ma temo che tale forza sia oggetto di attacchi terroristici da parte di Al-Qaeda che sta cercando di interferire negli affari libanesi con la minaccia di attentati terroristici contro la forza dell'UNIFIL.

Per quanto riguarda il disarmo di Hezbollah, questo risale all'accordo firmato tra tutte le forze politiche del Libano che prevede la neccesità di rafforzare l'esercito nazionale libanese che dovrà raccogliere tutte le fazioni libanesi. In questo contesto, le varie forze politiche del paese sono tenute a rispettare ed implementare l'Accordo di Taif che costituisce uno sforzo di tutti i libanesi e non con una decisione delle Nazioni Unite oppure degli USA o di Israele.

D. L'Italia ha aperto un canale di dialogo con il Libano, la Siria e Hezbollah per risolvere questa crisi?

R. Tramite la nostra rappresentanza diplomatica abbiamo aperto un dialogo con tutte le parti politiche nel Libano inclusa Hezbollah che ha una rappresentanza politica nel parlamento libanese oltre ad essere, in precedenza, parte del governo attuale. L'Italia in virtù della sua presenza nella forza dell'UNIFIL, aveva assunto la responsabilità di aprire un dialogo con tutte le parti politiche. Poiché ci legano con la Siria delle relazioni normali, abbiamo avuto diversi incontri con i responsabili di questo paese, tra cui gli incontri che personalmente ho tenuto con il Ministro degli Estri siriano in diverse occasioni e le conversazione telefoniche tra il Premier Romano Prodi e il Presidente Bashar Al-Assad.

D. L'idea di inviare delle truppe dell'Onu a Gaza e' ancora valida?

R. Penso ogni tanto in merito all'invio delle forze a Gaza per partecipare all'attenuazione della situazione nei territori e alla sospensione degli scontri armati tra gli israeliani e i palestinesi allo scopo di creare la stabilità necessaria per metter in moto il processo di pace tra le parti. In ogni caso, l'invio di tali forze dovrebbe avvenire sulla base di una decisione delle Nazioni Unite per avere una copertura legittima a livello internazionale. Nonostante tale decisione ancora non sia disponibile, penso alla necessità di sottoporre la questione al dibattito a livello internazionale affinché sia presa al più presto possibile.

D. L'Italia aveva rivolto delle critiche nei confronti degli USA per quanto riguarda l'intervento militare nel sud della Somalia. Quale e' la posizione dell'Italia sulla politica americana nel medioriente?

R. Noi siamo alleati degli USA e consideriamo che il nostro dialogo con gli USA rientra nei fondamenti della nostra politica estera. All'indomani della mia assunzione come ministro degli esteri, mi sono concentrato sulla possibilità di rafforzare questa collaborazione e dialogo. Siamo fermamente convinti che gli USA, negli ultimi anni, hanno commesso degli errori sul piano della politica estera. Perciò riteniamo che le loro decisioni e iniziative unilaterali nell'ambito della guerra al terrorismo producono degli effetti negativi sui principi d'alleanza e sulle istituzioni internazionali.

Inoltre, crediamo che le relazioni degli USA con mondo arabo e islamico siano in continuo calo e questo ha comportato che tali paesi manifestano delle posizioni contrarie agli USA in particolare e all'Occidente in generale. D'altro canto, anche il popolo americano dopo aver manifestato la sua stanchezza della politica unilaterale del paese, ha finalmente espresso in modo chiaro la sua volontà nelle ultime elezioni al Congresso. Per questa ragione, abbiamo rivolto delle critiche agli USA per il suo intervento militare unilaterale nella crisi somala perché riteniamo che tali interventi produrranno ulteriore caos nella regione.

Siamo fermamente convinti che la guerra al terrorismo non deve superare il mandato legittimo basato sui diritti internazionali, sulle decisioni, sulle iniziative e sulla volontà della comunità internazionale.


Autore:

Abdulmajid Al Sabati

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