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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

28/01/2007


Dettaglio intervista

Incontriamo la viceministra agli Esteri Patrizia Sentinelli, nella splendida residenza dell'ambasciatore italiano. Il quartiere è quello di Muthaiga, zona residenziale immersa nel verde e sede di molte ambasciate. Un altro dei forti contrasti che l'Africa e Nairobi offrono al visitatore. Ed è impossibile non iniziare parlando di Korogocho, dove poche ore prima Sentinelli è andata per dare il via ufficiale alla maratona che concludeva il settimo Forum sociale mondiale.

D. Quello che abbiamo visto a Korogocho è difficile da raccontare. Uno slum di 3 milioni di abitanti che vivono in condizioni estreme. E' possibile fare in modo che situazioni come Korogocho siano cancellate?

R. “E' la domanda che mi sono posta ripetutamente da quando ho assunto questo in carico. Korogucho esiste purtroppo anche in altre parti dell'Africa: il divario tra le promesse della comunità internazionale e la realtà è talmente grande che ti viene da chiederti: da dove inizio? Provo un senso di grande responsabilità anche perchè tutto ti sembra inefficace. Credo che sia necessario ripartire dal basso, ascoltare di più la voce delle comunità locali”.

D. A Nairobi hai parlato di "altro sviluppo". Ci spieghi come funzionerà?

R. “Quando dico ridare valore alla società civile non significa che si deve dismettere l'azione politica. Anzi l'azione politica si rinnova con i rapporti bilaterali, con il coinvolgimento di nuovi soggetti. Ti faccio un esempio. Nel caso di riconversione del debito con il Kenya che ho firmato qualche mese fa c'era un accordo generico a indirizzare la somma destinata all'Italia, 44,4 milioni di euro, alla lotta alla povertà, al recupero urbano e rurale ecc.

Mercoledì ho firmato questo regolamento che dà vita alla Steering Commettee. Ma torniamo a Korogocho. Siamo venuti a conoscenza del lavoro che ha fatto la campagna "Viva Nairobi viva" per il recupero urbano di quello slum, partendo dall'individuazione di uno strumento: quello della proprietà pubblica delle terre per fermare le speculazioni dei privati. L'obiettivo é il risanamento di quel territorio. Occorre quindi realizzare dei progetti per avviare un processo di recupero, da subito, perché il problema vero riguarderà come spenderli quei soldi. Non sarà una grande somma, ma bisogna fare in modo che siano spesi in modo tempestivo ed efficace. Credo che quello che abbiamo proposto qui in Kenya possa rappresentare un progetto pilota anche per future esperienze.

Abbiamo visitato anche un altro progetto sostenuto dalla cooperazione, quello del recupero di una parte di un altro slum, quello di Soweto. Anche questa iniziativa mi è parsa importante, non solo per l'interesse della parrocchia della Consolata. A margine ti dico che l'impegno delle chiesa militante e missionaria è sicuramente uno degli elementi forti emersi a questo forum.

In questo caso padre Franco ha lavorato molto perché quei fondi fossero destinati alla costruzione di latrine pubbliche, al luogo di incontro per la comunità, al deposito per i rifiuti. Ecco credo che questa possa essere una delle direttive che vorrei perseguire: bisogna fare in modo che gli impegni, che a volte vengono annunciati con grandi parole come la lotta alla povertà, siano rispettati e applicati coinvolgendo la società civile”.

D. Cosa ti hanno detto i tuoi colleghi di governo prima di andare a Nairobi?

R. “I miei amici del governo non si sono ancora espressi ma i tanti parlamentari che erano presenti al Forum hanno giudicato positivo l'impegno del governo. Al contrario mi hanno riferito che il centrodestra ha presentato un'interpellanza per conoscere le ragioni della mia presenza qui. lo vorrei provare a rispondergli ricordandogli che ho la delega all'Africa Sub-sahariana e quella alla cooperazione: perché mai non dovrei non ascoltare e incontrare quelle persone che sono i terminali degli aiuti?”

D. Quale è il tuo giudizio di questo Forum sociale mondiale?

R. “E' stato molto interessante. Un processo a cui abbiamo contribuito e che avevamo aperto alcuni mesi fa quando ci siamo confrontati con i promotori del forum: dalle donne della Somalia a quelle del Mali, ai rappresentanti dei contadini della rete Roppa. Abbiamo svolto un lavoro per identificare anche con loro, e penso anche alla rete di suore e missionari, le strategie più utili da proporre a livello internazionale: per le politiche agricole, perché si sviluppi il microcredito e la microfinanza. Certamente questa volta è stato diverso visto il mio ruolo istituzionale, una presenza sicuramente recepita come una novità. Ho sempre pensato non esiste un linguaggio per i movimenti e uno per il governo. La cosa comunque che mi ha colpito di più in questo forum e il protagonismo delle donne e degli uomini africani. Qui non è vero che c'è solo il neoliberismo, dunque la ricchezza ineguale e la grande povertà. Ci sono molte iniziative di affermazione di un nuovo modello, di una nuova economia. E penso alla grande lotta per la sovranità alimentare che qui in Africa è fortissima”.

D. I movimenti africani e le organizzazioni contadine sono mobilitate contro gli Epa, gli accordi commerciali tra Europa ed Africa. Chiedono una moratoria e di poter partecipare alle trattative. Recentemente Emma Bonino ha espresso posizioni molto nette al riguardo. Quale ruolo può avere l'Italia in questa vicenda?

R. “Ho sentito le recenti dichiarazioni della mia collega e non voglio polemizzare. Ma vorrei sollevare una discussione proprio alla luce di questo "altro" movimento che si è manifestato al forum ma che è stato ben presente in altre occasioni. Una discussione con la compagine di governo e con chi ritiene che gli Epa siano la soluzione. So anche che c'è nell'Unione europea una sensibilità per riannodare i fili di questa discussione. Ritornando in Italia vorrei riproporre un tavolo vero e allargato di ministri e di rappresentanti di queste reti di sostegno per dimostrare non solo che gli Epa sono sbagliati in astratto e che non sono voluti, ma che ci si dia del tempo perché si possa affermare un' "altra" economia agricola, per il mercato locale e non per il mercato globale.

Questo potrebbe essere il mio impegno. Sarebbe troppo facile dire seccamente No agli Epa, ma riaprire invece una discussione ponderata con i soggetti coinvolti, le reti dei contadini e la campagna di sostegno che c'è in Italia è un passaggio necessario”.

D. Parliamo di Global Fund. C'è una discussione in corso sulla ragione di essere di questo fondo e la sua utilità. La Fao ha denunciato la necessità di rivedere drasticamente le metodologie degli aiuti che spesso non raggiungono chi ne ha veramente bisogno.
Quale è la tua opinione?

R. “E' vero c'è una discussione in atto. Da una parte c'è l'inadempienza sui fondi dell'Italia, ma è anche giusto come dici tu ragionare sul merito. L'Italia ha un seggio nel board di direzione del Fund e quindi è prioritario mantenerlo. In secondo luogo i rappresentanti italiani che ci sono non sono solo persone competenti ma ci dicono cose positive. Il che non vuol dire che non ci sono i problemi, ma ci dicono che bisogna metterci il naso nei diversi progetti attuativi.

Ad esempio mi e stato detto che per quanto riguarda l'Africa non ci sono quasi mai progetti italiani che vengono alla luce. Sicuramente occorre mettere i vincoli, come dice la Fao sui mercati locali, questo non solo per l'agricoltura ma anche per i farmaci ad esempio, e valorizzare l'esperienza di approccio che ha il Fondo globale. Nel senso di non farne un intervento di tipo sanitario, ma di tipo complessivo. Importanti ricerche ci dicono che si muore ancora di Aids e di malaria perché si è poveri. Il legame tra le pandemie e la povertà è comprovato, occorre quindi compiere un lavoro più sinergico. Questo non è accaduto in passato e noi dobbiamo fare esattamente l'opposto: dare i fondi e intervenire sulla qualità delle strategie e della trasparenza dei progetti”.

D. Ad alcune centinaia di chilometri da Nairobi è in corso una guerra, quella in Somalia. Ieri hai incontrato uno dei leader deposti delle corti islamiche, quale ruolo può giocare il nostro paese in quello scenario?

R. “Abbiamo espresso come governo la condanna per le unilaterali, come i bombardamenti statunitensi per combattere il terrorismo. Siamo contro il terrorismo, ma mi pare che le bombe siano un atto deleterio e sbagliato che non risolve minimamente il problema. Anche gli americani che stanno dentro il quadro degli accordi ci dicono che bisogna continuare a lavorare per la riconciliazione. E questo mi sembra un atteggiamento positivo. Bisogna smettere di pensare che la guerra o l'intervento militare sia l'opzione migliore. Gli etiopi devono andarsene dalla Somalia e occorre una forza di interposizione dell'Unione africana per garantire la sicurezza.

Ma questa non può sostituirsi all'azione politica che stiamo svolgendo a livello internazionale. E come ho detto l'altro giorno qui a Nairobi: il governo transitorio si deve aprire ad un processo inclusivo, anche verso quelle componenti che fino ad oggi sono escluse, ed intendo a quegli esponenti delle corti islamiche che si definiscono moderate.

Ho avuto l'occasione di un incontro riservato con Sheikh Sharif SheikAhmed, il rappresentante delle Corti che si è consegnato, a cui abbiamo chiesto di svolgere, direi esortato, ad operare moderazione e di favorire un incontro per il dialogo. Mi è sembrato di intuire un interesse al riguardo da parte del governo provvisorio. Ha anche incontrato l'ambasciatore americano in Kenya e c'è la richiesta di un incontro anche da parte dell'ambasciatore della Germania che tra l'altro è presidente di turno dell'Unione europea. Tutti elementi positivi che si uniscono all'appello rivolto alle autorità transitorie perché si avvii un processo inclusivo e che si metta fine alle repressioni”.


Luogo:

Roma

Autore:

Simonetta Cossu

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