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Data:

04/01/2007


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Il Kenya chiude le frontiere e rimpatria, tra le proteste dell'Onu, i profughi provenienti dalla Somalia nel timore che tra loro si nascondano i miliziani delle Corti islamiche in fuga. Sono, infatti, quattrocento le persone espulse ieri in quello che è stato definito dall'Acnur un gesto «contrario alle convenzioni umanitarie internazionali». Nel frattempo è cominciato molto a rilento il disarmo a Mogadiscio. A fare il primo gesto simbolico sono stati i miliziani della Somali National Alliance del vice premier e ministro degli Interni, Hussein Aidid. Difficile però credere che sarà rispettato il termine, che scade oggi e dopo il quale è stato minacciato un disarmo «con la forza», fissato dal primo ministro Ali Mohamed Gedi. Uccisi ieri da un assalitore isolato al grido di «Allah è grande» tre soldati etiopi a Kismaayo, erano stati due i morti in un assalto il giorno prima a Jilib. Si sono riuniti invece ieri a Bruxelles all'interno dell'ambasciata tedesca e su iniziativa del ministro degli Esteri di Berlino, Frank-Walter Steinmeir i Paesi europei membri del Gruppo di Contatto internazionale sulla Somalia composto da Italia, Regno Unito, Unione Europea, Svezia e Norvegia. Del gruppo allargato fanno parte anche Stati Uniti e Tanzania. Ne abbiamo parlato con la vice-ministra degli Esteri Patrizia Sentinelli, presente all'incontro.

D. Quali sono le priorità emerse durante la discussione?

R. «Nonostante i toni della conferenza stampa siano stati ovattati, c'è stato un dibattito molto interessante. La priorità identificata dal Gruppo di Contatto è la ripresa del dialogo politico in Somalia. Soprattutto alla luce di questa guerra, sentiamo la necessità di una nuova fase di riconciliazione che apra alle diverse anime della società somala. L'attuale governo transitorio, infatti, non è un'entità sufficiente a garantire quella rappresentatività necessaria in una fase post-conflitto. Il dialogo dovrà però avvenire all'interno delle istituzioni transitorie designate, parlamento e governo, il cui funzionamento è essenziale per assicurarne la legittimità interna».

D. A quali soggetti volete allargare le trattative?

R. «A tutti quelli che, sino ad oggi, sono rimasti fuori dagli organi istituzionali in una fase in cui possono finalmente prevalere gli elementi interni alla Somalia rispetto a quelli esterni. Li abbiamo individuati nelle categorie dei businessmen, delle organizzazioni della società civile e della diaspora. Questo è un processo di inclusione che non si fa in un giorno, ma che è essenziale nel momento in cui la Somalia si appresta a scrivere una nuova Costituzione. L'importante in questo momento è sottolineare la natura politica del processo, tenendo a mente che nessun automatismo può garantire la riconciliazione, così come nessun intervento militare può essere risolutivo. Qualche Stato, come la Norvegia, ha definito le truppe etiopi come un «esercito di occupazione». Per quanto ci riguarda non si trattava di discutere Etiopia sì o Etiopia no, ma di capire come andare avanti. il dialogo è il presupposto necessario per dire che la Somalia ce la deve fare da sola. E la comunità internazionale, attraverso anche il condizionamento degli aiuti, può e deve influire su questa ripresa».

D. Che cosa vi siete detti invece sulla missione dl peacekeeping?

R. «C'è stata unanimità sulla missione approvata dal Consiglio di Sicurezza e sotto l'egida dell'Unione Africana (Ua). La domanda che è rimbalzata è stata però se ce la faranno finanziariamente. Da parte sua l'Ue ha già stanziato 15 milioni di euro. Sul fronte dei contributi è chiaro che i mille uomini promessi dall'Uganda non sono sufficienti, per questo abbiamo pensato che potrebbe cominciare come una missione africana di interposizione per poi evolversi in qualcosa di diverso. Per adesso staremo a vedere cosa decideranno l'Ua e il Consiglio di Sicurezza sul fronte delle forze in campo e dei fondi. L'importante è però capire che se non diamo l'idea che si possa garantire la sicurezza in maniera diversa, mischiamo di legittimare la presenza di eserciti che, per le modalità di ingresso e inevitabilmente con il lungo periodo, saranno percepiti come di occupazione. Per questo motivo è fondamentale, come ho già accennato, mettere l'accento sul processo politico affinché riprenda su basi nuove e più inclusive».

D. Quali sono gli schieramenti emersi all'interno del gruppo dl contatto?

R. «Diversi Paesi europei erano in sintonia con la nostra posizione e, in particolare, sono rimasta positivamente impressionata dall'intervento del Commissario Ue allo Sviluppo e agli Aiuti umanitari, Louis Michel. Gli inglesi, decisamente isolati, sostengono che la forza etiope sia legittima, che il dado è tratto e che non bisogna creare un vuoto nella sicurezza della Somalia esigendo un ritiro immediato di Addis Abeba. Anche se con accenti diversi, Svezia e Norvegia erano su posizioni condivisibili. I tedeschi, che hanno promosso l'incontro, hanno ribadito che l'Etiopia è stata chiamata dal governo somalo e che lascerà il Paese entro 15 giorni. Michel ci ha richiamato a far attenzione alle parole che usiamo al fine di non legittimare la presenza etiope e giustificare l'intervento militare. Tuttavia siamo tutti d'accordo sul come andare avanti e questo è un segnale politico importante. L'Ue acquista finalmente una soggettività politica che potrà contare sullo scenario internazionale.


Autore:

Emanuele Piano

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