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Governo Italiano

Intervista

Data:

25/03/2007


Intervista

"L'incidente con gli Stati Uniti è chiuso. Vorrei rassicurare il nostro Paese: non c´è stata nessuna crisi diplomatica, nessuna rottura delle relazioni transatlantiche. Come sempre, siamo e restiamo grandi amici degli Stati Uniti".

Ancora: "E' vergognoso il tentativo che si sta facendo di strumentalizzare la vicenda del rapimento di Mastrogiacomo, per tentare l'ennesima spallata al governo Prodi". E poi: "Se Berlusconi non voterà il decreto sulle missioni internazionali, dimostrerà di essere solo autolesionista e compirà un atto irresponsabile: il rifinanziamento di una missione non è la politica estera del governo, ma un atto della politica estera del Paese, un atto dovuto ai suoi militari".

Massimo D'Alema, stavolta, più che preoccupato si dichiara indignato. Il ministro degli Esteri respinge tutte le accuse sulla linea tenuta dall'Italia e sulle critiche piovute da Washington e da Londra per il "cedimento alle richieste dei terroristi". E soprattutto passa al contrattacco nei confronti di quella parte del centrodestra che, "vuole piegare a miserabili fini interni le grandi questioni di politica estera".

D. Ministro D'Alema, lei sostiene che l'incidente è chiuso, ma non si può certo dire che i rapporti tra Italia e Stati Uniti, in questi ultimi giorni, siano stati sereni.

R. rapporti tra i due alleati non devono essere sereni, devono essere buoni. E buoni lo sono: basta leggere lo statement del Dipartimento di Stato, dopo la mia ultima telefonata con Condoleezza Rice. Possiamo avere diversità di vedute su alcune questioni. E' accaduto in passato, accadrà ancora. Ma il punto sostanziale è che entrambi riconosciamo l'importanza decisiva del rapporto bilaterale e l'importanza di cooperare nelle aree di crisi, fra cui l'Afghanistan. Il caso Mastrogiacomo è chiuso".

D. Come spiega allora le critiche fatte trapelare proprio dal Dipartimento di Stato mercoledì scorso?

R. Non mi occupo di voci riportate da fonti anonime. Io sto ai briefing e ai documenti ufficiali. Dopo aver manifestato comprensione per le nostre difficoltà, ed essersi felicitata per la salvezza di una vita umana, Washington si è poi dissociata dai metodi del rilascio. Ci avranno ripensato. Avranno fatto altre valutazioni, magari su pressione dei militari, o di qualche alleato. Non lo so. Per noi era prioritaria l'esigenza di salvare la vita di un nostro connazionale. Washington l'ha capito ma non può teorizzare concessioni. Né in questo caso, né in quelli di "altri rapimenti precedenti", come dice ancora il testo del Dipartimento di Stato. Per loro è una posizione di principio che è valsa anche per episodi precedenti che hanno riguardato altri governi".

D. Cioè lei allude al fatto che il precedente governo pagò soldi per ottenere il rilascio di ostaggi?

R. "Lasciamo stare. Purtroppo la vita internazionale è stata segnata nel nostro Paese e in molti altri da problemi del genere. Quello che mi sta a cuore sono due cose. La prima: questa vicenda non ha incrinato i legami storici tra noi e gli Stati Uniti, e neanche l'impegno comune che abbiamo in tutte le aree di crisi, a partire proprio dall'Afghanistan. La seconda è rivolta solo ai miei detrattori domestici: come ha dimostrato la telefonata con Condoleezza Rice definita dagli americani stessi "cordiale e approfondita", i rapporti tra noi restano di piena fiducia".

D. Poi c'è stata anche l'uscita di Fassino, sui talebani al tavolo della pace. Quella non ha aiutato la ricucitura con Washington, no?

R. "Mi pare che lo stesso Fassino abbia chiarito che le sue parole sono state strumentalizzate. Comunque noi, nel rispetto delle risoluzioni Onu, sosteniamo il piano per la pace e la riconciliazione nazionale proposto dal governo Karzai. E' ovvio che non ci si riconcilia con chi ti spara addosso, e che chi dovrà sedere al tavolo lo potrà decidere solo Karzai".

D. Ora però l'Italia è accusata di aver indebolito l'Alleanza Atlantica, con il rilascio dei talebani.

R. "Anche qui, vorrei esser chiaro. Noi non abbiamo rilasciato nessuno. Abbiamo trasferito una lista di prigionieri al governo Karzai, che ha deciso in piena autonomia di rilasciarne 5. Non mi rallegro affatto di questo: è stato pagato un prezzo altissimo, come purtroppo è accaduto spesso nella storia del rilascio di ostaggi. L'unica cosa di cui mi rallegro è che Mastrogiacomo sia tornato vivo. Ma provo estrema pena per l'uccisione violenta del suo autista, e sono consapevole della difficoltà della scelta di Karzai, e ripeto che non lo consideriamo certo un precedente. Restiamo in Afghanistan proprio per aiutare quel popolo a costruire un futuro di pace e democrazia".

D. Secondo qualcuno i liberati sono stati il doppio. E' vero?

R. "Un'altra invenzione da Transatlantico. Il punto, comunque, è che dobbiamo capire come evitare di essere esposti a ricatti del genere. Proprio per questo siamo favorevoli a discutere in sede Nato norme di condotta comuni, che servano a regolare una volta per tutte le risposte dei governi. Noi siamo grati a Karzai, per quello che ha fatto. E' chiaro, comunque, che tutti i nostri passi sono stati decisi nel rispetto delle linee concordate all'interno con le altre forze politiche".

D. Lei sta dicendo che avevate concordato tutti i passaggi della trattativa su Daniele con la Cdl?

R. "Loro ci hanno prima detto "carta bianca", salvo poi tenderci un'imboscata, ed accusarci a giochi fatti di aver ceduto ai terroristi. Questo lo trovo eticamente inaccettabile. Non si può dire "il governo faccia tutto il possibile per salvare Mastrogiacomo" e poi venire aggrediti in questo modo. Quando eravamo all'opposizione noi, in presenza di altri rapimenti, ci comportammo in tutt'altro modo. Se la Cdl aveva obiezioni da fare, doveva sollevarle subito, chiedendoci di rispettare certe regole. A quel punto noi avremmo prima verificato se loro stessi, in passato, avessero rispettato le stesse regole".

D. Lei che pensa?

R. "Io ho come l'impressione di no. Ma non voglio aprire questa polemica. Se dovessimo scavare nel passato, allora dovremmo fare una bella inchiesta parlamentare, rimuovendo il segreto di Stato, e capire che cosa è successo. Ma eviterei. E' uno sbocco che fa male a tutti. Però aggiungo: signori dell'opposizione, adesso basta. Anche la pazienza ha un limite".

D. Credo che non la ascolteranno.

R. "Certo che no. E questo mi preoccupa. Il dibattito italiano raggiunge livelli imbarazzanti di degrado, di confusione e di strumentalizzazione. Persino su questioni internazionali che invece richiederebbero senso della misura e della responsabilità. E si sono lette ricostruzioni fantasiose, invenzioni e accuse di menzogne che sono offensive e si fondano su una scarsa serietà professionale. Lo ripeto: sarebbe sufficiente consultare sul sito del Dipartimento di Stato la registrazione dei briefing e l'intervento della delegata Usa al Consiglio di Sicurezza per rendersi conto che certe ricostruzioni non hanno il minimo fondamento".

D. Pisanu dice, a nome di Forza Italia, che se non cambiano le regole d'ingaggio e non si rafforzano le misure di sicurezza per i nostri militari loro potrebbero votare no al rifinanziamento. Lei che risponde?

R. "E' evidente che tutte le mosse, nel centrodestra, alludono a squisitissime ragioni di tattica interna. Anche questa polemica sulle regole d'ingaggio è surreale. Vorrei chiarire alla destra che le regole d'ingaggio non le decidono Migliore o Russo Spena. Le decide la Nato, sotto l'egida delle Nazioni Unite. Non è che ogni Paese decide autonomamente cosa far fare ai suoi soldati, altrimenti avremmo l'esercito di Franceschiello, non la missione Isaf. Il nostro "caveat" iniziale è il seguente: i nostri militari possono essere impiegati solo nell'area a loro assegnata, cioè a Herat e a Kabul, salvo situazioni di emergenza sulle quali, comunque, occorre una informazione preventiva al governo. Vorrei rassicurare il senatore Pisanu: noi vogliamo sapere dove sono i nostri soldati, e abbiamo a cuore la loro sicurezza. Per questo operiamo in strettissimo contatto con i nostri stati maggiori, e siamo pronti a valutare tutte le esigenze che ci pongono, in relazione alla loro protezione. Sono loro a decidere, non noi".

D. Al Senato si riproporrà la questione della vostra autosufficienza politica. Che succede se il decreto passa con i voti dell'Udc?

R. "Premesso che apprezzo molto la coerenza di Casini, l'argomento dell'autosufficienza in questo caso ha valore del tutto relativo. Una cosa è un voto sulla politica estera del governo, altra cosa è il voto che rifinanzia le missioni internazionali in cui è impegnato il nostro Paese e che sono state decise da tutti i governi che si sono succeduti e che quindi comportano una comune responsabilità. Le missioni di pace attengono alla presenza militare e civile dell'Italia nel mondo. In un Paese normale, tutti dovrebbero votarla, senza retropensieri. Ed è sconcertante, indecoroso e insostenibile che qualcuno pensi di usare questa leva per far cadere il governo".

D. Berlusconi insiste: il loro sì non è scontato.

R. "Berlusconi avverte che, se non gli riesce la spallata al governo, rischia di veder tramontare la sua leadership. Per questo punta allo sfascio, e a far precipitare a tutti i costi la situazione. Non so cosa farà. Mi ricordo che per far cadere Prodi, nel '97, votò addirittura contro l'allargamento della Nato. Ma allora era un po' scapigliato. Oggi è un leader politico, che è stato capo del governo, e che ha un profilo internazionale. Non è più il capo di una jacquerie fiscale. Se votasse no, compirebbe un atto di grave incoerenza, di totale irresponsabilità politica. E, alla fine, anche di assoluto autolesionismo. Non voglio credere che, ancora una volta, giocherà al tanto peggio, tanto meglio".


Luogo:

Roma

Autore:

Massimo Giannini

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