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Governo Italiano

Intervista

Data:

01/03/2007


Intervista

Le relazioni tra l'Italia e il mondo arabo sono sempre stati buone a volte anche eccellenti con alcuni Paesi. Per risolvere i conflitti nel Medio Oriente quale è la migliore politica Europea possibile e che ruolo pensa che l'Italia possa avere.

Con il mondo arabo e mediterraneo la storia dell' Italia e dell' Europa - come ha dimostrato Braudel - ha legami inestricabili e fecondi. E' sempre stato nostro interesse prioritario mantenere relazioni solide e amichevoli con tutti i Paesi dell'area Mediterranea con i quali condividiamo da secoli la nostra storia e la nostra cultura. L'Italia è tra i principali partners economici di tutti i Paesi della Regione. Godiamo di un credito che è riconosciuto a tutti i livelli delle società di quei Paesi e,soprattutto, la nostra politica nei confronti dell'area è apprezzata per la sua imparzialità e per l'assenza di arrières pensées di stampo post-coloniale. La nostra capacità di mantenere un giusto equilibrio con tutte le parti ci ha garantito una vasta credibilità. Questo equilibrio non è fine a se stesso; esso mira a creare le condizioni per condurre un dialogo sereno con tutti gli interlocutori sia arabi che israeliani, nella certezza di essere in grado di trasmettere un messaggio ascoltato e rispettato. È questa l'impostazione che l'Italia trasmette in tutti i fori dell'Unione Europea e che, di recente, a cominciare dall'impegno dell'ONU in Libano, sta iniziando a dare i suoi frutti. Con la medesima impostazione, l'Italia sostiene la necessità di affrontare le crisi della Regione con un approccio politico globale che, soprattutto privilegi l'impegno multilaterale. Per l' Europa è giunto il momento di trasformarsi da "payer" in "player", cioè di assumere impegni diretti per promuovere la stabilità e la pace in Medio Oriente.

A che servono gli Europei? Può l'Unione Europea vantare un ruolo politico nelle vicende del Mashreq alla luce del suo rinnovato impegno mediterraneo?La storia del Vicino Oriente sembra negarlo: la pace è americana. Il percorso della pace, tortuoso e accidentato, continua a seguire le direttive di Washington. Cosa può fare l'Europa che l'America non può fare?

In occasione del recente conflitto in Libano, l'Unione Europea ha assunto un ruolo di primo piano per stabilizzare la crisi e ricreare le condizioni per il ritorno della stabilità e della sicurezza internazionale in quell'area. I Paesi membri dell'UE contribuiscono oggi per oltre la metà del contingente dell'UNIFIL e si sono fortemente impegnati finanziariamente per la ricostruzione economica del Paese. Si è trattato di un intervento sostanziale che ha mostrato, come raramente in precedenza, una coesione politica ed un'unità di intenti che ha consentito di riempire il vuoto di sicurezza provocato dal conflitto che rischiava di compromettere definitivamente la sopravvivenza dello Stato libanese. È stata proprio questa coesione a rappresentare la reale differenza rispetto alla politica spesso declaratoria del passato. Tale genere di coinvolgimento costituisce oggi un modello per futuri impegni nell'area, a cominciare dalla crisi israelo-palestinese che resta la vera radice dell'instabilità nella Regione.

Tutti i grandi statisti che hanno studiato la natura delle relazioni tra le nazioni condividono una nota di pessimismo: nei grandi uomini, il pessimismo è una comprensione prudente della natura umana e dei limiti della politica. Cosa ne pensa?

Con il pessimismo non si costruisce la pace. Noi vogliamo avvicinare i popoli della Regione in un processo quanto più armonioso possibile in cui l'obiettivo finale sia visibile e concreto. L'ottimismo non è una categoria astratta: va nutrito e coltivato con l'esercizio quotidiano del dialogo e del confronto pacifico. Io credo che occorre impegnarsi, in particolare, per passare dall'idea di un "processo di pace", certamente utile e necessaria, a quella di un "accordo di pace". Occorre cioè avere chiari gli obiettivi a cui si mira, e perseguirli con tenacia, costruendo relazioni fondate sul reciproco rispetto e sulla fiducia.

Di tutti i politici arabi del XX secolo l'Egiziano Gamal Abdel Nasser (1918-1970) fu il più noto personaggio carismatico del mondo arabo. Era un eroe per la maggioranza della popolazione araba. Nasser indicò nel socialismo democratico il valore guida dello Stato, egli sosteneva che si trattava di un socialismo arabo conciliabile con l'Islam. Le concezioni socialiste hanno avuto un ruolo importante non solo in Egitto ma anche in altri Paesi arabi:lei pensa che esista ancora questo nazionalismo panarabo tanto proclamato da Nasser?

La storia fa il suo corso. Il nazionalismo panarabo è stato per tanti anni un'ispirazione per le classi dirigenti arabe e per i popoli della Regione anche dopo la morte di Nasser. Come tutte le ideologie, ha alimentato a lungo le passioni sincere di molti. Ma le vicende militari, il progressivo consolidamento dei singoli Stati e l'inevitabile confronto con la globalizzazione hanno disegnato un contesto totalmente nuovo. Oggi occorre fare i conti con rivalità politiche spesso aspre tra gli stessi Stati arabi e soprattutto con il diffondersi delle spinte fondamentaliste che tendono a radicalizzare o strumentalizzare la giusta ricerca di identità politica e di riscatto socio-economico. Oggi tutti i nazionalismi sono in crisi, perché la soluzione dei problemi sta proprio nel superarli in un'ottica di cooperazione e non di competizione.


Autore:

Tatiana Karadzic

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