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Governo Italiano

Intervista

Data:

18/03/2007


Intervista

"Sono qui per l'Iraq ma non solo. Sul rapimento di Mastrogiacomo sono in corso contatti riservati e in queste circostanze bisogna parlare poco. Abbiamo discusso a lungo di Afghanistan con l'Undersecretary Onu per le operazioni di peace-keeping, Jean-Marie Guehemmo. Abbiamo convenuto che l'Afghanistan può essere stabilizzato lungo due binari, quello dell'azione militare ma anche quello dell'azione politica. E quello che oggi appare insufficiente è proprio quel secondo binario".

Incontriamo venerdì sera il viceministro degli Esteri Ugo Intini nella sede della missione italiana all'Onu, di fronte ad un Palazzo di Vetro tempestato di neve. Intini era a New York per rappresentare l'Italia all'inaugurazione di una iniziativa Onu promettente anche se tardiva. A quattro anni dall'inizio della guerra in Iraq, si stanno mettendo su dei meccanismi internazionali per coordinare la ricostruzione economica del paese, con il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon si è messa la prima pietra all'Iraqi Compact Group (Icg). Ma in questa intervista con Intini, indaghiamo sulle strategie dell'Italia nella polveriera Medio Oriente.

Il ministro D'Alema sarà martedì al Consiglio di Sicurezza per parlare di quel binario mancante in Afghanistan?

"Sì".

Ma intanto la Nato, mentre tutti si attendevano l'attacco dei talebani, ha sferrato l'offensiva. Non si capisce cosa faranno i soldati italiani. Sappiamo che hanno delle regole d'ingaggio rigide, ma nella situazione esplosiva che si sta delineando quanto tempo ancora l'Italia potrebbe mantenerle? Dovrà cambiarle se lo chiedono gli alleati?

"L'Italia è in una situazione identica a quella della Germania, della Francia, della Spagna. Noi presidiamo una regione dell'Afghanistan, mantenendo la sicurezza, proteggendo l'opera di ricostruzione. Se ci si spostasse da queste regioni o in queste stesse si cambiasse le modalità d'impiego delle nostre truppe si creerebbe la possibilità di portare violenza anche in zone che oggi sono tranquille. Non sarebbe una buona tattica per nessuno".

Quindi l'Italia non aumenterà mai le sue truppe, come ha detto il ministro D'Alema qualche giorno fa replicando al premier inglese Blair? Anche se i talebani, attaccati dalle truppe Nato magari sconfinassero proprio in quelle zone ora presiedate dai nostri soldati?

"Questa è una ipotesi che non è da escludere e noi abbiamo il compito di reagire in modo proporzionato agli attacchi che potremmo subire. Noi difenderemo la tranquillità e la sicurezza delle regioni che ci sono affidate".

Ma dalla Nato non ricevete pressioni per cambiare le regole d'ingaggio italiane?

"No".

Spostiamoci sul fronte Iran. Martedì arriva all'Onu il ministro D'Alema, ma il giorno dopo arriverà anche il presidente Ahmadinejad, che tra l'altro ha dichiarato di non riconoscere più il Consiglio di Sicurezza…. Si può ancora lavorare con il regime di Teheran?

"C'é una contraddizione. Da una parte, per la prima volta con la conferenza di Baghdad del 10 marzo, il rappresentante Usa con gli altri rappresentanti dei paesi confinanti, quindi anche Iran e Siria, si sono seduti intorno allo stesso tavolo. E la conferenza di Baghadad sarà seguita da una seconda conferenza alla quale parteciperanno i ministri degli esteri. Dall'altro canto ha preso oggi il via qui al Palazzo di Vetro, con l'Iraqi Compact Group un percorso per la stabilizzazione economica dell'Iraq del quale faranno parte ancora tutti i paesi confinanti, anche l'Iran. Questa mattina (venerdì, ndr) il rappresentante iraniano ha parlato e si è dichiarato molto convinto dell'idea di dare il suo contributo all'Iraqi Compact, e probabilmente la prossima riunione sarà in Arabia Saudita. Quindi ci sono anche qui due binari che corrono paralleli quello politico e quello economico e questi binari convergeranno inevitabilmente perché i problemi sono connessi, e lungo questi binari c'é la cooperazione dell'Iran. Tutto ciò è in contraddizione col fatto che sul terreno nucleare non solo non c'é comunicabilità ma c'é il prepararsi di nuove sanzioni e l'esperienza ci insegna che queste da sole non raggiungono l'obiettivo. Io credo che questa contraddizione vada superata, non estendendo la incomunicabilità al settore dell'Iraq ma estendendo la comunicabilità al settore nucleare. In qualche modo si deve aprire una trattativa che renda chiaro all'Iran che la comunità internazionale non intende perseguitarlo, che nessuno vuol mettere in discussione l'integrità nazionale o il suo regime o quant'altro, ma che la comunità internazionale non può consentire che l'Iran acquisti un potenziale nucleare militare. Civile sì, quello militare non è possibile accettarlo, per tante ragioni, anche perché inserirebbe nello scenario mediorientale un nuovo elemento di gravissima instabilità. Noi sappiamo che l'Arabia Saudita e l'Egitto non potrebbero accettare l'Iran come potenza nucleare militare senza fare altrettanto".

Lo scorso settembre, quando al Palazzo di Vetro Prodi incontrò, unico leader occidentale, il presidente iraniano, ci furono aspre polemiche. Sembrava che all'Italia andasse stretto il ruolo in cui era stata relegata sulla trattativa con l'Iran. Quando non era stata inclusa nel gruppo 5+1 (i membri permanenti del CdS + la Germania), il governo Berlusconi aveva dichiarato che all'Italia conveniva così, poteva manovrare più liberamente… Lo scorso settembre sembrava che il gruppo responsabile della strategia di contenimento dell'Iran diventasse 5+2, ma alla fine non se ne fece niente. Ma l'Italia del governo Prodi, che ricordiamo resta il primo partner commerciale dell'Iran al pari della Germania, accetta senza fiatare la sua esclusione dal tavolo dove si prendono le decisioni?

"All'inizio fu un fatto casuale. Siccome l'Unione europea fa parte di questo negoziato e l'Italia era il presidente di turno, ecco che in quel momento automaticamente partecipava. Adesso io credo che il problema sia in parte superato perché l"Ue nel suo complesso, sta trattando la questione nucleare con il suo rappresentante Solana che sta parlando con una sola voce. Una voce europea che può essere diversa da quella degli Stati Uniti ma che si pone un obiettivo che è identico, cioè quello di evitare la proliferazione nucleare militare dell'Iran. Chiaramente è un negoziato che non si è ancora avviato e quindi è difficile perché Teheran nega in modo più assoluto di voler acquisire un potenziale militare nucleare, ma chiede il diritto di avere un potenziale nucleare civile. Qui non c'é discussione, questo diritto gli va riconosciuto".

Lei è viceministro degli Esteri con la delega sul Medio Oriente. L'Italia in questo momento è presente in Afghanistan, in Libano, in Iraq continua a restare importante la sua presenza negli aiuti umanitari. Ma secondo lei dove le missioni italiane corrono più pericoli?

"Quella che preoccupa di più non solo l'Italia ma l'Europa è la situazione palestinese. Quella della Palestina è la madre di tutte le crisi. Perché o è veramente la fonte di una crisi o è presa a pretesto per creare una crisi. Ma certo, tutte le tensioni del Medio Oriente hanno nella mancata soluzione della crisi palestinese un formidabile combustibile. Lo stesso impegno in Libano della comunità internazionale deve essere visto come un punto di partenza verso un processo di pace che si deve allargare all'intero Medio Oriente e in particolare alla Palestina. Se così non sarà finirà per backfire il nostro impegno, perché le tensioni irrisolte tutte intorno finiranno per colpire anche il Libano. L'Italia ha avuto un ruolo decisivo in Libano ma è un ruolo che è nell'ambito dell'Unione Europea. Noi non immaginiamo la politica dell'Italia distaccata da quella dell'Ue. L'Italia da il meglio di se stessa quando riesce a stimolare l'Ue a fare ciò che deve fare come è successo in Libano. Però se non spegniamo anche i focolai circostanti in particolare quello palestinese il fuoco libanese si riaccenderà".

Lei negli anni Ottanta era vicinissimo al premier Bettino Craxi. Anche allora ci furono scaramucce tra i governi di Roma e Washington, ricordiamo soprattutto Sigonella. Oggi altre tensioni, il caso delle spie Cia che la magistratura milanese vuole processare anche se il governo Prodi, come già quello Berlusconi, tenta di guadagnare tempo sulle richieste di estradizione, e poi altre tensioni sul caso Calipari… Lei che ha vissuto le scintille di Craxi con Reagan come vede la situazione attuale? Ci sono alcune circostanze simili su certi problemi avuti recentemente dal governo Prodi con Washington o siamo proprio in un altro mondo?

"Ai tempi del governo di Craxi io ero stato il direttore dell'Avanti e il portavoce del Psi ma non avevo mai avuto in quel periodo ruoli nell'esecutivo. I socialisti del tempo avevano una caratteristica molto simile alla sinistra italiana di oggi. Intendo dire che i socialisti e Craxi ebbero una funzione decisiva per portare al dispiegamento dei missili in Europa per bloccare una minaccia sovietica. Il cancelliere tedesco disse: noi lo facciamo, ma se solo un paese importante dell'Europa si dissocia ci tiriamo indietro. L'Italia era quindi il paese chiave. Se i socialisti non fossero stati determinati l'Italia non avrebbe deciso l'istallazione dei missili. C'era una formidabile opposizione e lo stesso partito di maggioranza relativa, la Dc, era diviso sulla questione. I socialisti furono decisivi e mai nessuno ha poi potuto mettere in dubbio la lealtà dei socialisti italiani all'Occidente e agli Stati Uniti. Abbiamo avuto anche momenti di incomprensione e di scontro con gli Usa. Craxi ha litigato con Reagan ma poi ha fatto pace."

Lei assistette a quella telefonata infuocata durante la crisi di Sigonella?

"No, ma ricordo bene che ci fu un gravissimo momento di tensione e che poi arrivò la pacificazione. E Reagan che era un uomo sincero, un uomo di cuore, apprezzava più chi litigava con lui in buona fede che non chi manifestava ipocrisia nei suoi confronti. Ecco io direi che questa caratteristica della sinistra italiana è sempre la stessa. Noi siamo alleati degli Usa ma quando non siamo d'accordo lo diciamo francamente e spesso diamo dei consigli che alla fine se si dimostrano buoni vengono accettati. Ma l'interesse nazionale dell'Italia è sempre lo stesso, dal dopoguerra. Passando dai governi di centrosinistra democristiani e socialisti all'attuale governo di centrosinistra: la politica dell'Italia è basata su due pilastri: l'Unione Europea e l'alleanza con gli Stati Uniti. Noi non possiamo fare a meno di nessuno di questi due pilastri. Vogliamo un'alleanza con gli Stati Uniti su una base paritaria però questa può essere assicurata solo da una forte unità politica dell'Europa. Perché solo l'Ue può pesare a sufficienza per avere un rapporto con gli Usa da alleati paritari. Ciascun singolo paese europeo non può farlo. E per rapporto paritario, intendo dire che l'Ue e gli Usa possono avere tattiche diverse, spesso sono come degli amici con opinioni diverse, ciascuno ascolta l'altro e poi insieme scelgono una strada. E la scelgono insieme. Qualche volta può accadere che la strada scelta dagli Usa non ci convinca, ma dopo che abbiamo detto la nostra, la seguiamo".

Sulla Nato non state creando dei forti contrasti che fanno rischiare una clamorosa rottura, come accusa l'opposizione del centrodestra?

"La mia opinione e quella del mio governo è che il mondo sia troppo piccolo e insicuro per fare a meno della Nato. Detto questo, dobbiamo anche ricordare che la Nato è sorta per difendere l'Europa da una possibile invasione sovietica, oggi questa realtà non c'é più. La Nato deve difendere non più l'Europa ma il mondo occidentale nel suo complesso da un nuvo tipo di minaccia che è quella del terrorismo e da altre minacce che si preparano. Quindi la domanda è: un'organizzazione che è nata con quell'obiettivo può continuare con le stesse caratteristiche a contrastare un obiettivo che è completamente diverso? Io credo che bisogna adattare la Nato alle nuove sfide e ai tempi che sono cambiati. Mantenendone la piena solidarietà perché appunto il mondo è troppo piccolo e insicuro per farne a meno".


Luogo:

New York

Autore:

Stefano Vaccara

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