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Governo Italiano

Intervista

Data:

01/04/2007


Intervista

D. Anche dopo l'approvazione definitiva del decreto legge sul rifinanziamento delle missioni all'estero, l'Afghanistan resta al centro dell'attenzione. Giovedì scorso c'è stato un nuovo attacco, il terzo, contro una pattuglia italiana a Herat. Al di là delle polemiche interne, non pensa che l'inasprimento delle azioni armate dei Talebani, imponga un ripensamento della missione in Afghanistan?

R. Certamente noi siamo preoccupati per il moltiplicarsi di episodi di violenza, di guerriglia, di terrorismo in Afghanistan. In verità, questo non e' purtroppo un fatto nuovo. È del tutto strumentale da parte della destra affermare che siamo di fronte a un cambiamento di situazione sul campo. È drammatico doversi riferire ad una tragica contabilità, ma non possiamo dimenticare che nel corso della missione sette valorosi militari italiani hanno perso la vita ed un numero elevato di essi sono rimasti spesso seriamente feriti in attacchi contro il contingente italiano. Ciononostante, mai da parte di chi era allora al Governo si e' ritenuto di dover fornire non so quali equipaggiamenti speciali e men che meno di dover cambiare la natura della missione. Questo tema del mutamento delle sfide su terreno, più o meno repentino e addirittura riferito all'arco di pochi giorni, è stato enormemente enfatizzato per fini poco nobili. Tutti sappiamo che il vero cambiamento non riguarda la situazione in Afghanistan, ma più banalmente il diverso scenario dei numeri tra la Camera e il Senato. Si e' cercato di colpire il Governo al Senato dove la maggioranza è più ristretta, speculando cinicamente sulla situazione bellica dell'Afghanistan. Ciò posto, non si può negare che l'accresciuta iniziativa da parte dei Talebani, anche se non parlerei di un'offensiva generalizzata, incrementa i pericoli per le nostre forze armate. Noi ci siamo fatti carico di questa situazione e ci regoleremo prontamente anche sulla base delle richieste che in questi giorni farà lo stato maggiore, fornendo alle forze armate italiane i mezzi necessari per una loro più adeguata protezione. Al di là di questo aspetto, è tuttavia evidente che il deteriorarsi delle condizioni dell'Afghanistan, non solo nel campo della sicurezza, induce ad una più approfondita riflessione sulle prospettive della missione internazionale alla quale l'Italia partecipa e di cui l'aspetto militare rappresenta solo un elemento, pur importante. Mi pare che emerga l'esigenza di un forte rilancio dell'impegno a tutto campo della comunità internazionale. Sul piano militare, certamente è in corso un rafforzamento, perché arrivano nuovi contingenti; anche nella zona Ovest, di cui noi abbiamo la responsabilità, con un impegno in mezzi e uomini tra i più rilevanti, arriveranno rinforzi forniti da altri Paesi. La questione però non è soltanto quella di rafforzare il presidio militare. Si pone il problema di un rilancio politico, tema che noi abbiamo proposto già nella discussione in sede di Consiglio di Sicurezza del 20 marzo scorso. L'esigenza di questo cambio di passo ha trovato una prima risposta nella nuova risoluzione (n.1746) per il rinnovo della missione civile (UNAMA), che contiene diverse indicazioni interessanti. In primo luogo, essa riflette le nostre proposte di un'agenda politica internazionale in grado di impegnare maggiormente, in primo luogo, i Paesi della regione e più intensamente tutta la comunità internazionale a garantire il successo della difficile transizione afghana, sia sul piano politico-istituzionale che su quello della ricostruzione economica. Inoltre, la nuova risoluzione ci impegna ad assicurare pieno sostengo allo sforzo di riconciliazione nazionale con quelle forze disponibili ad abbandonare la violenza, il terrorismo e ad integrarsi in un processo democratico; un programma, vorrei ricordare, che e' stato lanciato dal Governo Karzai e che è oggi forse l'iniziativa politicamente piu' rilevante in corso in Afghanistan.

D. Dentro questa agenda c'è, al primo posto per l'Italia, la Conferenza internazionale di pace. Per Berlusconi e Fini è una proposta impraticabile, velleitaria, agitata da D'Alema per tenere buona la sinistra radicale. Come intende smentirli?

R. Per il Dipartimento di Stato quella che abbiamo avanzato è "una proposta costruttiva, che merita di essere approfondita". Ed è ciò che in questo caso conta di piu', certo di piu' delle considerazioni strumentali. Noi abbiamo proposto in modo preciso un'iniziativa che riteniamo possa essere posta nell'agenda politica internazionale non nell'immediato, ma come un momento culminante di una serie di passaggi...

R. Quali?

R. Ne cito tre che hanno un particolare rilievo. La prima tappa sarà il vertice di fine maggio del G8 con l'Afghanistan e il Pakistan. La seconda - e si tratta di un'iniziativa italiana gia' in fase di realizzazione - la Conferenza sulla giustizia e sullo stato di diritto, che promuoviamo in Italia con il governo afghano e con le Nazioni Unite: si tratta di un aspetto fondamentale nel processo di costituzione di uno Stato democratico. A seguire, la Conferenza di Islamabad sui temi dello sviluppo economico dell'intera Regione circostante l'Afghanistan. Dopo questi appuntamenti di grande rilevanza, siamo convinti che si potrebbe arrivare a una vera e propria Conferenza internazionale per la pace, che potrebbe rappresentare il momento culminante dell'agenda politica per l'Afghanistan nel corso del 2007.

D. L'Italia è impegnata attivamente per la liberazione di Adjmal Nashkbandi, l'interprete afghano rapito con Daniele Mastrogiacomo il 5 marzo. Se Kabul non tratta, e libera altri due Talebani, "uccideremo Adjmal", ha minacciato il mullah Dadullah.

R. Innanzitutto bisogna precisare che questa situazione interpella drammaticamente il governo afghano, così come e' avvenuto per le difficili scelte delle settimane scorse. Noi non avremmo certo potuto decidere in Italia quanto è stato fatto, perchè non era nelle nostre disponibilità. Per quanto ci riguarda, possiamo incoraggiare, sostenere, ma non spetta a noi prendere decisioni che competono ad uno stato sovrano. Certamente ci siamo attivati, e lo stesso stiamo facendo ora anche nel chiedere al governo afghano spiegazioni sulle motivazioni dell'arresto del responsabile della vigilanza di Emergency, Rahmatullah Hanefi. Il nostro Ambasciatore a Kabul ha chiesto al governo afghano di poter visitare Ramatullah, perché, pur trattandosi di un cittadino afghano, e' indubbio che si tratta di una persona fortemente impegnata in un'iniziativa di solidarietà gestita da un'organizzazione umanitaria italiana. Allo stesso modo, abbiamo incoraggiato e salutato con favore la decisione della direzione di Repubblica di lanciare una sottoscrizione a favore della famiglia dell'autista di Mastrogiacomo barbaramente assassinato dai Talebani. Noi ci sentiamo pienamente coinvolti in questa tragica, dolorosa vicenda, nella quale vogliamo fare fino in fondo tutto ciò che è nelle nostre concrete possibilità, così come ha anche sottolineato il presidente del Consiglio.

D. Il dibattito, e il voto, al Senato sul rifinanziamento delle missioni all'estero hanno fatto emergere "due opposizioni" e riproposto il tema della "maggioranza variabile". C'è chi la teme, chi la auspica. Per Massimo D'Alema?

R. Personalmente ho sempre votato per le missioni internazionali del nostro Paese, salvo l'eccezione motivata dell'Iraq, anche quando ero all'opposizione, e non mi sono mai sentito parte di una "maggioranza variabile". Io sono fermamente convinto che quello del sostegno alle missioni militari e civili dell'Italia nel mondo non sia un tema esclusivamente della maggioranza di governo. In un Paese civile è tema dell'intero arco delle forze politiche nazionali. L'anomalia semmai è il fatto che Berlusconi si è sottratto a questo dovere nazionale, per estremismo, per strumentalismo, per ragioni politicamente poco commendevoli. Dopo aver votato a favore alla Camera, si è astenuto al Senato, ma per il regolamento di Palazzo Madama cio' equivale ad un voto contrario. E' Berlusconi che è variabile, non la maggioranza; è variabile nel senso che è incostante, legato com'è ad obiettivi di natura tattica e non invece ad una coerenza di condotta politica per l'interesse nazionale. Naturalmente il problema, che è reale, è legato a due fattori. In primo luogo, al fatto che al Senato esiste una maggioranza molto ristretta anche a causa di una legge elettorale sgangherata e sciagurata, concepita apposta per rendere difficile la governabilità del Paese. In secondo luogo, perché alcuni dissidenti o obiettori, vengono meno a quello che definirei il dovere repubblicano di sostenere il Governo. Ciò naturalmente facendo salve le ragioni del dissenso, che rispetto. In Germania, dove la Spd ha governato con un solo voto di maggioranza per una intera legislatura, quando vi sono stati casi di obiezione di coscienza, chi dissentiva lo faceva pubblicamente, adducendo le sue motivazioni, ma poi per disciplina sosteneva il Governo. Qui non c'entra il tema, che sento totalmente estraneo, delle maggioranze variabili. Detto questo, ritengo che l'Udc si sia comportata come un'opposizione democratica, responsabile, non diversamente da come si comportano le forze all'opposizione, di destra o di sinistra, in tutti i Paesi europei. Ma ciò che in Europa sarebbe semplicemente normale, nel contesto italiano merita un particolare encomio.

D. Un altro fronte caldissimo, che è stato al centro anche del vertice informale dei ministri degli Esteri della Ue qui a Brema, è quello mediorientale. Chiusura o dialogo con il nuovo governo di unità nazionale palestinese?

R. Ritengo che il governo di unità nazionale palestinese rappresenti indubbiamente un passo in avanti; tanto è vero che la sua formazione ha contribuito a sbloccare la situazione. Ciò per diverse ragioni. In primo luogo, ha determinato una frattura fra Hamas, o una parte di Hamas, e il fondamentalismo violento, terrorista. In secondo luogo, ha rafforzato la posizione del presidente Abu Mazen. Qui direi che avevamo ragione noi, Unione Europea, quando abbiamo incoraggiato questa soluzione, e lo abbiamo fatto - l'Italia e' stata tra i Paesi piu' attivi - anche attraverso il dialogo diretto con Abu Mazen, e anche di fronte a incertezze che vi erano nella leadership di Al-Fatah. Siamo pienamente consapevoli che nella sua piattaforma il governo di unità nazionale palestinese ha raccolto solo in parte le richieste che la comunità internazionale aveva avanzato, in particolare per quanto riguarda l'esplicito riconoscimento di Israele. Dobbiamo perciò continuare ad insistere con determinazione perché si arrivi al piu' presto ad una piena adesione ai principi che sono stati esposti dal Quartetto. Nel frattempo dobbiamo assumere nei confronti del Governo di unità nazionale un atteggiamento che dovrà tener conto di due elementi. In primo luogo, la necessità di adottare un approccio flessibile nei confronti della compagine di Governo e dei suoi singoli componenti. E' evidente che la comunità internazionale avrà rapporti con tutti quei ministri del governo palestinese che riconoscono Israele. Io stesso nei prossimi giorni riceverò Mustafa Barghuti (ministro dell'Informazione, ndr.), una personalità indipendente, che fa parte del governo, un uomo da sempre impegnato per il dialogo. E così si stanno comportando quasi tutti i Paesi europei. Anche gli Stati Uniti sembrano orientati su questa linea di pragmatismo. In secondo luogo, dobbiamo chiedere al Governo palestinese di agire con coerenza sul piano dei fatti. In particolare, dobbiamo esigere un fattivo impegno per fermare il lancio dei razzi Qassam da Gaza contro il territorio israeliano, e arrivare finalmente alla liberazione del caporale Shalit, che potrebbe rappresentare un segnale molto significativo di distensione e che potrebbe portare ad analoghi gesti generosi anche da parte israeliana, in particolare per quanto riguarda la liberazione necessaria dei parlamentari palestinesi detenuti in Israele.

D. E per quanto riguarda Israele?

R. Dobbiamo incoraggiare Israele a porre fine alle operazioni militari, che sono certamente divenute sporadiche, ma che tuttavia non si sono arrestate, nei territori palestinesi; ad estendere la tregua da Gaza alla Cisgiordania; e soprattutto ad accelerare il negoziato, il dialogo diretto, tra Abu Mazen e Olmert, che rappresenta in questo momento il fattore piu' importante di speranza. E la nostra speranza è che al piu' presto si passi da una discussione su temi importanti ma piu' immediati, come la sicurezza, e le misure volte a migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese, a una discussione sui nodi aperti per quanto attiene alla definizione dello status finale. Perché è evidente che, anche per non perdere l'opportunità che deriva dal rilancio dell'iniziativa di pace araba, occorre accelerare il negoziato per definire i caratteri concreti di quella soluzione dei due Stati che ormai tutta la comunità internazionale individua come l'approdo, come la soluzione. Bisogna avere il coraggio di avviare una politica non di "gestione della crisi" ma di "soluzione della crisi". Altrimenti il tema dei due Stati rimane sospeso nell'alveo delle dichiarazioni di principio e non prende la concretezza necessaria per porre fine a questo troppo lungo e doloroso conflitto. Non bisogna perdere questa occasione: bisogna evitare che ancora una volta si avveri l'amara profezia di Abba Eban: "In Medio Oriente, purtroppo, non si è mai perduta l'occasione per perdere l'occasione.


Autore:

Umberto De Giovannangeli

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