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Governo Italiano

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Data:

12/04/2007


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« Dobbiamo fare il possibile perché Emergency torni in Afghanistan. Lo dobbiamo al popolo afghano, in primo luogo, che in questi terribili anni di guerra ha sempre potuto contare sull'aiuto di Emergency». A sostenerlo è Patrizia Sentinelli, vice ministra degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale. « Un abbandono di Emergency - sottolinea Sentinelli - sarebbe una sconfitta grave. Per tutti».

D. Il personale internazionale di Emergency ha lasciato Kabul.

R. «Dobbiamo fare tutto il possibile perché Emergency torni in Afghanistan. Lo dico anche in virtù di un mio recente viaggio in quel martoriato Paese; quel viaggio mi ha dato la possibilità di vedere con i miei occhi e di poter parlare direttamente con il personale delle strutture di Emergency. Ho potuto constatare di persona il lavoro enorme che Emergency sta facendo per alleviare la situazione di sofferenza di molta parte del popolo afghano. Emergency è parte importante di quella "diplomazia della solidarietà" che e indispensabile dispiegare se si vuole davvero portare avanti un processo di pacificazione e di stabilizzazione dell'Afghanistan, che certo non può affidarsi solo e tanto alla forza delle armi. Occorre dimostrare a tutti i volontari di Emergency, e quindi anche a Gino Strada, che il Governo italiano nella sua interezza è interessato a questa loro permanenza. Li abbiamo ringraziati, con grande sincerità e riconoscenza, per il lavoro che hanno fatto anche per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo. I fatti che sono avvenuti successivamente non debbono offuscare questo ruolo nè mettere in discussione questo riconoscimento».

D. La decisione di Emergency è motivata dalle gravi accuse del capo dei servizi di sicurezza del governo Karzai, secondo cui Emergency è una organizzazione che «fiancheggia i terroristi e persino gli uomini di Al Qaeda in Afghanistan».

R. «Queste affermazioni del governo afghano non sono solo infondate, sono sbagliate e controproducenti, e dunque da respingere. Nel comunicato Emergency motiva per ragioni di sicurezza la decisione di far uscire dall'Afghanistan il suo personale internazionale. Dobbiamo garantire tutti insieme, a partire dal governo afghano, che ci siano innanzitutto situazioni di sicurezza, e in secondo luogo che si smetta di parlare degli operatori di Emergency come di fiancheggiatori dei terroristi. Certo, Ernergency lavora a stretto contatto con i Talebani.
Ebbene, dov'è lo scandalo? Lavora a stretto contatto e questa è la ragione per la quale abbiamo chiesto ad Emergency di agire per stabilire contatti con i sequestratori di Mastrogiacomo e dei suoi accompagnatori. Non si poteva pensare che i servizi segreti potessero fare ciò che poi è stato in grado di fare Emergency. Quello di Emergency era un ruolo insostituibile, e questo è un riconoscimento che non ha nulla di ideologico o di politico. Gli operatori di Emergency hanno relazioni con i Talebani perché operano in una situazione così delicata. Questo non può essere in alcun modo confuso con il fiancheggiamento politico dei Talebani».

D. Il rapporto tra Emergency e il Governo italiano è incrinato irrimediabilmente?

R. «Sarebbe davvero grave se l'incrinatura si trasformasse in rottura. Dobbiamo evitare che le critiche molto dure che Gino Strada ha rivolto al governo Prodi si traducano in un atteggiamento senza ritorno di rottura e di incomunicabilità. Sono convinta che vi siano tutte le condizioni perché si possa riprendere un rapporto con Emergency. Io ho subito replicato alle parole di Strada affermando che nelle sue dichiarazioni c'erano degli eccessi dovuti anche alla situazione di grande apprensione che si continua a vivere per ciò che concerne la sorte Rahmatullah Hanefi (il principale collaboratore locale di Emergency, nella provincia di Helmand, ndr.). Strada non ha dato il giusto peso a ciò che il Governo italiano ha tatto perché si liberasse Mastragiocamo e potessero uscire indenni tutti coloro che invece, purtroppo, non sono usciti indenni. Abbiamo avuto morti orribili, inaccettabili. E abbiamo ancora Hanefi in carcere. Su questa vicenda il Governo italiano deve fare ancora di più di ciò che finora ha fatto…».

D. Cosa dovrebbe fare?

R. «Innanzitutto chiedere al Governo afghano che si conoscano i capi di imputazione contro Hanefi. Dobbiamo esigere la massima trasparenza. Che siano fatti conoscere al mondo intero i capi di accusa contro Hanefi. Ciò non è finora avvenuto, e questo è inaccettabile. Sono solo illazioni quelle di cui si parla. Hanefi ha diritto di difendersi: l'Italia è impegnata a costruire in Afghanistan un sistema giudiziario che prefiguri uno stato di diritto. Da questo punto di vista, la vicenda di Rahmatullah Hanefi è un banco di prova. Per tutti. A Kabul come a Roma».


Luogo:

Roma

Autore:

Umberto De Giovannangeli

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