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Governo Italiano

Intervista

Data:

27/05/2007


Intervista

«ln queste ore così critiche stiamo ancora lavorando perchè venga rimosso l’ “ultimatum” rivolto dal governo afghano ad Emergency. Una cosa è certa: una chiusura del governo di Kabul verrebbe letta, legittimamente, non solo come un atto di ostilità verso Emergency ma anche verso l’Italia. A sostenerlo è Patrizia Sentinelli, vice ministra degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale. Dobbiamo fare di tutto per far rientrare Emergency - sottolinea -. E’ questa la nostra priorità».

D. Il governo afghano ha dunque deciso di requisire gli ospedali gestiti nel Paese da Emergency.
R. «La situazione che si sta delineando determina uno stato di grande preoccupazione. Alla base di tutto c’è la confusione inaccettabile relativa alle condizioni di Rahmatullah Hanefi, che ancora resta privato della libertà senza che siano conosciute le motivazioni della sua detenzione; una detenzione che ad oggi appare del tutto fuori della legalità, nonostante le rassicurazioni in proposito ricevute dal ministro D’Alema nella sua recente missione in Afghanistan da parte del presidente Karzai. Certo è che se la situazione dovesse restare così incerta, confusa, problematica, anche la Conferenza sulla giustizia (in programma a Roma il 3 e 4 luglio prossimi, ndr.), verrebbe pregiudicata. In questo contesto, è evidente che non possiamo accettare che si possano utilizzare le strutture sanitarie di Emergency, affidando ad altri la gestione. Ciò sarebbe un gesto di ostilità nei confronti non solo di Emergency ma anche dell’Italia, che ha chiesto ripetutamente che si determinino le condizioni perché Emergency possa tornare ad operare così efficacemente e in modo così competente, come tutti, anche in Afghanistan e a partire dal governo afghano, hanno più volte ribadito».

Perciò abbiamo chiesto anche attraverso la nostra ambasciata a Kabul al ministro della Sanità afghano di non dare adito a strumentalizzazioni amplificando voci che vorrebbero data per conclusa la vicenda ospedali accelerando l'attuazione dell’ “ultimatum” e ipotizzando "soluzioni concordate" con il governo italiano che al momento non sussistono. Ragionare su "soluzioni-ponte" condivise dall'Italia non può voler dire avallare da parte nostra una chiusura del governo afghano a Emergency. In queste ore così difficili c’è il nostro impegno a far sì che la situazione non giunga ad un punto di rottura irrecuperabile: in ballo, lo ripeto, non c’è solo il rapporto tra Kabul ed Emegency, ma lo sviluppo delle relazioni tra il governo afghano e l’Italia».

D. A partire dalla conclusione della vicenda del rapimento di Daniele Mastrogiacomo, i rapporti tra Emergency e il governo di cui lei fa parte, si sono decisamente incrinati. Come rimediare?
R. «Per ciò che mi compete, ho lavorato intensamente per circoscrivere gli elementi di frizione; anche per questo motivo, e non solo per valorizzare come merita la struttura ospedaliera di Khartoum, sono stata presente alla inaugurazione avvenuta pochi giorni fa. Il valore di Emergency, la solidarietà concreta che ha saputo mettere in campo in tutto il mondo e in particolare nelle aree di conflitto, restano fuori di ogni dubbio. Emergency non è mai stata un problema, ma al contrario in molte situazioni di guerra e di sofferenza è stata la soluzione, almeno in parte, del problema».

D. Anche alla luce della vicenda-ospedali, come valuta la situazione in Afghanistan?
R. «Ritengo che abbiamo fatto bene a parlare di una nuova strategia da ridefinire al più presto. L’insicurezza e la povertà in Afghanistan continuano ad essere questioni prioritarie, e quando si è parlato di una Conferenza di pace, si sono evocate soprattutto queste problematiche, perché non si può continuare ad offrire solo, o prevalentemente, lo strumento militare. La sfida è quella della ricostruzione, e la conquista del consenso della popolazione civile, che certo non può reggersi sui bombardamenti indiscriminati».

D. In quella «diplomazia della solidarietà» di cui lei è propugnatrice, rientra anche Emergency?
R. «Certamente sì. La declinazione della solidarietà vuol dire cooperazione, aiuto pubblico allo sviluppo, ed esperienze di volontariato capaci di mettere in relazione le diverse espressioni della società civile, con una particolare sottolineatura dell’importanza di declinare questa diplomazia della solidarietà da un punto di vista di genere. A me pare questa una strada obbligata per la democrazia e la pace. Una strada su cui non si può non incontrare Emergency».

Autore:

Umberto De Giovannangeli

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