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Governo Italiano

Intervista

Data:

22/05/2007


Intervista

Il prossimo 14 giugno dovrebbe avere inizio la conferenza di riconciliazione somala. In previsione dell'incontro, Mogadiscio è stata teatro nell'ultima settimana di attentati contro i caschi blu ugandesi - quattro morti — e di attacchi nei confronti del Primo Ministro, Ali Mohamed Gedi, e del neo-sindaco della capitale, Mohamed "Dheere" Omar Habeeb. Se la guerriglia continua nella sua opera di destabilizzazione - l'intento è dimostrare come il governo transitorio non abbia il controllo della sicurezza a Mogadiscio – altrettanti problemi hanno le organizzazioni umanitarie. Il Programma Alimentare Mondiale, dopo l'ennesimo sequestro da parte di sedicenti pirati di una sua nave carica di aiuti umanitari, ha chiesto alla comunità internazionale di fare di più per garantire la sicurezza dei mari al largo della Somalia. Ne va a rischio la vita di decine di migliaia di rifugiati interni che hanno lasciato la capitale durante le sanguinose giornate di scontri tra Marzo ed Aprile. E' in questo contesto che si è svolta la missione diplomatica nel Corn d'Africa della viceministra degli Esteri, Patrizia Sentinelli. In un viaggio che ha toccato anche Etiopia e Kenya, Sentinelli si è recata sabato scorso a Mogadiscio. Questa è stata la prima visita di un'esponente del governo italiano in Somalia da anni.

D. La prima parte del viaggio è stata in Etiopia. Come sono andati gli incontri con il premier di Addis Abeba, Meles Zenawi, e con l’Unione Africana?

R. «I rapporti con l'Etiopia sono in evoluzione anche se permangono delle divergenze sulla via d'uscita dalla crisi somala; differenze che erano evidenti anche prima dell'intervento militare etiope di dicembre. Ad ottobre, durante una mia visita ad Addis Abeba, avevo già detto a Meles Zenawi che non vedevamo di buon occhio un'azione di forza in Somalia. Oggi all'Italia non interessa guardare a quanto accaduto, ma andare avanti e lavorare per la riconciliazione del Paese. E' per questo motivo, come ha anche ribadito il premier Romano Prodi a gennaio durante la sua visita in Etiopia, che vogliamo allargare il dialogo tra i somali a tutte le componenti della società, anche a quelle attualmente escluse dalle Transitional Federal lnstitutions (Tfi, istituzioni federali transitorie), e continuiamo a chiedere la sostituzione del contingente etiope con quello dell'Unione Africana. Addis Abeba ritiene che la cornice di riferimento debba restare quella del governo transitorio, cosi come facciamo noi. Meles Zenawi ci ha detto che l'organizzazione della conferenza di pace è a buon punto e che i somali sono tutti d'accordo. E' nell'interesse di entrambi i Paesi che la Somalia torni ad essere uno Stato indipendente e che l' Amisom, la missione di pace africana nel Paese del Corno d'Africa, sia messa in condizione di svolgere il mandato assegnatogli dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. A tale proposito l'Italia stanzierà dieci milioni di euro per il contingente di pace africano. Dall'Unione Africana ci dicono che sono in arrivo i soldati dal Burundi e dalla Nigeria che hanno appena finito di svolgere l'addestramento per il peacekeeping. L’Ua chiede alla comunità internazionale di essere messa in condizione di risolvere le questioni africane in autonomia. Questo è quello che anche noi auspichiamo e speriamo: che il nostro contributo economico serva a questo proposito».

D. Per la prima volta da anni un esponente del governo italiano ha messo piede a Mogadiscio. Com'è andata e quel è stato l'esito degli incontri con le autorità somale?

R. «Il viaggio a Mogadiscio è stato in dubbio sino all'ultimo momento perché le informazioni che avevamo parlavano del rischio di attentati con mine piazzate ai bordi della strada. Tuttavia, grazie ad un aereo dell'Unione Europea, siamo riusciti ad arrivare in Somalia e a tornare senza alcun rischio. Nella sede della presidenza somala, a Villa Somalia, abbiamo incontrato il presidente del governo transitorio, Abdullahi Yusuf, il premier Gedi ed altri esponenti governativi. Oltre ad essere molto soddisfatti della visita ufficiale italiana, Yusuf ha messo sul piatto una serie di aperture. Il presidente somalo ha infatti affermato che saranno ammessi alla conferenza di riconciliazione tutti coloro che saranno scelti dai propri clan. La formula del 4.5, già adottata durante il processo di pace, significa offrire una rappresentanza clanica proporzionale alla demografia del Paese. Abdullahi Yusuf ha aperto alla partecipazione delle Corti islamiche, purché scelte dai clan e purché rinuncino formalmente alla violenza e al terrorismo. Il nostro messaggio è stato di soddisfazione per l'apertura, ma chiediamo che alle parole seguano i fatti. Chiediamo che la scelta dei Delegati per la conferenza avvenga in maniera trasparente e libera da condizionamenti. L’impressione è che si stia tornando a guardare al ruolo dell'Italia con grande attenzione. Anzi, il nostro intervento è sempre più richiesto».

D. Come procede la preparazione della conferenza di riconciliazione?

R. «Il presidente Yusuf ha detto che la conferenza comincerà il 14 giugno senza nemmeno un'ora di ritardo. Noi lo speriamo. Durante la permanenza a Mogadiscio ho incontrato anche il presidente della conferenza, Ali Mahdi, che ci ha messo al corrente dei preparativi in corso: incontri in tutte le regioni della Somalia affinché i clan possano eleggere i propri rappresentanti. Tuttavia, su tremila delegati previsti, se ne attendono poco più della metà. Non è infatti sufficiente il tempo per raggiungere tutte le regioni somale. L’importante, ci ha detto Ali Mahdi, è che si avvii il processo e che il meccanismo sia messo in moto. Ancora più rilevante è che, dopo anni di conferenza all'estero, il tutto si svolga in Somalia».

D. Che ruolo potrà avere la società civile? Non rischia di restare esclusa da quegli stessi meccanismi e dinamiche claniche che hanno consentito il perdurare della crisi dal 1991 ad oggi?

R. «Questo è un problema aperto. Nei miei incontri con esponenti della società civile somala ho rilevato come anche loro vivano con disagio la definizione della rappresentanza politica attraverso i clan, o le cabile come si chiamano qui. La questione è come andare avanti. Oggi il compromesso politico ed il meccanismo passano attraverso la formula del 4.5. Una volta superata questa fase si potranno costituire dei partiti politici, arrivare a delle elezioni che mettano le logiche claniche da una parte. Del resto dobbiamo lavorare in prospettiva al fine di dotare la Somalia di istituzioni democratiche che siano rappresentative di tutte le istanze della popolazione e che possano garantire il governo del Paese. Anche per questo stiamo lavorando alla Farnesina alla preparazione di una conferenza delle donne somale, in applicazione della Risoluzione 1325 dell’Onu che chiede una partecipazione femminile nei processi di pacificazione. L’incontro si terrà il prossimo 13 giugno a Roma. Sono tutte iniziative che tendono ad aprire delle piccole finestre che potranno, questo il nostro auspicio, essere usate nel prossimo futuro».


Luogo:

Roma

Autore:

Emanuele Piano

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