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Governo Italiano

Intervista

Data:

28/09/2007


Intervista

«L’Occidente deve sostenere non solo politicamente ma anche economicamente il governo in esilio birmano guidato da Sein Win». Ad affermarlo è il sottosegretario agli Esteri con delega all’Asia Gianni Vernetti. L’Unità lo ha raggiunto telefonicamente a New York, dove Vernetti  è impegnato in una fitta serie di incontri, bilaterali e in sede multilaterale, per dare concretezza all’iniziativa italiana a sostegno dei monaci buddisti e della forze democratiche birmane. «Nei giorni scorsi - racconta Vernetti  - ho incontrato il primo ministro del governo birmano in esilio, Sein Win al quale ho ribadito il pieno sostegno dell’Italia. Il grande movimento popolare e nonviolento che sta manifestando in Myanmar per rivendicare diritti, libertà, democrazia va sostenuto con forza. L’Italia sta già facendo la sua parte. Di fronte alla brutale repressione condotta contro un movimento di protesta assolutamente nonviolento - afferma il sottosegretario agli esteri - occorre rivendicare il diritto-dovere all’ingerenza umanitaria».

D. Nonostante gli appelli della Comunità internazionale la Giunta militare birmana prosegue nella sua sanguinosa repressione contro i monaci buddisti e i giovani protagonisti della "Primavera birmana". Cosa intende fare l’Italia per sostenere le forze democratiche birmane?
R. «Innanzitutto cosa abbiamo già fatto. Nei giorni scorsi ho inoltrato a nome del governo italiano una protesta formale all’incaricato di affari dell’ambasciata birmana a Roma. Qui a New York, come in sede di Unione Europea siamo impegnati per realizzare la più ampia convergenza nel chiedere alle autorità birmane di porre fine ad ogni violenza e di avviare un serio confronto con la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, la cui liberazione, dopo anni di arresti domiciliari, è parte fondamentale di questo dialogo. Da subito chiediamo alle autorità militari di avere notizie sulle condizioni della premio Nobel per la pace: le notizie che giungono da Yangon sono inquietanti».

D. Come sostanziare questa presa di posizione?
R. «La linea è quella indicata nella decisione di Stati Uniti e Unione Europea di perseguire la strada delle sanzioni unilaterali per far desistere la Giunta militare dal proseguire nella brutale repressione di questi moti democratici e nonviolenti».

D. Quali potrebbero essere queste sanzioni?
R. «Potrebbero essere di natura politica, e consistere, ad esempio, nel rifiutare di concedere visti d’ingresso per i membri della Giunta militare. Ma le sanzioni dovrebbero essere anche di carattere economico: tra queste sanzioni potrebbe esserci il boicottaggio dell’esportazione di legno pregiato da parte birmana e la richiesta alle aziende europee di non investire nel Myanmar. Si tratta di sanzioni mirate, una linea rilanciata oggi (ieri, ndr.) sia dal vertice dei Paesi membri della Ue che da una risoluzione approvata all’unanimità dal parlamento europeo. Il messaggio è chiaro: l’Europa non intende chiudere gli occhi di fronte alla brutale repressione in atto in Birmania».

D. Cosa sta ricordando la "Primavera birmana" ad un mondo per troppo tempo disattento?
R. «Sta ricordando innanzitutto cosa è divenuta la Birmania dall’avvento al potere dei militari: un Paese retto da un regime che pratica la tortura, che fa spregio dei più elementari diritti umani, che reprime le minoranze anche utilizzando le deportazioni di massa, che usa massicciamente il lavoro forzato. Ma le centinaia di migliaia di persone che hanno sfidato in questi giorni i militari al potere, raccontano anche dell’esistenza dell’ “altra Birmania", capace di opporsi ad un regime dittatoriale con le "armi" della nonviolenza. E sarà proprio questa protesta disarmata a mettere in crisi la Giunta militare».

D. Ma esiste oggi un’alternativa politica al regime militare?
R. «L’alternativa esiste ed è rappresentata dal governo in esilio guidato dal primo ministro Sein Win. L’Occidente deve sostenere il governo Win non solo politicamente ma anche economicamente. La Birmania della speranza non va lasciata sola. L’Italia di certo non lo farà».


Luogo:

Roma

Autore:

Umberto De Giovannangeli

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