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Governo Italiano

Intervista

Data:

02/10/2007


Intervista

Un grande attivismo diplomatico «per portare la Russia e la Cina sulla nostra posizione nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e convincerli che la tutela di quel brutale regime è un danno politico ed economico»; un’azione da svolgere nei confronti dell’India «su cui noi, l’Europa e gli Stati Uniti abbiamo uno spazio da giocare» e, infine, un segnale molto chiaro: servono sanzioni unilaterali Usa-Ue per arrivare a una risoluzione Onu. Secondo il sottosegretario agli esteri Gianni Vernetti, appena rientrato dall’Assemblea delle Nazioni Unite di New York, è questa la strada per trovare la soluzione alla drammatica situazione della Birmania.

D. Ritiene che l’incontro di domani (oggi, ndr) tra il capo della giunta militare Than Shwe e l’inviato dell’Onu lbrahim Gambari possa aprire la via a una nuova iniziativa Onu?

R. “Finora la giunta militare birmana ha reagito con violenza e durezza e con un atteggiamento di chiusura nei confronti della comunità internazionale. Ovviamente attendiamo l’esito di questa missione, dopo la quale ci dovrà essere un nuovo incontro del Consiglio di sicurezza: quello sarà il luogo nel quale Italia, Ue e Stati Uniti valuteranno l’adozione di nuovi provvedimenti, a cominciare dall’inasprimento delle sanzioni”.

D. La via delle sanzioni è la più praticabile?

R. “Si, anche se purtroppo abbiamo davanti a noi, in ambito Onu, degli esempi negativi: a gennaio scorso la risoluzione sulla crisi in Birmania, presentata dalla Gran Bretagna e sostenuta dall’Italia, fu bocciata per un veto russo-cinese, ed era una risoluzione di condanna delle violenze, delle torture, della situazione di negazione dello stato di diritto, delle condizioni dei detenuti politici, della deportazione delle minoranze -ed era precedente a questa fase di inasprimento. Nel Consiglio di sicurezza rimane quindi l’incognita dell’atteggiamento russo-cinese. Se osserviamo il loro atteggiamento in queste ultime settimane, devo dire che la Cina ha mostrato di essere pronta a qualche prima apertura, che noi vogliamo cogliere tutta e positivamente: ha invitato la giunta militare a non usare la violenza e per la prima volta si è allontanata da una posizione di tutela del regime. Purtroppo non si può dire lo stesso della Russia, che vive una sorta di "sindrome cecena": non ha ancora superato quel trauma, soffre il  “peso” delle proprie minoranze etniche e, si tratti di Birmania, Kosovo o Darfur, tende ad anteporre l’assoluta sovranità nazionale alla tutela dei diritti”.

D. Qual è invece il ruolo dell’India?

R. “L’India è nella posizione più grave a mio parere: la più grande democrazia al mondo, con cui siamo legati da una partnership strategica politica ed economica, un paese con una coalizione di governo di centrosinistra, di alleanza fra sinistra e Partito del congresso (peraltro, proprio la settimana prossima, il ministro D’Alema vi si recherà in missione), se ne sta in silenzio e questo è il silenzio più inquietante. È un paese che ha una forte influenza in Birmania e una sua azione decisa nei confronti di quella giunta potrebbe dare nuovi risultati. La Ue può fare molto in questo senso: deve far capire all’India che il suo atteggiamento è miope- perla competizione con la Cina sul territorio, l’influenza sulle forniture energetiche”.

D. L’Asean (l’organizzazione che riunisce i paesi dei Sudest asiatico), invece, ha protestato contro il regime birmano.

R. “Sì, e questa è una novità positiva, visto che il suo principio è sempre stato quello della non interferenza: per la prima volta, invece, ha denunciato con forza la giunta militare birmana, le sue azioni di violenza. Su questa strada, ritengo che anche la Thailandia, potrà svolgere un ruolo positivo: anche se il colpo di stato di un anno fa ha fatto sì che non fosse più un interlocutore, è un paese che, con i suoi duemila chilometri di confine con la Birmania e decine di migliaia di profughi, potrebbe avere un nuovo peso, visto che il 23 dicembre si voterà e ci sono elevate possibilità che il Democratic party vinca”.

D. Lei pensa che anche la via dell’embargo delle armi sia da seguire?

R.“Credo che saremo comunque obbligati ad andare verso un regime di embargo e di sanzioni unilaterali decise dall’Unione europea e dagli Usa. Anche se normalmente si ritiene che così si rischia di danneggiare la popolazione io credo, avendone già parlato con i rappresentanti del governo birmano in esilio, i quali concordano pienamente sull’inasprimento delle sanzioni economiche e politiche, che in questo caso non ci sarà nessun impatto sulla popolazione, che vive già in condizioni di sottosviluppo. E credo che si debba sempre tenere alta l’attenzione su quello che accade: da un lato continuare l’azione diplomatica per portare gli altri paesi sulla nostra posizione, dall’altro promuovere iniziative di sostegno dell’opposizione birmana, dei profughi, del National Council government of Union of Burma (Ncub) e mettere in cantiere azioni concrete di aiuto economico e logistico. L’Italia, peraltro, sta anche per convocare alla Famesina i rappresentanti delle imprese che commerciano in Birmania per discutere”.

D. Sono previste altre iniziative italiane?

R. “Abbiamo appena deciso di aumentare la nostra rappresentanza a Rangoon: l’Italia invierà due diplomatici in più, sia per far fronte ad eventuali crisi che per aumentare le nostre capacità di monitoraggio e il rapporto con l’opposizione democratica”.


Autore:

Valentina Longo

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