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Governo Italiano

Intervista

Data:

10/10/2007


Intervista

Numerosi e antichi sono i vincoli che uniscono i paesi europei e quelli della riva sud del Mediterraneo: Ma alla «alternativa mediterranea», come contrappeso a una cultura e una politica atlantista egemonizzata dagli Stati Uniti, si oppongono il drammatico squilibrio economico tra nord e sud e il nodo irrisolto della questione palestinese. Come sta evolvendo la situazione e qual’è il ruolo dell’Italia in questo complesso mosaico? Ce lo siamo chiesto prendendo lo spunto da un volume uscito di recente a cura di Franco Cassano e Danilo Zolo, L’alternativa mediterranea (pp. 656, euro 40, Feltrinelli). L’altro ieri abbiamo ospitato il parere di diversi esperti e quello del ministro della Cultura egiziano Farouk Hosny. Ecco oggi il pensiero del nostro ministro degli Esteri, Massimo D`Alema.

D. In passato ci sono stati numerosi piani, programmi, conferenze e forum euro-mediterranei che però hanno conseguito solo  risultati limitati. Lei ritiene che l’attuale momento storico possa essere propizio per la nascita di una «alternativa mediterranea» che non sia solo, come è stato detto, «il fianco orientale dell’impero atlantico»?
R. «Guardi, bisogna innanzitutto muovere da tutto ciò che è stato fatto sino ad oggi nel contesto europeo, che non è poco. Fin dagli anni `60 l’Unione Europea sviluppa una convinta politica mediterranea, di cui l’Italia è tradizionale paladina. Tuttavia, questa politica rischia di stemperarsi. La Dichiarazione di Barcellona del 1995 segnò un punto di svolta, avviando un partenariato a tutto tondo, basato su dialogo politico, cooperazione economica, sociale e culturale fra gli Stati membri dell’Unione Europea ed i Paesi della sponda sud. Certo, oggi il Partenariato euro-mediterraneo appare sbilanciato: il peso dell’Unione Europea è preponderante e i partner della sponda sud sono divisi. Penso non solo, naturalmente, all’irrisolto conflitto arabo-israeliano, ma anche alle divergenze fra Algeria e Marocco, alla divisione di Cipro, e così via.

«Credo che il Partenariato euro-mediterraneo potrà essere davvero rilanciato se sapremo dare risposte concrete nei settori cruciali per avvicinare i popoli delle due sponde: sviluppo, migrazioni, terrorismo, energia, ambiente. In questo quadro, è fondamentale il ruolo che potranno avere le società civili nella costruzione di un’identità mediterranea, basata sulla comprensione dell’altro e sulla consapevolezza della complessità del mondo mediterraneo, dove anche componenti minoritarie hanno storicamente trovato un proprio spazio e hanno contribuito a plasmare la fisionomia della regione.
«Fra l’altro, mi lasci ricordare che, come gli ideatori della Dichiarazione di Barcellona avevano ben compreso, la sponda sud non coincide con il mondo arabo-musulmano, contrariamente a un certo stereotipo corrente: abbraccia Paesi in cui convivono lingue, culture e religioni diverse, un mosaico che confidiamo possa ogni giorno di più improntarsi al criterio del rispetto dell’identità di ciascuno».

D. Nel volume dal quale prendiamo spunto si traccia un profilo interessante dei pensatori politici che nei Paesi musulmani sono impegnati in una nuova riflessione su temi finora estranei alla cultura islamica: come i diritti civili, il «costituzionalismo» nei Paesi arabi, l’emancipazione femminile. Ritiene lei che un’evoluzione del pensiero islamico su questi punti potrà facilitare i rapporti dell’Europa con la riva sud del Mediterraneo?
R. «Il "pensiero islamico" è una categoria assai vasta e solo a prezzo di semplificazioni si può affermare che i temi del costituzionalismo o dei diritti della persona le siano stati "estranei" in passato. I movimenti femminili egiziani, ad esempio, datano dall’inizio del secolo scorso. E’ vero, tuttavia, che il dibattito è oggi più vivo ed è andato crescendo in parallelo a una crescita complessiva della società civile nel mondo islamico, che è uno dei fenomeni più interessanti degli ultimi anni. Credo si tratti anche di una conseguenza delle nuove tecnologie di comunicazione, e, più in generale, di una più stretta interdipendenza fra paesi e popoli che è propria della nostra epoca. Sono convinto che questo dibattito non solo faciliti i rapporti fra Europa e Mediterraneo, ma sotto molti aspetti sia esso stesso il riflesso positivo di un incremento di questi rapporti, sul piano culturale, economico, migratorio, studentesco. Dialogo significa stimolo e migliore conoscenza reciproci: è un segno che il Mediterraneo non è solo geografia, ma è ancora quella grande rete di idee, tradizioni, sensibilità e talenti che ha prodotto alcune delle più grandi civiltà della storia. Da questo punto di vista, l’idea francese di prospettare una "unione mediterranea" mi pare debba partire dall’esistenza di un’unità nella diversità nel mondo mediterraneo, dimostrata proprio da un grande intellettuale francese, Fernand Braudel».

D. L’Italia è il primo partner commerciale europeo dei Mediterraneo. L’anno scorso le vendite del made in Italy verso i Paesi mediterranei non europei sono cresciute del 7% (del 15% verso Israele). Questa posizione economica forte privilegia il nostra Paese nel promuovere pace e cooperazione nell’area del Mediterraneo?
R. «Il dato commerciale è sicuramente importante e ci conforta, ma noi ci stiamo impegnando affinché sia parte di un quadro più vasto di rapporti. Credo che l’aumento dell’interscambio dipenda anche dall’elevato capitale di credibilità politica, economica e culturale di cui gode l’Italia nella regione. I nostri vicini del Sud del Mediterraneo sanno di avere nell’Italia un partner affidabile, che non coltiva egemonismi ed il cui primario interesse è la promozione della pace e della cooperazione. Il ruolo italiano in questo campo è rispettato e perfino ricercato, perché abbiamo rinvigorito quell’attenzione e quella speciale sensibilità verso l’area mediterranea che sono state una costante storica della nostra politica estera».

D. Questo sembra essere un momento promettente, ma sempre estremamente delicato, per la pace in Medio Oriente. Il mese scorso, a Mantova, lo scrittore israeliano David Grossman ha detto «Bisogna coinvolgere Hamas, altrimenti ogni tentativo di pace rischia di fallire». Ha ragione Grossman? Lei, che sta dedicando tanta energia alla questione palestinese, ritiene di poter esprimere ottimismo?
R. «Ci troviamo effettivamente in una fase delicata e forse decisiva. Anche nella prospettiva dell’incontro internazionale promosso dagli Stati Uniti, si è riaccesa la speranza di mettere in moto un processo negoziale che schiuda concrete prospettive politiche, che saldi la questione dell’edificazione di uno stato palestinese indipendente alle prospettive di stabilizzazione regionale aperte dal Piano di pace arabo. Questo è di per sé uno sviluppo importante e positivo, anche se è d’obbligo astenersi, quando si tratta della pace in Medio Oriente, da facili ottimismi. Le difficoltà sono numerose, ed una riguarda proprio Hamas.
Anch’io sono convinto, come hanno detto Grossman, Oz e altri intellettuali israeliani, che se si vuole costruire una pace durevole occorrerà, naturalmente a precise condizioni, cercare di coinvolgervi Hamas, che è una componente rilevante della popolazione palestinese. Dovremmo tuttavia agire con gradualità, cominciando col riconoscere che non tutto dipende da noi. Il processo negoziale dovrà riguardare esclusivamente coloro che aderiscono con lealtà e senza riserve mentali alla prospettiva dei due Stati che convivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza. Oggi Hamas non è su queste posizioni e, anche se auspichiamo che vi approdi e che ritrovi un terreno comune d’intesa nella legalità con le altre forze palestinesi, il massimo che si può sperare, per ora, è che si delinei un’intesa di fatto per una tregua a lungo termine e per garantire un corridoio umanitario per Gaza. Sarebbe già un risultato su cui innestare passi successivi.
«Comunque sulla questione israelo-palestinese sembrano aprirsi nuove prospettive. Ci sono comprensibilmente grandi aspettative sull’incontro internazionale convocato dagli Stati Uniti per novembre. Si tratta, credo, di un’occasione da non perdere, anche per dare maggiore credibilità alle componenti palestinesi moderate che risulterebbero certamente molto rafforzate se dalla Conferenza dovesse scaturire un quadro organico e realistico per la conclusione di un vero e proprio "accordo" di pace e non semplicemente il rilancio del "processo" di pace».


Autore:

Elena Doni

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