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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

02/11/2007


Dettaglio intervista

Domani è la giornata del Forum della cooperazione promosso dal Ministero degli Affari Esteri. Abbiamo chiesto alla viceministra degli Esteri Patrizia Sentinelli di farci una panoramica sulle questioni in agenda, partendo dalla Finanziaria. Preoccupata per i segnali di nuovi tagli ai fondi l’Aiuto allo sviluppo, le Ong, e le reti raccolte dagli "Stati generali per la Solidarietà e cooperazione internazionale" hanno manifestato nei giorni scorsi davanti a Palazzo Chigi. «L’anno scorso parlammo di una legge di bilancio che invertiva una tendenza. Dopo i tagli del 2006, che intervenivano in una situazione pessima, eravamo arrivati alle briciole: i tagli riguardavano i contributi alle Ong e venivano disattesi gli impegni presi in sede internazionale. Con l’ultima Finanziaria ci avvicinavamo agli altri Paesi donatori - senza contare alcuni contributi straordinari come il pagamento dei debiti al fondo globale perle pandemie - quello noto come fondo per l’Aids. Era uno sforzo significativo che segnalava un’attenzione nuova. Oggi, dopo gli impegni del Dpef ad arrivare allo 0,33% del Pii, torniamo indietro. Non voglio fare polemiche, ma il mio incarico istituzionale mi obbliga a dire che non siamo all’altezza di quello che occorre fare e dei nostri impegni con le istituzioni internazionali».

D. Negli ultimi anni la povertà, il riscaldamento globale e altri grandi temi sono tornati al centro del dibattito internazionale e persino nell’agenda politica dei governi. Al Gore ha vinto il Nobel per la pace e Blair - per far dimenticare il resto della sua politica estera - si è impegnato contro la povertà. Persino Sarkozy parla di rivoluzione ecologica, ma in Italia questo tipo di tematiche sembrano rimbalzare. Appaiono una settimana con titoli allarmanti sui quotidiani e poi scivolano via.
R. «In Italia la lotta alla povertà, l’ambiente, gli obiettivi del millennio sono ai margini dell’agenda politica, sono fiori all’occhiello. E invece, a cominciare dalla cooperazione, dovrebbero stare al centro. Non lo dico per fare lobby, sono temi che ci riguardano. Faccio un esempio pratico: a Pretoria, in Sud Africa abbiamo visitato progetti di ricerca medica che finanziamo. Ci hanno parlato della ricomparsa della Tbc resistente. Per portarla in Europa basta un turista. E la deforestazione in Africa ci interessa? L’effetto serra non si alimenta anche così? E l’acqua come diritto?».

D. Eppure la cooperazione allo sviluppo, o l’aiuto pubblico, restano fuori dall’agenda politica italiana.
R. «I fondi non sono l’unico elemento della qualità dell’aiuto allo sviluppo - anche se senza soldi non si va lontani. La cooperazione attraversa da tempo una crisi di progetto. Gli obiettivi del Millennio dell’Onu parlano di traguardi da raggiungere in tutto il mondo per quanto riguarda la sanità, l’istruzione, la partecipazione, l’accesso ad alcuni diritti. Quegli obiettivi sono lontani dall’essere raggiunti, ce lo ricordiamo ogni volta che celebriamo la giornata mondiale del diritto al cibo o dell’acqua i numeri pubblicati ce lo ricordano. Proprio per questo occorrono più unità d’intenti e pianificazione e meno interventi emergenziali. Non dobbiamo chiudere pagine ma darci priorità nuove. Occorre ripensare un progetto, a partire da una nuova normativa, la legge del 1987 ci parla di un mondo lontano».

D. A che punto è la nuova normativa?
R. «La legge delega è in Parlamento e credo che dopo l’approvazione della Finanziaria dovrebbe andare in aula. Bisogna fare in fretta: c’è da creare un fondo unico (oggi i fondi vengono distribuiti e gestiti in autonomia tra diversi ministeri, ndr), e garantire che progettazione, indirizzo spettino a una figura dedicata del ministero degli Esteri. Si possono attribuire i fondi anche a diversi ministeri, ma poi la gestione deve seguire un filo coerente. Credo che per l’efficacia del lavoro di cooperazione allo sviluppo sarebbe utile anche la creazione di un’agenzia - tema difficile visti alcuni fallimenti precedenti. La politica deve dare gli indirizzi, ne ha gli oneri e la responsabilità, la gestione operativa va data ad un’agenzia che snellisca le pratiche, acceleri i tempi, sburocratizzi. Penso a un ente pubblico efficiente come ne esistono in altri Paesi europei».

D. E la società civile che ruolo ha in tutto questo?
R. «In questi mesi abbiamo parlato e cercato di coinvolgere tutti. Siamo insieme a chiedere più fondi, dialoghiamo sulla normativa, abbiamo dialogato con quella realtà che interviene nel Sud in maniera speciale che è il commercio equo. Anche per questo penso che Ong e società civile più in generale - debbano contribuire a questa rimessa in discussione dell’idea di cooperazione, stare dentro a questo progetto, superare la logica dei micro interventi scollegati gli uni dagli altri. Si rischia di moltiplicare le piccole gocce o di arrivare in ritardo, o addirittura a emergenza finita. E qui c’entrano anche i tempi della burocrazia. Nessuno è perfetto: il governo deve fare meglio, le Ong lo stesso. Lo dico proprio perché penso al ruolo della società civile come indispensabile».

D. Parliamo di Africa, cosa hai visto durante i tuoi viaggi, che classi dirigenti e che società civile hai incontrato?
R. «La mia prima visita è stata in Gambia, al vertice dell’Unione africana. Con tutti i limiti e le debolezze devo dire che ho trovato un’istituzione viva. Certo, con il coinvolgimento di parlamenti e altre istituzioni potrebbe essere più forte e rappresentativo. A volte ho incontrato leadership molto preparate, formate nelle grandi università e che però rischiano un certo grado di separazione dalla società che governano. Rafforzare la società civile, favorire la partecipazione serve proprio a colmare questa frattura. O anche fermare la fuga di cervelli: se le teste, i laureati scappano non ci saranno mai classi dirigenti cresciute in loco. Parlando di società civile, le reti che ho visto al Social forum di Nairobi mi hanno impressionato: dagli agricoltori a quelli che si occupano del futuro delle città, dell’urbanizzazione».

D. Per concludere cosa ti aspetti dal Forum di domani?
R. «Cominceremo con lo sguardo eccentrico portato da alcune figure autorevoli a cui chiediamo degli input (Vandana Shiva, Predrag Matvejevic, AminataTraoré e altri), dialogheremo con i rappresentanti delle istituzioni internazionali, con gli enti locali, le Ong. Penso a un appuntamento di scambio e incontro che serva a rimettere al centro questi temi e rilanci il rapporto con la società civile».


Luogo:

Roma

Autore:

Martino Mazzonis

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