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Governo Italiano

Intervista

Data:

14/11/2007


Intervista

ROMA. Un accordo che è il punto d’arrivo di un lungo e delicato lavoro diplomatico, ma anche il punto di partenza per rafforzare e consolidare un rapporto di partenariato con l’Algeria. Approvvigionamento energetico per il nostro Paese, quindi, ma anche creazione di importanti spazi per le nostre imprese nella riva meridionale del Mediterraneo. Il ministro degli Affari esteri e vice premier Massimo D’Alema è stato uno degli artefici di questo accordo storico, ma è soprattutto uno dei convinti sostenitori dell’apertura di una nuova stagione di scambi politici, economici e culturali nel mediterraneo.

D. Ministro D’Alema, l’accordo con il governo di Algeri sembra rafforzare il sistema bipolare di approvvigionamento energetico del nostro Paese: Gazprom da una parte e Algeria dall’altra. Secondo lei, che prospettive si creeranno con il nuovo accordo?
R. «Noi cerchiamo di rafforzare i nostri rapporti con i due partner fondamentali che lei ha citato, ma cerchiamo anche di aprire e seguire nuove strade. Per esempio: l’accordo con il Qatar, una volta completato il rigassificatore di Rovigo, dovrebbe portarci una quantità di gas equivalente al 10% del fabbisogno nazionale. Non dimentichiamo poi la Libia. Insomma, poiché noi da un punto di vista energetico siamo dipendenti, noi cerchiamo di trasformare questa dipendenza in un rapporto di interdipendenza con i paesi dai quali acquistiamo la materia prima. E direi che il rapporto con l’Algeria, cioé questo tipo di interdipendenza, ha avuto finora un successo particolare».

D. Per quali motivi?
R. «Non soltanto perché l’Algeria è un fornitore affidabile dal punto di vista delle quantità della materia prima fornite e dei prezzi. Ma perché il nostro essere acquirenti di gas e di petrolio dall’Algeria è accompagnato da una fortissima compenetrazione economica.
Pensi che in Algeria, negli appalti pubblici, c’è persino una quota riservata alle imprese italiane. Quindi gli interessi italiani in quel paese sono davvero rilevanti. Sta poi per partire un programma di sviluppo infrastrutturale ed economico con investimenti per sessanta miliardi di dollari... Io penso che questo scenario si rafforzerà e consoliderà con la realizzazione del gasdotto Galsi».

D. Quanto di questo gas potrebbe fermarsi in Sardegna?
R. «Dipende dalla domanda di energia della Sardegna. Siccome il gas passerà nell’isola prima di arrivare sul continente, credo che la Sardegna avrà la possibilità di attingere a questa risorsa nella misura delle sue opportunità e delle sue necessità economiche».

D. Il quadro economico algerino appare solido e caratterizzato, in termini finanziari, da indicatori positivi. Nel 2005 ha registrato addirittura una crescita del Pil del 4,8%. Secondo lei, quanto potrà pesare l’instabilità interna creata dalle nuove formazioni terroristiche legate a Al Qaida?
R. «Noi siamo preoccupati. Non è tanto un problema di instabilità politica interna, perché non mi pare ci sia un’alternativa politica all’attuale governo. L’attuale maggioranza ha vinto le elezioni con una partecipazione limitata alle urne, intorno al 35% degli aventi diritto al voto. E’ quindi chiaro che esiste un distacco tra le istituzioni e una parte larga del paese. E proprio qui agisce il fondamentalismo religioso. La minaccia è perciò di natura terroristica.
Io penso che la presenza di Al Qaida nel Maghreb sia estremamente preoccupante. E’ una minaccia anche per noi, perché questo tipo di rete terroristica può mettere le radici nelle comunità maghrebine in Europa. L’unica strada da seguire è quella di una forte collaborazione tra i paesi europei e i paesi del Maghreb: nel campo della sicurezza, della prevenzione e della cooperazione delle forze di polizia. Più che un problema interno dell’Algeria, dunque, io parlerei di una minaccia regionale che tocca tutti i paesi dell’area. Anche noi».

D. Da circa due anni è in crescita il fenomeno degli harraga algerini che sbarcano in Sardegna. Esiste un programma con il governo algerino per arginare il flusso dei clandestini?
R. «Questo è uno degli argomenti di discussione in agenda. Devo dire che su questo fronte noi abbiamo esperienze positive con diversi paesi. Con la Tunisia, per esempio. Mentre abbiamo problemi aperti, anche molto rilevanti, con la Libia. C’è poi l’esperienza positiva con l’Albania, dove la collaborazione tra i due paesi ha posto fine al problema dei flussi di clandestini. L’Algeria non ci ha ancora posto finora grossi problemi, nel senso che le dimensioni del fenomeno sono ancora molto ridotte. Vorrei ricordare che noi ci sforziamo da tempo di spiegare che, su questo fronte, è necessaria una politica europea comune. Inoltre abbiamo concluso con l’Algeria un accordo di cooperazione in materia di lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione illegale. Accordo già ratificato dall’Italia e speriamo possa presto esserlo anche dall’Algeria».

D. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha recentemente lanciato l’idea dell’Unione Mediterranea, nella quale Parigi sembra porsi come protagonista, come interlocutore privilegiato.
R. «Sarkozy ha lanciato la proposta di un’Unione Mediterranea, ma in verità mi pare che le reazioni di alcuni paesi mediterranei siano state improntate a una certa cautela, anche perché si vuole capire bene quali siano i contenuti dell’iniziativa francese. Noi non siamo contrari per principio. Si tratta però di discutere seriamente cosa questa proposta può voler dire. L’impostazione giusta al problema a me sembra debba essere quella di rafforzare la politica europea nel Mediterraneo perché il baricentro dell’Europa deve spostarsi verso sud».


Autore:

Piero Mannironi

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