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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

17/11/2007


Dettaglio intervista

«Il punto critico è rimasto irrisolto». Le posizioni di Belgrado e Pristina rimangono confliggenti, diametralmente opposte. Anzi, con l’avvicinarsi della fine dei negoziati serbi e albanesi del Kosovo hanno sgomberato il campo da ogni proposito di mediazione. Ognuno esibisce le proprie ragioni, ognuno pone dei paletti: i serbi rifiutano la piena sovranità kosovara, l’elite politica di Pristina è determinata a chiudere la vicenda e pensa, nemmeno così velatamente, a un’indipendenza unilaterale. Che potrebbe arrivare, secondo quanto riferito qualche giorno fa da Hachìm Thaci, un passato da capo politico dell’esercito di liberazione kosovaro e un probabile futuro da primo ministro «subito dopo la fine dei negoziati». Vale a dire dopo il dieci dicembre, giorno che sancirà la chiusura della fase negoziale gestita dalla trojka euro-russo-americana.
Partita chiusa? «Non del tutto», assicura il sottosegretario agli esteri Famiano Crucianelli, incontrato da Europa alla camera dei deputati, senza però nascondere che ci si trova «davanti a un bivio», che potrebbe produrre «incertezza e destabilizzazione non solo nel Kosovo, ma in tutta la regione balcanica». Reduce da una missione che lo ha portato, l’otto e il nove novembre scorsi, a Belgrado e Pristina, Crucianelli sostiene: «Confidiamo ancora in una soluzione condivisa, in un accordo soddisfacente a riguardo del futuro status del Kosovo».

D. Prima tappa dei viaggio, Belgrado. Sottosegretario, cosa dicono i serbi?
R. «Negli incontri con il primo ministro Vojislav Kostunica, con il vice Bozidar Djelic e con il ministro per il Kosovo Slobodan Samardzic è emerso come Belgrado consideri possibile e auspicabile un’intesa, ribadendo comunque che la Serbia pretende di mantenere il controllo delle frontiere e la politica estera, ispirandosi al modello Hong Kong, che Kostunica ripropone per il Kosovo. È anche vero però che i serbi, in maniera più esplicita che in passato, evidenziano tutte le possibili conseguenze della concessione, su base etnica, dell’indipendenza al Kosovo, che avrebbe ricadute nella Repubblica Srpska (l’entità serba della Bosnia, che minaccia la secessione, ndr) e nelle aree della Serbia che registrano la presenza di rilevanti minoranze: la vallata di Presevo (albanesi), il Sangiaccato (musulmani) e la Vojvodina (ungheresi)».

D. Ritiene davvero possibile questo scenario?
R. «Potrebbe prodursi spontaneamente, anche senza una "regia". Il punto è che la Serbia, anche grazie all’azione diplomatica italiana, ha l’occasione di avvicinarsi all’Ue (Bruxelles e Belgrado hanno riaperto i negoziati perla firma degli accordi di associazione e stabilizzazione, ndr). Si tratta di una scommessa storica e a Belgrado non gioverebbe l’instabilità, che rischia di riportare indietro le lancette della storia, favorendo il partito radicale di Seselj e Nikolic - vecchi alleati di Milosevic - e mutando il quadro politico interno. È invece importante che si riaffermi, alle presidenziali di gennaio, che saranno un passaggio politico cruciale, l’attuale presidente Boris Tadic».

D. Seconda tappa, Pristina.
R. «Anche li si vota, anche lì ci si trova davanti a un appuntamento importante, per giunta a ridosso della fine dei negoziati. L’impressione maturata nei colloqui con i politici kosovari non è stata incoraggiante. A Pristina ritengono che solamente un miracolo favorirebbe la soluzione positiva dei negoziati. Ovviamente, l’unico orizzonte contemplato da Pristina è l’indipendenza, piena».

D. Ritiene sia ancora possibile mediare tra le parti?
R. «Non bisogna darsi per vinti. Wolfgang Ischinger, il rappresentante tedesco nella trojka, sta svolgendo un buon lavoro. Cercando di ottenere il massimo da una situazione complessa, i cui esiti rischiano di ripercuotersi in Europa e prim’ancora da noi in Italia. Anche perché in Kosovo  c’è una situazione sociale drammatica, con una disoccupazione altissima e un apparato criminale molto robusto. È importantissimo che l’Ue mantenga la propria unità, dal momento che avvicenderà le Nazioni Unite, assumendo la gestione della missione in Kosovo. La compattezza dell’Ue è indispensabile, se si vuole evitare che la nuova fase diventi ingestibile. Bisogna ricordare che quella di Pristina non è una situazione a sé, un caso isolato. Tutt’altro, il dossier kosovaro si lega alla situazione generale dei Balcani, al processo di integrazione della Serbia e all’essenza stessa dell’Europa, che non può permettersi scivoloni dopo avere raggiunto un obiettivo fondamentale come l’intesa di Lisbona sul nuovo trattato europeo».


Luogo:

Roma

Autore:

m.t.

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