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Governo Italiano

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Data:

12/12/2007


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Il Kosovo, come ampiamente previsto, è tornato prepotentemente al centro dell’agenda internazionale. Le accelerazioni negoziali alla ricerca di una soluzione concordata hanno percorso il loro cammino.
Dapprima con l’inviato speciale dell’Onu Martii Ahtisaari; negli ultimi mesi con una trojka formata da Ue, Usa e Russia.
Tra chi voleva concedere l’indipendenza e chi voleva solo e nient’altro che quella, non è stato possibile trovare un punto d’incontro: neanche con le formule più raffinate della diplomazia.
Ciò non deve e non può significare andare allo scontro. Questa è la sfida che si pone ora alla comunità internazionale e in primis all’Europa, di cui i Balcani occidentali rappresentano un pezzo di storia attiva e non solo un vicino tumultuoso e complesso.
L’Ue dovrà assumersi responsabilità crescenti sulla gestione coordinata dell’indipendenza di Pristina, che appare da tempo l’esito di un’aspirazione posta su un piano inclinato a essa favorevole. Belgrado ha infatti perso la sovranità sulla provincia a maggioranza albanese già nel 1999.
Nell’assecondare questa forza di gravità a vantaggio dell’emancipazione del Kosovo, il nostro continente dovrà essere capace di gestire gli eventi e non di inseguirli, così come accadde in quell’area negli anni Novanta, con esiti drammatici.
Che la questione rivesta un carattere profondamente europeo è stato ben evidenziato in questi mesi; da ultimo, dall’alto profilo assunto dal negoziatore europeo della trojka, il tedesco Wolfgang Ischinger.
Nell’immediato futuro, sarà una missione Ue nell’ambito della Pesd, come indicherà il prossimo vertice europeo, a raccogliere gran parte del testimone lasciato dall’Onu in Kosovo e a garantire una fase transitoria - probabilmente non breve - che dovrà passare da un’indipendenza coordinata a un’indipendenza sorvegliata e infine a un’indipendenza senza aggettivi.
Le latenti tensioni nella provincia e le possibili ricadute su altre regioni dell’area vanno contenute all’interno di una prospettiva regionale e d’ampio respiro, che non può non essere quella di una concreta integrazione dei Balcani nei meccanismi politici, economici e sociali di Bruxelles.
Questo è un aspetto che è stato da tempo perseguito con forte determinazione dall’Italia, anche quando molte capitali europee, in una fase di stanchezza da allargamento, apparivano sorde a tale ipotesi.
Nel muoverci in questo scacchiere complesso, dovremo tenere presenti alcuni elementi da non sottovalutare.
Il mancato esercizio della sovranità serba sul Kosovo non deve comportare l’equazione che la perdita di Pristina sia indolore per Belgrado e che ciò sia l’inevitabile punizione per quanto compiuto da Milosevic a suo tempo.
Umiliare Belgrado non è nell’interesse di nessuno, così come riteniamo che sia errato per la Serbia recriminare sul passato piuttosto che concentrarsi sulle possibilità di una futura integrazione europea.
Accompagnare la Serbia nel consesso europeo è per l’Italia (e per fortuna per un numero sempre maggiore di paesi Ue) un’opzione adeguata e virtuosa.
Per tale motivo la nostra diplomazia s’è battuta per lasciare aperta la porta dell’Ue a un paese, la Serbia, che per storia, cultura e dinamismo economico vi appartiene. Oggi in potenza e speriamo presto nei fatti.
Alla disintegrazione dell’ex Jugoslavia l’Europa deve rispondere con un’offerta d’integrazione, che coinvolga tutta l’area. Non è certamente questa la regione sulla quale sfogare i nostri esercizi di stanchezza per nuovi allargamenti dell’Ue. Parliamo dell’altra sponda dell’Adriatico, un mare che per noi italiani e anche per gli altri popoli europei deve essere un luogo d’incontro e interscambio, non un limes che divide la stabilità dall’instabilità.
Anche perché quest’ultima di norma è contagiosa.
La Serbia deve seguirci su questo percorso.
Da parte nostra dobbiamo fare in modo che le componenti democratiche della Serbia, più inclini a questa offerta, non subiscano da Pristina uno schiaffo, conseguenza di un calendario non ragionato e non concordato, del quale beneficerebbero i nazionalisti e i nostalgici di Belgrado.
Se la Serbia crede in questa scommessa, dovrà dimostrarlo cooperando con Bruxelles e svolgere un’azione moderatrice sulle altre aree a rischio.
Penso, in particolare, alla componente serba della Bosnia (la repubblica Srpska), frutto dell’ardita e complessa architettura definita con gli accordi di Dayton.
L’Europa, dal canto suo, dovrà accompagnare Belgrado senza indulgere nella tentazione di leggere negli sviluppi della situazione il pretesto per mantenere Belgrado fuori dall’Europa. Belgrado deve sì aiutarci ad aiutarla, ma lo sforzo europeo deve essere sincero e comprensivo.
Sarà poi essenziale il messaggio che arriverà dall’Occidente e da Mosca. Quest’ultima non dovrà utilizzare i Balcani quale tassello per manifestare le sue irritazioni e l’Occidente, in primo luogo l’Europa, dovrà farsi interprete di una rinnovata attenzione a non far sentire Mosca nell’angolo.

Luogo:

Roma

Autore:

Famiano Crucianelli

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