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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

17/02/2008


Dettaglio intervista

Un messaggio a Belgrado: «La Serbia insegue una idea fuori dalla realtà, ovvero la possibilità di riaffermare in qualche forma una sovranità sul Kosovo persa dieci anni fa e mai più riconquistata». Un messaggio. E un impegno che motiva il riconoscimento da parte dell’Italia dell’indipendenza del Kosovo: «L’Italia non può fare come Ponzio Pilato. Per noi il Kosovo e i Balcani sono una priorità strategica, lì abbiamo impegnato quasi tremila militari. Un impegno a cui non solo non vogliamo venir meno ma che intendiamo rilanciare». A parlare è Famiano Crucianelli, sottosegretario agli Esteri con delega per i Balcani.

D. Oggi il Kosovo proclamerà la sua indipendenza. Per l’Italia è una sconfitta, una minaccia o cos’altro?
R. «Innanzitutto bisogna dire che l’indipendenza del Kosovo è il prodotto di eventi che sono maturati nel corso degli ultimi dieci anni, non è un fatto che appartiene alla politica o alla diplomazia di questi ultimi mesi. Detto questo, noi avremmo auspicato una soluzione diversa, ma i fatti sono stati più forti della nostra volontà. C’è da dire peraltro che abbiamo ottenuto dei risultati significativi: in primo luogo sui tempi del negoziato, abbiamo avuto un periodo più lungo, mi riferisco agli ultimi sei mesi e al negoziato condotto da Wolfgang Ischinger (mediatore europeo della troika americano-russo-europea per il Kosovo, ndr.) che potrà tornare utile in una seconda fase, e soprattutto siamo riusciti a tenere aperta la porta verso l’Europa per la Serbia, fatto che ha avuto non poca importanza per la vittoria del democratico Tadic nelle ultime elezioni presidenziali. Questi risultati possono tornare utili, ma non vi è dubbio che l’indipendenza del Kosovo apre una prospettiva densa di incertezze».

D. C’è chi sostiene che il Kosovo indipendente sarà un favore ai clan della criminalità organizzata. È così?
R. «Penso esattamente all’opposto. E’ oggi, in una situazione di totale assenza di funzioni statuali, in una situazione nella quale il Kosovo è una sorta di terra di nessuno, è in questo contesto che i clan criminali si possono muovere come pesci nell’acqua. Diversamente, una volta costruite le istituzioni dello Stato kosovaro possiamo credibilmente sperare almeno in una  riduzione dell’influenza e della presenza della criminalità organizzata. E questo è uno degli obiettivi strategici della missione civile e di polizia Eulex a cui è stato dato il via libera».

D. Belgrado sostiene che questa missione sia uno strumento di occupazione.
R. «Credo che questo sia il nuovo errore che i serbi stanno commettendo. Noi siamo di fronte ad una alternativa secca: o una indipendenza fuori controllo, una sorta di mina vagante che può produrre danni incalcolabili, o una indipendenza sotto la supervisione internazionale, entro il contesto del piano Athisaari che garantisce minoranze e luoghi sacri, quindi una indipendenza limitata e controllata dalla comunità internazionale. La missione europea ha esattamente il compito di sterilizzare gli effetti distruttivi che la dichiarazione di indipendenza può avere all’interno del Kosovo come nell’area dei Balcani. La Serbia insegue una idea fuori dalla realtà, irrealistica quanto pericolosa, ovvero la possibilità di riaffermare in qualche forma una sovranità sul Kosovo persa dieci anni fa e mai più riconquistata. Questa realtà ci può non piacere, e a me non piace, ma è la realtà, negarlo vorrebbe dire produrre dei veri e propri disastri».

D. Ma perché l’Italia riconosce subito l’indipendenza del Kosovo? C’è chi, nella sinistra radicale, avanza forti riserve se non decisa contrarietà.
R. «L’Italia non può fare come Ponzio Pilato. Non può e non vuole farlo. Per noi il Kosovo e i Balcani rappresentano una priorità strategica, lì abbiamo impegnato quasi tremila militari. L’Italia ha una funzione e un ruolo decisivo nel Kosovo e per il Kosovo, nei Balcani e per i Balcani. Un ruolo a cui non intendiamo venir meno».

D. Da Pristina a Belgrado. L’Italia in questi venti mesi del governo di centrosinistra ha fortemente caldeggiato in sede Ue un canale privilegiato con la Serbia. È ancora una carta da giocare?
R. «Questa è la vera, unica grande scommessa per la Serbia e direi più in generale per i Balcani. La Serbia è ancora una volta davanti a un bivio storico: o guardare al futuro, integrandosi pienamente nell’Unione Europea ed essere protagonista dell’Europa del domani, o diversamente restare prigioniera del passato, precipitando nell’ isolamento ed essere costretta a un legame coatto con la Russia. Sulla strada dell’integrazione nella Ue, Belgrado troverà il convinto sostegno dell’ Italia».


Luogo:

Roma

Autore:

Umberto De Giovannangeli

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