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Governo Italiano

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Data:

21/02/2008


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Gli ultimi giorni a cavallo tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo anno hanno portato alla ribalta del mondo, compreso il nostro Paese, il nuovo scenario di violenza presente in Kenya. In Italia siamo stati particolarmente colpiti da queste notizie in virtù anche della presenza e dell’azione agita dal nostro Paese, nella preparazione del Forum sociale mondiale svoltosi proprio l’anno scorso a Nairobi.
Di quel periodo anch’io ricordo le numerose occasioni di confronto pubblico con donne e uomini africani, in special modo kenyoti, facenti parte di Ong, di associazioni della società civile, di Enti locali e movimenti sociali.
Si è discusso molto di agricoltura rurale, sviluppo locale, del ruolo delle donne e delle diverse forme di rappresentanza, con un generale apprezzamento, che mi fa piacere ricordare, per la presenza, a questi incontri, di un membro di governo in quella fattispecie la sottoscritta.
Naturalmente ero a Nairobi in quei giorni, anche per incontrare le autorità di governo.
In particolare per ratificare un importante accordo con le autorità locali per la riconversione di oltre 44 milioni di euro di debito che abbiamo vincolato per interventi di riqualificazione degli slum di Nairobi e per le aree rurali con lo scopo di ridurre le disparità sociali tra le varie parti della popolazione.
Perciò le notizie di morti, abusi, violenze e sopraffazioni che ci sono giunte e ci giungono ancora in questi giorni, ci feriscono profondamente.
Già da allora avevamo colto la volontà di cambiamento tra i più giovani, in particolare una diffusa speranza riposta nelle elezioni per migliorare le loro condizioni.
Infatti, nelle elezioni politico-legislative si è manifestata una grande partecipazione al voto, segno di attivismo e partecipazione giovanile. Un clima vivace ma rigoroso e ordinato tanto che l’intera comunità internazionale ha espresso un’unanime apprezzamento
per la "maturità democratica" del Paese.
Alle elezioni vi è stata una netta affermazione del principale partito d’opposizione l’Orange Democratic Movement guidato da Raila Odinga e una sonora bocciatura di molti esponenti del governo.
Ma Kibaki, il presidente uscente, ha ribaltato nelle ultime ore dello spoglio le previsioni confermandosi alla guida del Paese. Alla proclamazione del risultato si sono accompagnate accuse di brogli e di irregolarità.
A Nairobi, e in molte altre parti del Paese, si sono susseguiti per giorni e giorni scontri feroci con morti da entrambe le parti: sostenitori di Odinga di etnia luo (che anche se maggioritari sono anche la parte più diseredata della popolazione) da una parte e settori di popolazione kikuya, etnia a cui appartiene il presidente uscente Kibaki, dall’altra.
La polizia ha spesso fatto fuoco sui ribelli.
Anche l’Unione europea ha sollevato, per bocca del parlamentare tedesco Lambsdorf, che guida la missione degli osservatori Ue, alcuni dubbi sullo svolgimento delle operazioni di spoglio delle schede elettorali. Per questo è necessario percorrere tutte le strade per arrivare alla verifica sulla regolarità del processo elettorale. Ma ora è il momento del dialogo e del negoziato. Occorre far tacere le armi per raggiungere un compromesso.
La soluzione, come giustamente scritto recentemente anche da parte del premio Nobel per la pace, Wangari Maathai, deve essere africana e devono essere gli africani a individuarla. E’ in campo un’importante opera di mediazione dell’Unione africana (Ua) guidata dall`ex-segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, accompagnata dalla presenza sul campo del Commissario allo sviluppo dell’Unione europea, Louis Michel. Ma la fine delle violenze non si è ancora realizzata.
Alcuni osservatori ritengono che la situazione sia sfuggita di mano ai due contendenti. Non credo che in realtà ci si trovi davanti a una guerra civile alimentata da etnie diverse come invece sostengono alcuni commentatori.
Ci sono certo numerosi scontri etnici e troppi morti ma occorre indagare con più profondità le cause di fondo che muovono la ribellione.
In Kenya esiste una povertà molto estesa non toccata neppure dall’aumento del Pil di cui invece si è avvantaggiata l’elite kenyota. Proprio l’emarginazione e l’ingiustizia sociale hanno funzionato da detonatore. La voglia di cambiamento e di redistribuzione del potere
sono rimasti insoddisfatte, direi tradite, dall’esito elettorale.
C’è un malcontento generale rispetto alle condizioni economiche che risiede nel come sono state distribuite le terre, soprattutto nella Rift Valley, all’indomani dell’indipendenza. Si dice infatti che fu proprio il primo presidente del Kenya, l’indipendente Jomo Kenyatta di etnia kikuya, che le distribuì principalmente ai membri della propria etnia, con la benedizione della Banca mondiale, che in ogni occasione ribadisce la necessità di privatizzazioni anche attraverso le riforme agrarie.
Ma chi ci ha guadagnato da questa riforma sono state in primo luogo le multinazionali del cibo e le élite di riferimento.
In questo quadro non appare felice la scelta recente di Parmalat di acquisire la principale industria lattiero-casearia del Paese.
Occorre presentarsi nei confronti di tutta l’Africa e del Kenya come partner rispettosi.
Nessuna ingerenza può dare esiti positivi né portare alla pace duratura.
La cooperazione, se privata di tentazioni neocoloniali o assistenzialiste, è invece elemento fondamentale.
II partenariato e l`ownership devono essere i caratteri della nuova cooperazione, perseguiti anche attraverso una coerenza di sistema e un rafforzamento di relazioni tra comunità.

Luogo:

Roma

Autore:

Patrizia Sentinelli

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