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Governo Italiano

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Data:

28/03/2008


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Caro direttore, l’idea lanciata dal Riformista di portare un drappo bianco durante la prossima Olimpiade di Pechino mi pare ottima, soprattutto per la semplicità dell’iniziativa e per la sua potenziale e rapida diffusione. Atleti, giornalisti, spettatori degli eventi sportivi provenienti da tutto il mondo potranno in questo modo testimoniare la solidarietà del mondo dello sport con il Tibet.

Credo che oggi migliaia di atleti in tutto il mondo osservino con grande preoccupazione gli eventi che stanno accadendo in Tibet e nelle altre regioni della Cina (il Gansu, il Sichuan, il Qinghai) popolate da minoranze tibetane. Sono certo che da un lato prevalga fra gli atleti un sentimento di orrore e disagio nei confronti della violenza, della repressione brutale messa in atto nei confronti di monaci e giovani inermi messa in atto dal colossale apparato politico, militare e di propaganda che il governo di Pechino sta dispiegando in queste ore, unito alla paura di fronte ai rischi di una Olimpiade magari dimezzata da un possibile boicottaggio da parte dei paesi democratici. Per molti atleti la partecipazione ai Giochi rappresenta il traguardo di una intera vita sportiva fatta di fatica quotidiana e di impegno agonistico durato anni. Credo quindi che dobbiamo calibrare le nostre iniziative tenendo conto di questi due giusti sentimenti: non rinunciare a tenere alta la pressione del mondo democratico nei confronti della dittatura cinese e al tempo stesso permettere agli atleti di partecipare al più grande evento sportivo del pianeta.

L’iniziativa del nastrino bianco è un’ipotesi che in questo senso può funzionare.
Da qui ad allora però va tenuta aperta anche l’opzione di disertare la cerimonia di inaugurazione dell’evento olimpico il prossimo 8 agosto da parte dei capi di Stato e di governo del mondo democratico.
L’Italia, l’Europa e i paesi democratici attendono ancora segnali concreti da parte della Repubblica Popolare Cinese. Segnali come l’interruzione della repressione e delle violenze, la liberazione dei monaci detenuti e l’accesso alle carceri da parte di osservatori internazionali, l’avvio di un dialogo diretto con il Dalai Lama, l’apertura del Tibet e delle zone interessate dalle rivolte alla stampa internazionale, l’accoglimento di una missione dell’Unione Europea a Lhasa ed a Pechino. Sarebbe necessaria anche un’inchiesta internazionale per accertare la realtà dei fatti in merito ai morti ed ai feriti: sono ancora troppo distanti le cifre ufficiali di Pechino con quelle fornite dalla diaspora tibetana in India. Nessuno di questi segnali è ancora giunto nonostante le proteste formali e la convocazione degli ambasciatori di Pechino in quasi tutte le capitali europee.

La Cina deve aprirsi al mondo e onorare anche uno degli impegni assunti in occasione dell’assegnazione delle Olimpiadi: la libera circolazione su tutto il territorio nazionale della stampa mondiale. In un mondo sempre più piccolo, più trasparente, più interdipendente non sarà facile per la Cina nascondere a lungo la verità: e la visita ieri, superprotetta e teleguidata dalle autorità cinesi, di un piccolo gruppo di giornalisti internazionali interrotta da 30 monaci che in lacrime hanno denunciato le violenze, l’assenza di libertà religiosa e chiesto il legittimo ritorno in patria del Dalai Lama, ne rappresenta la testimonianza più evidente.

La Repubblica Popolare Cinese dopo avere tratto grandi vantaggi per il proprio sviluppo dalla globalizzazione dell’economia, non può più sottrarsi ora dall’accettare la sfida della globalizzazione dei diritti e della democrazia. Anziché continuare a trattare il Dalai Lama come un pericoloso separatista che minaccia l’integrità territoriale del paese, la Cina dovrebbe capire come il leader spirituale di centinaia di milioni di buddisti nel mondo e il leader politico di 6 milioni di tibetani che vivono in Cina, possa rappresentare una grande opportunità più che un problema.

Hu Jintao incontri dunque senza indugi il Dalai Lama e venga avviata una seria trattativa per permettere il suo ritorno in patria concedendo una vera autonomia del Tibet all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Un Tibet nel quale si possa professare liberamente la propria religione, parlare la propria lingua, conservare le proprie tradizioni e la propria cultura.


Luogo:

Roma

Autore:

Gianni Vernetti

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