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Governo Italiano

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Data:

22/05/2008


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Gentile direttore,
mi permetta di intervenire brevemente nel dibattito stimolato da Salvatore Carrubba dalle colonne del Sole 24 Ore del 16 maggio, al quale ha voluto partecipare, animandolo, l’amico e collega ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi. Bene ha fatto Carrubba e altrettanto bene Bondi nel sottolineare che la cultura non dev’essere strumento delle élite per creare consenso, così come non dev’essere, credo, il recinto che protegge il giardino delle «anime belle» dalla contaminazione della vita. La cultura è generosità, condivisione, ha sempre a che fare con la vita e con le persone. Carrubba pone l’apparentemente semplice domanda: a che serve la cultura? Mi viene da rispondere altrettanto semplicemente: a vivere meglio. A capire più a fondo il senso della vita e del nostro essere al mondo, a esprimerlo, a renderlo evidente in una forma: un quadro, una parola, un gesto.
Sia Carrubba che Bondi hanno poi scritto che compito della cultura è difendere l’identità, lo sottoscrivo. Senza dover diventare elemento di chiusura, la nostra identità culturale va custodita e rafforzata, perché soltanto chi è consapevole di sé è pronto al dialogo con l’altro. Di contro, debbo dire che certa accondiscendenza relativista mi pare sempre più il rovescio scialbo della stessa medaglia dell’intolleranza.
Ma passo rapidamente alla parte dei discorsi di Carrubba e Bondi che più mi riguardano e che mi chiamano in causa nel ruolo di ministro degli Affari esteri.
Non mi sfugge, va da sé, il ruolo politico che ha la cultura: proprio nell’etimo di politica, di governo della cosa pubblica, insomma, la cultura e in particolare la cultura italiana è un formidabile strumento di sviluppo e insieme di promozione complessiva del nostro Paese nel mondo. L’idea di affidare alla cultura il compito di promuovere - accanto all’immagine - anche l’impresa italiana ha caratterizzato la mia precedente responsabilità alla Farnesina sotto l’impulso del Presidente Berlusconi, al quale prima di tutto si deve il nuovo indirizzo di una diplomazia italiana al servizio dello sviluppo del Paese.

Ma il gemellaggio cultura-sviluppo economico non è solo funzionale ai protagonisti italiani del mercato. È vitale per la stessa cultura, la cui produzione e promozione sempre di più ha bisogno di risorse private. Ed è anche vitale, soprattutto se sarà capace di portare il meglio della cultura d’impresa proprio nell’ambito della promozione e della produzione culturale: il che significa - certo rifuggendo da ogni tentazione di Minculpop - non rinunciare però all’idea di inserire nel pluralismo della produzione qualche idea forte, omogenea, capace di essere il "segno" di un piano della comunicazione italiana anno dopo anno. Il che significa utilizzare di più i prodotti - farli circolare - e realizzare nello stesso tempo economie di scala e caratterizzazioni di un’immagine italiana altrimenti abbandonata alla dispersione delle tematiche e delle risorse.
Proprio in funzione di queste rinnovate esigenze,  ha ragione Bondi nel richiamare il tema e il ruolo degli Istituti italiani di cultura all’estero. Agli Istituti spetta il compito e l’ambizione di poter essere la macchina della lingua e dello stile italiano, del made in Italy. Sono a tal punto d’accordo con il suo richiamo dall’aver deciso di trattenere nella mia diretta responsabilità la delega per la cultura. Soprattutto per portare a compimento in questo ciclo legislativo - sono certo con il concorso dell’opposizione - una nuova legge sugli Istituti (a oltre 20 anni dalla legge di Gianni De Michelis) capace di modernizzarne il ruolo e di farne la vera punta di lancia di una «voglia di Italia» che molti segnali ci dicono mai sopita. Al contrario in ripresa, come dimostra la crescente richiesta di iscrizioni ai corsi di lingua italiana in tutto il mondo.
Io stesso mi sono battuto a Bruxelles - il cui Istituto deve tornare al rango che gli spetta -perché le nostre imprese, e Confindustria in particolare attraverso il braccio scientifico della Luiss, prendessero per mano il sogno di una scuola italiana nella capitale d’Europa. Idea simbolo di una ritrovata voglia italiana di ripresa, di orgoglio e, soprattutto, di coraggio.


Luogo:

Roma

Autore:

di Franco Frattini

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