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Governo Italiano

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Data:

14/06/2008


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La volontà del popolo irlandese va rispettata. È un principio base della democrazia, così come per eccellenza democratico è lo strumento del referendum, anche quando il risultato non ci piace. Tuttavia, come ha giustamente osservato il Presidente Napolitano, il futuro dell’Europa non può dipendere solo dalla bocciatura di un trattato da parte di poco più del 50% degli elettori in un Paese ove risiede meno dell’1% della popolazione dell’Unione. D’altra parte, accanto ai meriti, bisogna anche onestamente ammettere i limiti dell’Europa. Per chi come me ha sempre guardato, e denunciato con preoccupazione, la distanza tra istituzioni europee e cittadini - e ne ha contrastato con impegno le complicazioni ed i burocratismi - il no irlandese rappresenta purtroppo solo in parte una sorpresa. Da una parte, per troppi anni i governi hanno attribuito all’Europa il carico delle decisioni difficili; dall’altra, per troppi anni l’Europa ha prodotto per i cittadini una ragnatela di regolamentazioni.
Trasformiamo dunque la sorpresa, il rammarico, ed i fiumi di inchiostro versati sulla presunta «morte» del trattato di Lisbona, in uno slancio nuovo. Dobbiamo ripartire da subito, senza pause di riflessione, anche attraverso il processo delle ratifiche parlamentari già portato avanti da numerosi Paesi, e che anche il Governo italiano ha avviato dinanzi al Parlamento. Si tratterebbe di un utile impulso e della conferma, altamente significativa, di una volontà politica forte e coesa. Dobbiamo agganciare la risposta europea alle domande concrete dei cittadini: di sicurezza, governo dell’immigrazione, politica dell’energia e dell’ambiente, solidarietà e sviluppo, cioè ai temi concreti per i quali «soltanto» l’Europa può fare la differenza.
Sono consapevole che le «politiche», cioè quello che realmente preme ai cittadini europei, ora hanno una netta priorità sulle complesse architetture istituzionali. Saranno le prime a trainare le seconde, fugando quei dubbi e le preoccupazioni - anche laddove il referendum non si è tenuto -  che le nuove regole nascondano poca sostanza, cioè scarsa capacità di decidere, e in fretta, su come fronteggiare le difficoltà e le crisi: quella energetica, ad esempio, oppure i cambiamenti climatici.
«Più politiche», dunque, e vedrete che i cittadini chiederanno «più Europa». Ma ricordiamo anche che solo istituzioni efficienti possono produrre politiche efficaci, purché, beninteso, ve ne sia la volontà.
Sono parimenti convinto che approcci elitari e scorciatoie dirigistiche alimenterebbero solo nuove frustrazioni e reazioni negative. Discutiamone insieme, sin dal Consiglio europeo della prossima settimana: serve una chiara assunzione di responsabilità. Basta con l’Europa «à la carte»: quella del sì ai fondi di coesione e magari agli aiuti agricoli, e del no alle grandi sfide di una politica estera comune o dell’energia. L’Europa che abbiamo costruito è un’entità storica, geografica, culturale, e ormai un motore di solidarietà e di sviluppo da cui dipendono molte decisioni e prospettive internazionali ben oltre i suoi confini. Ed è per questo che il legato del nostro futuro si fonda su di una assunzione precisa di responsabilità. Bisogna ricominciare dall’ascolto, ma senza rallentare la nostra azione.

Luogo:

Roma

Autore:

Franco Frattini

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