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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

22/06/2008


Dettaglio intervista

-«Sì,naturalmente il capo dello Stato ha perfettamente ragione, troppi governi spesso usano la Ue come capro espiatorio. Non è una novità, ma è una pratica che va evitata».

D. Ministro degli Esteri Franco Frattini, nelle parole del presidente Napolitano c’è un possibile riferimento al nostro stesso governo: anche Silvio Berlusconi fa qualcosa del genere.
R. «Guardi che non è così, il governo italiano ha fatto qualcosa di diverso. Innanzitutto la struttura Ue deve capire che in un momento di crisi della legittimazione democratica dell’Unione stessa i comportamenti vanno valutati con accuratezza, e poi le reazioni dei governi non sono sempre censurabili. Pensi a Sarkozy e Mandelson...».

D. Sarkozy imputa alle scelte sull’agricoltura del commissario britannico il messaggio contro cui si sono mobilitati i contadini irlandesi.
R. «Beh, se il commissario nell’ambito del negoziato di Doha dice "bisogna ridurre l’agricoltura europea del 20 per cento" è comprensibile la reazione del presidente francese, che gli ricorda che nel mondo ogni minuto un bimbo muore perché mancano alimenti, perché di agricoltura non ce n’è abbastanza. Rimaniamo alla Francia: il "no" francese al referendum sulla Costituzione europea non fu un "no" alla Ue, ma alla direttiva Balkenende che in quella fase particolare evocò la paura, il terrore dell"‘idraulico polacco", di una liberalizzazione selvaggia. La direttiva aveva le migliori intenzioni, ma i popoli percepiscono a volte le azioni della Ue in modo che solo i governi e i parlamenti sono in grado di indirizzare e far comprendere meglio. Io non farei confusione tra l’imperativo affinché la Ue debba andare avanti, e la possibilità che le singole azioni della Ue, o il modo in cui vengano gestite, possano essere criticate».

D. Torniamo alle critiche di Berlusconi.
R. «Quando il presidente del Consiglio dice che bisogna "esercitare controllo" sull’azione, sulle esternazioni di funzionari o uffici europei non vuol dire che diamo istruzioni a Barroso, ma semplicemente che chiediamo che i segnali dalla Ue siano chiari, definitivi, non strumentalizzabili; singole anticipazioni possono essere distorte nel momento stesso in cui magari i governi nazionali stanno spiegando, chiarendo, negoziando la loro posizione con la Commissione».

D. Senza il trattato di Lisbona l’allargamento dell’Europa si bloccherà?
R. «Quando Sarkozy e in qualche modo la stessa Merkel dicono che senza Lisbona l’allargamento si bloccherà non è un attacco politico, o una minaccia. È la constatazione di quello che è scritto nel trattato di Nizza, che prevede che il limite dell’allargamento è a 27 paesi: mi pare che siamo a 27, e allora per continuare l’allargamento ci vuole il nuovo trattato. Per noi questo significa che dobbiamo spingere per Lisbona: pensare alla Croazia, alla Serbia, a tutti i Balcani senza la prospettiva dell’allargamento è qualcosa che noi non accettiamo. Pensare che non debba continuare il negoziato con la Turchia per l’Italia non è accettabile».

D. Lei sta per partecipare alla riunione dei ministri degli Esteri del G8.
R.«Sì, e questa volta vorremmo che tutto il gruppo si occupasse con più forza (assieme al resto) del tempo delicatissimo che vive il Medio Oriente. La mia prossima missione dopo il G8 in Giappone sarà un viaggio in Israele e nei Territori palestinesi: noi italiani abbiamo un dovere, un obbligo speciale, occuparci del Medio Oriente, della sicurezza di Israele, del futuro del popolo palestinese, della stabilità del Libano in cui la guida di Unifil ci offre uno strumento in più per agire in maniera efficace. La fase è molto interessante: sono certo che i problemi politici interni ad Israele non distrarranno questo paese nella gestione della tregua appena raggiunta con Hamas, nel dialogo avviato con la Siria grazie all’ottimo lavoro della Turchia, e neppure dalla possibilità di discutere con il Libano la demarcazione definitiva dei confini. Con l’aiuto dell’Onu la questione delle fattorie di Sheeba questa volta si può e si deve affrontare».

D. Dopo l’insediamento del nuovo presidente libanese Suleiman, lei in queste settimane ha sentito spesso al telefono il premier libanese Siniora.
R. «Sì, dopo una fase di difficoltà politica, troviamo che stia rilanciando con forza e determinazione il suo ruolo. In questo l’Italia lo aiuterà: per esempio per sostenere i palestinesi che sono in Libano: l’Italia parteciperà alla ricostruzione dei campi profughi in Libano, innanzitutto del campo di Nahr el Barhed devastato dagli scontri tra esercito e integralisti. Il governo italiano crede che le condizioni di disperazione dei palestinesi, anche nei Territori occupati, sono uno dei primi veri temi da affrontare se vogliamo costruire una pace giusta e stabile. La ricostruzione economica e sociale dei Territori è fondamentale, lo dirò agli israeliani, alla signora Livni: ogni euro speso per aiutare l’economia palestinese è un euro speso per la sicurezza di Israele».

D. Israele è entrato in un tunnel buio di instabilità politica da far paura perfino a chi segue la politica italiana: crede che i dirigenti israeliani manterranno la lucidità per gestire tutti questi tavoli di negoziato?
R. «C’è bisogno di una forte volontà politica, di una visione che possa andare oltre il fatto che tra l’altro presto avremo anche una nuova amministrazione americana, e che poi potremmo avere elezioni nello stesso Israele. Ho incontrato di recente la signora Livni a Berlino, spero di rivederla presto: mi ha detto che il governo israeliano comunque è determinato ad andare avanti. E fondamentale».


Luogo:

Roma

Autore:

di Vincenzo Nigro

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