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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

02/07/2008


Dettaglio intervista
«Io a Pechino per le Olimpiadi? No, non ci andrò. Sarò in vacanza in quei giorni, una brevissima vacanza. In fin dei conti anche i diritti umani dei ministri vanno rispettati»: scherza il ministro degli Esteri Franco Frattini, ma ribadisce che no, a Pechino lui non ci sarà e che, a meno che l’Europa non assuma una posizione comune in proposito si seguirà la consuetudine, rispondendo all’invito del Comitato olimpico («e non del governo cinese», precisa Frattini) e inviando in Cina il ministro dello Sport: «Mi auguro però che in queste settimane gli incontri con gli esponenti tibetani possano continuare, come mi ha garantito il collega cinese Yang Jiechi. Certo, non ci si può aspettare alcuna svolta rivoluzionaria prima delle Olimpiadi, ma l’Italia chiede con forza che resti aperto un canale di dialogo con emissari del Dalai Lama, così che si possano ascoltare entrambe le parti. Come non possiamo dimenticare che in Cina c’è stato anche un terribile terremoto e un’Europa sempre pronta a puntare il dito e avara di solidarietà non mi piacerebbe». Eccolo qui lo stile Frattini: di una pacatezza oramai fuori moda nel suo governo, mai fuori dalle righe. Diplomatico, come Farnesina vuole.
Difende il Dalai Lama, dichiara imperituro rispetto per la Bce ma si schiera («a titolo personale, ovviamente», visto che il titolare della materia è Giulio Tremonti) al fianco del presidente francese Nicolas Sarkozy nel dire che aumentare il costo del denaro è una risposta politicamente troppo parziale a un momento così critico. «Bisogna valutare molte altre componenti perché c’è certamente da un lato l’inflazione, ma dall’altro pesa la crisi dei consumi, l’aumento dei prezzi e uno scarso sviluppo»: insomma, per Frattini la Bce starebbe intervenendo solamente su uno degli elementi del problema, mentre «la decisione deve essere politica, senza reagire soltanto agli indicatori statistici», che non sempre tengono conto dell’impatto di certe situazioni sui cittadini europei. Sì, perché Frattini era e resta un europeista convinto. Quanto sconsolato, viste le notizie che annunciano Varsavia allontanarsi dal Trattato di Lisbona: «Così non andiamo da nessuna parte. Abbiamo difficoltà a uscire da quest’impasse perché i cittadini si aspettano risposte ancora una volta politiche, come il patto sull’immigrazione o interventi sullo sviluppo, mentre ci stiamo preoccupando più dell’eventuale protocollo che garantisca all’Irlanda la neutralità militare o la garanzia che non dovrà introdurre le norme sull’aborto».
E, in assenza di risposte che rivendichino il primato della politica sin da ora. Altrimenti, si rischia di arrivare alle prossime europee senza Trattato e con un rischio concreto di veder disertare quelle urne: «Inciderà sulla democraticità del processo politico», insiste il ministro. La comunanza con le posizioni francesi è evidente. Tranne che su un punto: l’ingresso della Turchia nella Ue, che ancora ieri Sarkozy ha escluso (ottenendo l’applauso del leghista Mario Borghezio). «La Turchia non può ricevere uno schiaffo con l’interruzione dei negoziati», afferma Frattini, certo che «anche nei prossimi sei mesi saranno aperti nuovi capitoli», come è pure chiaro che sulla questione turca il confronto durerà anni.
Il capo della Farnesina pensa all’Europa anche guardando oltreoceano. «Chiunque vinca la politica estera americana non cambierà, sia sull’Iran che sul Medio Oriente. Quel che però non sappiamo è che cosa pensano i candidati dei due schieramenti, sull’Europa. Obama verrà in Europa, non so McCain. Ovviamente non è una priorità elettorale, ma è sicuramente una priorità politica. Il prossimo inquilino della Casa Bianca dovrà fare i conti con un’Europa che vuole essere un partner leale ma anche forte, non più contrappeso agli Stati Uniti come pensavano Chirac e Schroeder. E’ evidente che l’Europa si sta attrezzando con una propria difesa, per essere un alleato forte, per non essere più un consumatore della sicurezza prodotta a Washington». Sicurezza che passa attraverso la diplomazia per la Famesina del Berlusconi quater. Frattini la prossima settimana sarà in Medio Oriente, e ieri ha messo insieme l’ultimo tassello del ruolo italiano nella regione sentendo il ministro degli Esteri siriano Walid Moallem: «Vedono con favore l’azione italiana che incoraggi la Siria a sganciarsi dall’abbraccio con l’Iran che tanto ha nuociuto allo scenario mediorientale, ma anche a lavorare per la demarcazione del confine con Israele e a sostenere Unifil 2 in Libano». E lo stato ebraico? «Voglio verificare le concrete possibilità del processo di pace, la disponibilità israeliana a proseguire il dialogo anche sui confini su Siria e Libano. E rilanceremo il piano Marshall per la Palestina proposto da Berlusconi e interrotto dal vecchio governo: se noi investiamo nello sviluppo dei Territori investiamo nella sicurezza di Israele». Sullo sfondo, resta la vicenda iraniana e il valore aggiunto dell’Italia per ora rimasta ai margini del 5+1: «L’Iran, evidentemente non vuole collaborare, ma la questione non può essere abbandonata con un’alzata di spalle». Il ministro evita di polemizzare con la Germania che ha posto il veto, ma ricorda che sono gli italiani a tenere stabile il confine tra Afghanistan e Iran. Un confine bollente che Teheran teme molto.

Luogo:

Roma

Autore:

Sonia Oranges

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