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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

05/07/2008


Dettaglio intervista

Un riconoscimento ad una donna coraggiosa. Un investimento per un futuro di dialogo in America Latina. Le ragioni del Nobel per la Pace a Ingrid Betancourt secondo il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini.

D. Signor ministro, l’Unità ha lanciato una campagna per l’assegnazione del Nobel per la Pace a Ingrid Betancourt che sta registrando un vasto e qualificato consenso. Perché oggi avrebbe un significato forte questo riconoscimento alla Betancourt?
R. «Credo per quello che rappresenta la signora Betancourt: una persona che nonostante abbia sofferto una lunga prigionia ha saputo esprimere parole di non risentimento verso i suoi rapitori, ma soprattutto una persona che continua a voler lavorare per il suo Paese, per il bene della Colombia e per la riconciliazione. E’ evidente che questa è una impostazione che dovrebbe in qualche modo essere premiata, perché premia chi questa lunga prigionia l’ha sofferta per essersi messa al servizio del suo Paese: non va dimenticato che Ingrid Betancourt è stata rapita quando si era candidata alla presidenza della Colombia, e questa decisione è alla base del suo rapimento. E aggiungo un altro argomento che motiva il Nobel per la Pace: la sua azione molto chiara contro ogni forma di violenza e di sopraffazione, è stata una delle ragioni della sua vita politica».

D. Come valuta l’iniziativa che ha portato alla liberazione di Ingrid Betancourt?
R.«Si è trattato di una operazione sicuramente esemplare: userei le parole della stessa Betancourt: una operazione perfetta, così l’ha definita e io sono pienamente d’accordo con lei. Una operazione che senza spargimento di sangue è riuscita a liberare lei e gli altri prigionieri americani, dimostra che c’è stata una forte intelligence e che il presidente Uribe ha fatto bene a scommettere su una attività di prevenzione per liberare la signora Betancourt, piuttosto che cedere al ricatto delle Farc, dei trafficanti di droga».

D. Ingrid Betancourt si pone come una donna di dialogo in un continente ancor oggi segnato da contraddizione esplosive come l’America Latina. In questa chiave, che ruolo può svolgere l’Italia?
R. «L’Italia, a mio avviso, può dare un contributo forte al dialogo, basato sul fatto che il nostro Paese conosce e ama i popoli sudamericani, e i popoli sudamericani conoscono e amano l’Italia, anche per i rapporti storici che legano i nostri popoli: quanti italiani, o persone di origine italiana, vivono nel continente latinoamericano, e quante occasioni di incontro hanno i nostri italiani nel mondo, le nostre comunità; quanti membri del Parlamento abbiamo che sono eletti in Sud America: questi sono tutti dei "ponti" che noi abbiamo e di questo reciproco riconoscimento di amicizia ho avuto testimonianza diretta: mi riferisco al mio viaggio a Lima in occasione del vertice Ue-America Latina, avvenuto due giorni dopo la mia nomina a ministro degli Esteri, nel corso del quale sono stato ricevuto in bilaterale da tutti i presidenti, al di là delle regole del protocollo. Sono stato ricevuto da Lula, da Chavez, da Morales, dalla signora Kirchner. Presidenti di grandi Stati del Sud America che hanno incontrato il nuovo ministro degli Esteri per dirgli: vogliamo lavorare con l’Italia».

D. Ingrid Betancourt, e prima di lei Rigoberta Menchu e Aung San Suu Kyi: perché le donne sono divenute il simbolo di grandi battaglie di libertà?
R. «Pensiamo anche alla premio Nobel per la Pace iraniana, Shirin Ebadi. Io credo perché possono essere l’espressione, al tempo stesso, della moderazione e della tranquillità femminile, ma anche della determinazione; probabilmente una donna si spezza meno di un uomo, e quindi è in grado di assorbire magari sofferenze orribili come sei anni di prigionia, come Ingrid Betancourt, e poi tornare e dire io sono pronta a correre di nuovo per la presidenza della Colombia. Questa è una cosa straordinaria».

D. L’Europa ha avuto un ruolo importante in termini di pressioni diplomatiche sulle autorità colombiane. Non ritiene che far sentire una voce unica rafforzi il peso dell’Europa sullo scenario internazionale?
R. «Questo vorrebbe dire avere delle linee di politica estera europea che purtroppo in molti settori non abbiamo: non l’abbiamo avuta e non l’abbiamo tuttora sullo Zimbabwe; non l’abbiamo avuta sulle Olimpiadi di Pechino; abbiamo avuto delle reazioni certamente univoche sulla Birmania ma senza che questo si sia tradotto, ad esempio, in una sola parola critica verso il moltiplicarsi degli investimenti imprenditoriali in Birmania di grandi Paesi europei, compresa l’Italia. Questo, purtroppo, è il prezzo di non avere ancora una visione comune in politica estera, perché se c’è un Paese che ha un problema tutti gli altri si fermano. Questa è la realtà».

D. Lei ha più volte manifestato una attenzione particolare verso il tema dei diritti. Le chiedo: a livello dei rapporti bilaterali ma soprattutto multilaterali, pesa quanto dovrebbe il tema della difesa dei diritti ovunque sotto qualunque «latitudine» politica?
R.«Io vedrei questa come una delle missioni politiche dell’Europa nei prossimi cinquant’anni. Ormai l’Europa ha realizzato gli obiettivi dei padri fondatori: pace e prosperità al suo interno; ha realizzato il mercato interno, che certamente è stato un grande risultato, ma è l’Europa dei mercati. Se io dovessi guardare ad una missione politica dell’Europa, direi che questa missione deve tendere a promuovere i diritti fondamentali della persona umana in tutto il mondo, in modo ovviamente non aggressivo, senza imporre soluzioni precotte ma facendo crescere, lievitare una cultura ed una pratica conseguente del rispetto dei diritti della persona: questa è davvero una missione altamente politica. Una nobile missione».

D. Può essere questo anche un tratto distintivo dell’ultima parte del biennio di presenza italiana nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
R. «Può esserlo certamente. lo sono convinto che in questa fase noi abbiamo delle carte da giocare proprio su questo tema».


Luogo:

Roma

Autore:

Umberto De Giovannangeli

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