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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

07/09/2008


Dettaglio intervista

Alla Libia di Gheddafi 5 miliardi di dollari per i danni di guerra. E agli esuli? La legge sugli indennizzi per i beni abbandonati va «rivitalizzata». E’ la risposta del ministro degli Esteri Franco Frattini, in questa intervista alla vigilia del vertice interministeriale fra Italia e Slovenia in programma domani a Roma, nel corso del quale, come spiega il responsabile della Farnesina, è prevista innanzitutto la sigla di alcuni accordi bilaterali riguardanti importanti questioni come energia e infrastrutture. Ma con l’omologo sloveno Frattini parlerà anche di Euroregione, rinnovando l’invito a Lubiana a entrare nel progetto, mentre ribadisce l’opportunità che la capitale della nuova entità sia Trieste (la Slovenia un anno e mezzo fa aveva invece candidato Lubiana, ndr).

Ministro, domani a Roma a Villa Madama c’è il primo incontro interministeriale fra Italia e Slovenia. Quali sono i temi sul tappeto?
«E’ un comitato misto al quale sono invitati i ministri dell’Ambiente, dell’Agricoltura e dello Sviluppo economico, nonché dei Trasporti e dell’Università. Per la nostra parte ci saranno i ministri Prestigiacomo, Zaia, Urso e Castelli. Costituiremo dei gruppi misti di lavoro che insedieremo proprio domani. Seguirà una road-map congiunta per ciascuno dei settori».

Quali sono le proposte italiane?
«Abbiamo uno speciale interesse per argomenti come i sistemi ferroviari e l’interazione fra il porto di Trieste e il porto di Capodistria. L’altro punto prioritario che metteremo all’attenzione dei lavori è quello dell’energia. Abbiamo concordato un testo con Lubiana che permetterà di approdare a un’intesa sull’interconnessione elettrica, sulle fonti rinnovabili, sul mercato comune energetico e sul gas. Ho convocato questo comitato sulla sostanza, non solo per darci una stretta di mano».

E Lubiana su che cosa punta?
«La Slovenia ci ha chiesto da parte sua una collaborazione più forte in materia di protezione ambientale ed economica. Ci sono però le emergenze internazionali come la Georgia... Con il ministro degli Esteri Dimitrij Rupel, con il quale ci vediamo spesso nelle riunioni internazionali, avremo l’opportunità di parlare dei grandi temi: uno è quello del giorno, ovvero il Caucaso, e abbiamo apprezzato che la Slovenia concorda con la posizione italiana, quella che poi anche oggi (ieri, ndr) abbiamo confermato alla riunione di Avignone, una posizione equilibrata, ma di richiamo forte, alla Russia con i sei punti dell’accordo Sarkozy.
L’altro tema di politica estera sono i Balcani. Condividiamo con Lubiana la stessa linea nei confronti della Serbia, e cioè che Belgrado meriti di andare avanti sulla ratifica dell’accordo di associazione e stabilizzazione con l’Unione europea».

Sul fronte dell’energia, però, c’è stata di recente la presa di posizione del ministro dell’Ambiente sloveno il quale si è detto contrario al progetto di rigassificatore nel Golfo di Trieste. Cosa direte a Lubiana nell’incontro di domani?
«Noi non abbiamo deciso ancora né sul progetto off-shore né sul progetto localizzato sulla terraferma a Zaule, semplicemente perché non abbiamo completato l’iter procedurale. Ma posso dire con soddisfazione che di recente la commissione Via ha approvato il progetto Zaule, e abbiamo già trasmesso alla controparte slovena questa comunicazione. Vogliamo tenere informati gli sloveni sull’ evoluzione dei progetti perché questo è previsto dalla norme comunitarie, ma anche perché crediamo in un rapporto di collaborazione e di amicizia».

A che punto è il progetto dell’Euroregione? Ne parlerete domani con Rupel? Che cosa manca per il suo definitivo avvio?
«Abbiamo deciso di lavorare sull’Euroregione in due modi, e domani ne parleremo con Rupel mentre la prossima settimana con il presidente della Regione Renzo Tondo. Puntiamo al coinvolgimento della Slovenia nel progetto Euroregione, senza la quale semplicemente non ha senso. L’altra questione è il contenuto dei cosiddetti Gect, i regolamenti propedeutici all’Euroregione. Il motivo per cui il progetto franò durante il governo Prodi fu proprio la mancata approvazione di questi regolamenti.
Ma prima voglio ascoltare dalla Regione e dal presidente Tondo quali sono le esigenze per fare dell’Euroregione una cosa che funziona. Partiamo quindi con una logica federalista, da Trieste e non da Roma».

Voi ritenete ancora che sia opportuna un’Euroregione allargata a Lombardia e Baviera?
«Credo che l’obiettivo finale sia quello, anche perché questa Euroregione non può spezzare il Nord Italia in due. E’ chiaro che alle opposizioni di questo o di quel governatore, Roma non forza, Roma non impone. Per questo ascolteremo i governi locali interessati. Se il presidente Galan continua ad avere delle riserve, ragioneremo su una prima fase di Euroregione che comprenda Carinzia, Slovenia, Friuli Venezia Giulia e Veneto, e in un secondo momento Lombardia e Baviera. Non voglio quindi pregiudizialmente eliminare questa ipotesi perché credo che l’origine del grande progetto Alpe Adria non debba essere abbandonato».

Ed è sempre valida l’ipotesi di Trieste capitale come avevano concordato gli allora governatori Illy, Galan e Haider?
«Noi certamente crediamo che Trieste abbia le carte in regola, per due motivi: primo perché ha una posizione centrale, secondo perché nell’ambito dei grandi nodi infrastrutturali Trieste sarebbe in grado di rappresentare il collegamento Est-Ovest al meglio. Per questo noi proporremo questa soluzione».

Cambiamo argomento: il recente accordo con la Libia per la riparazione dei danni di guerra, in qualche modo riattualizza anche le vicende post belliche del confine orientale. A Gheddafi daremo 5 miliardi di dollari, ma per gli indennizzi agli esuli istriani e dalmati per i beni abbandonati nella ex Jugoslavia sembra che i soldi stanziati dall’Italia non siano sufficienti, almeno sul fronte dell’aggiornamento dei coefficienti dei rimborsi. Quale impegno si sente di prendere in questo senso?
«L’attuazione della legge va a rilento, è vero. Ma sono sempre disposto a incontrare le associazioni degli esuli per vedere come rivitalizzare l’attuazione di quella legge».

La scorsa settimana Rupel ha incontrato i rappresentanti della minoranza italiana in Slovenia, i quali gli hanno ribadito, fra le altre cose, la necessità di rendere più permeabile il confine di Schengen che in Istria divide Slovenia e Croazia, al fine di mantenere l’unitarietà della comunità. Quali sono le proposte dell’Italia?
«Avevo tentato già una soluzione per non imporre un visto ai cittadini croati ma di limitarci a uno "sticker" (cartellino, ndr) dentro la carta d’identità. Questo ha creato delle lungaggini, ma con questa misura noi abbiamo interpretato in modo veramente elastico il codice Schengen. Per molti questo non si sarebbe potuto fare. Pensare a una modifica rapida del codice Schengen è impensabile».

C’è però anche la questione dei lavoratori transfrontalieri, circa 10mila che ogni giorno varcano il confine slovenocroato per raggiungere l’Italia...
«Si potrebbe ad esempio puntare alla creazione di corsie preferenziali ai valichi per i frontalieri, com’è già consentito dal Codice, promuovendo un allargamento delle cosiddette «cross-border zone» (zone transconfinarie), portandole dagli attuali 30 a 50 chilometri di raggio, come è stato già fatto fra Ucraina e Polonia e fra Ucraina e Ungheria. Sono due precedenti molto utili fra Paesi Schengen e non Schengen che disciplinano i frontalieri».


Luogo:

Trieste

Autore:

di Alessio Radossi

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