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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

20/10/2008


Dettaglio intervista

Un "bollino blu"  per i Fondi sovrani, per distinguere quelli da incoraggiare (è il caso degli Emirati arabi uniti) da quelli da guardare invece con cautela. Franco Frattini spiega così il senso del lavoro iniziato con la sua missione ad Abu Dhabi. Ed anche se il ministro degli Esteri non la nomina, c’è ragionevolmente la Cina tra i soggetti economici da tenere d’occhio con più attenzione.

Ministro, il crollo delle Borse ha attirato l’interesse, e i timori, sui Fondi sovrani. Per questo lei è andato negli Emirati?
«In realtà questa storia non nasce oggi. Un giorno dello scorso giugno Giulio Tremonti mi ha detto che occorreva valutare strategicamente il tema degli investimenti stranieri in Italia. L’idea era evitare di reagire a cose già avvenute, ma elaborare una strategia prima.
Quindi è nato un ragionamento tra il ministero degli Esteri e quello dell’Economia su come promuovere gli investimenti utili e prevenire invece quelli pericolosi. Poi c’è stata una discussione anche con il presidente del Consiglio ed è stato creato il Comitato strategico per l’interesse nazionale in economia.
E stato un lavoro un po’ in sordina, ma queste sono cose che prima si fanno e poi si dicono. Nel frattempo però la crisi è precipitata e tutta la questione è diventata ancora più attuale. Si tratta di andare a dare un’occhiata a questi Fondi sovrani, per distinguere quelli che aderiscono alle regole, al protocollo di Santiago, come nel caso degli Emirati, e quelli che non sottoscrivono quei principi chiave. Insomma una sorta di bollino blu».

Quali sono i criteri per distinguere i buoni dai cattivi?
«L’Italia ha fiducia nei Fondi che operano in modo trasparente, che puntano ad un investimento e non al controllo delle imprese e quindi tendenzialmente si mantengono al di sotto del 5 percento. La trasparenza per noi è un punto decisivo: se non ci sono di mezzo scatole cinesi anche il governo riesce a rendersi conto di come stanno le cose. Del resto, nel caso degli Emirati, sono loro stessi a non volere percorsi poco lineari. E’ la prima volta che si trovano a trattare con un governo piuttosto che con una merchant bank, e questa è una garanzia anche per loro. Nella stessa linea va l’ingresso libico in Unicredit, anche se in quel caso non si tratta proprio di un Fondo sovrano».

Ma ci sarà anche un ragionamento per settori, con una eventuale lista di quelli strategici da tenere al riparo?
«Questo è il lavoro che dovrà fare il comitato, per cui è ancora presto per dare una risposta. Però è chiaro che ci sono settori in cui l’intervento dei Fondi è particolarmente benvenuto, come le infrastrutture, i trasporti, il turismo. Mentre ad esempio nel campo della difesa puntiamo a cooperazioni di tipo industriale, ma non a investimenti nel capitale».

Intanto la crisi spinge a ripensare gli organismi internazionali che si sono mostrati inadeguati...

«Anche quello sul G8 allargato è un ragionamento nato ormai da varie settimane, da prima dell’assemblea generale dell’Onu di settembre. Il problema è da una parte la riscrittura delle relazioni finanziarie, quindi una nuova Bretton Woods. Dall’altra, la governance globale: da decenni si discute della riforma del Consiglio di sicurezza e delle Nazioni Unite in generale. In attesa che questo processo si compia, noi abbiamo un G8 che negli ultimi tempi si è occupato praticamente di tutti i problemi. Allora allarghiamo questo modello rendendolo più flessibile».

Chi saranno i nuovi Grandi?
«Ci sono sei Paesi che dovrebbero sedersi al tavolo a pieno titolo: Messico, Brasile, Cina, India, Sudafrica ed Egitto. Si potrà discutere se chiamare questa nuova entità G14 o G8 plus. Poi ci sono altri come l’Australia, i Paesi del Golfo, l’Indonesia, che vanno coinvolti di volta in volta in base alle questioni che si affrontano».

C’è chi ritiene che prima dell’insediamento del nuovo presidente non si potrà contare su un ruolo attivo degli Stati Uniti. Che ne pensa?
«Sarebbe un errore trattare gli Stati Uniti come un’anatra zoppa. Prima di gennaio hanno ancora molte cose da fare, non possiamo stare tre mesi senza il loro contributo. Per questo è bene che il prossimo summit sulla crisi si tenga a casa loro».


Luogo:

Roma

Autore:

di Luca Cifoni

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