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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

27/10/2008


Dettaglio intervista

Il ministro degli Affari esteri Franco Frattini è il rappresentante politico di Forza Italia preferito dai giornalisti. In tutti i suoi anni di militanza nelle file berlusconiane Frattini, che è un ex socialista e collaboratore in gioventù del Manifesto, è sempre stato trattato, anche dai più crudeli detrattori del Cavaliere, come se fosse uno di passaggio capitato nelle file del centrodestra quasi per caso.
Frattini - che ha incominciato la sua carriera nell’81 come procuratore e poi come avvocato dello Stato, diventando nell’86 consigliere di Stato - da più di quindici anni è uno dei punti di riferimento dei vari governi Berlusconi, prima, nel ‘94, come segretario generale della presidenza del Consiglio, e poi con ruoli sempre più importanti, da quello di ministro della Funzione pubblica agli Affari esteri, e per tre anni e mezzo alla vice presidenza della Commissione europea come commissario responsabile per il portafoglio Giustizia, libertà e sicurezza. E in tutti questi anni pochi attacchi e pettegolezzi, molte interviste rispettose e simpatizzanti (fuori dal coro La Stampa che non perde occasione per mazzolare il ministro).
L’atteggiamento benevolente dei mezzi d’informazione nei confronti di questo ex magistrato con la passione dello sci (dal 1996 all’aprile 2007 Frattini ha trovato anche il tempo per fare il presidente della Commissione scuole e maestri di sci della Federazione italiana sport invernali) si spiega molto bene. Intanto Frattini è persona per bene, ha uno stile british e toni educati, sempre molto attento a non schierarsi nelle partite più becere del suo partito.
Ma, soprattutto, Frattini ha sempre dedicato tempo e intelligenza alla comunicazione, che sa gestire con bravura naturale e che considera fondamentale per costruire rapporti civili tra cittadini e politici e per portare avanti la propria politica e carriera. Non a caso durante tutti i suoi incarichi di ministro o di commissario europeo, si è sempre tenuto a fianco - come braccio destro e consulente per la comunicazione - un personaggio colto, politicamente avvertito e competente come Tonino Bettanini che oggi ricopre il ruolo di consigliere per i rapporti istituzionali, politici e di comunicazione del ministro degli Affari esteri.
Dal canto suo Frattini ha sempre mantenuto buoni rapporti con i giornalisti, a cui racconta quello che è utile o giusto far sapere, senza però mai stabilire rapporti di eccessiva confidenza.
Frattini è stato il padre della legge 150 che regola la comunicazione pubblica e adesso come capo della Farnesina si sta impegnando per migliorare l’immagine dell’Italia all’estero. Come ci racconta in questa intervista.

Come ministro degli Esteri lei ha incoraggiato i nostri rappresentanti diplomatici a promuovere l’Italia. Cosa ha detto esattamente agli ambasciatori?

“La rete diplomatica è uno strumento straordinario di osservazione e di rappresentazione. Nella fase politica difficile che l’Italia e la comunità internazionale attraversano, dobbiamo sviluppare al meglio la nostra capacità di sapere e capire dove non facciamo bene e dobbiamo nel contempo sviluppare tutta la nostra capacità di dare il meglio di noi stessi. Ho scritto ai miei ambasciatori: "Ed è quindi nostro compito continuare ad alimentare il fascino che il nostro Paese esercita. Ma è anche, la nostra, un’Italia che sconta lentezze e arretratezze, che stenta in alcune occasioni a essere considerata, che oggi ancora attraversa una fase difficile. Con questo messaggio, vorrei quindi chiedere un vostro ulteriore impegno in una nuova e importante sfida mediatica: poter contribuire a illustrare e favorire, presso i canali dell’informazione dell’intera comunità internazionale, una migliore, autentica e più competitiva immagine del nostro Paese".

Che altro si aspetta da loro?

“Ho scritto ai miei direttori che debbono sentirsi coinvolti nel produrre e promuovere una comunicazione che favorisca e illustri la grande e importante attività del nostro ministero.
Basti pensare a settori quali la cooperazione che rappresenta un vero e proprio modello dello spirito italiano.
E dunque mi attendo una produzione costante molto al di là della sola relazione con i media. Per far questo stiamo anche preparando materiali di formazione e auto formazione (presto circolerà, ad esempio, un vademecum che offre suggerimenti per meglio valorizzare la relazione con i media, soprattutto all’estero. E per estendere questo approccio a incontri con leader di opinione). Dobbiamo usare la multimedialità ed essere noi stessi fonte di comunicazione. E’ in corso ad esempio l’esperimento di un magazine multimediale settimanale che si chiama Esteri.news: un’esperienza che cerchiamo di affinare”.

Mi sembra di capire che il servizio stampa del ministero sia destinato a essere rivoluzionato.

“Il ministero affida al servizio stampa il settore della comunicazione e delle relazioni con i cittadini (nella mia precedente esperienza al ministero degli Affari esteri avevo disposto il passaggio dell’Urp nell’ambito del servizio stampa per promuovere un embrione di coordinamento). Ho pensato che nell’epoca della multimedialità il servizio stampa non può produrre soltanto delle note scritte. Parlare bene una sola lingua scritto-parlata ma ignorare il linguaggio visivo, ad esempio. Per questo ho disposto che si crei un settore multimediale all’interno del servizio stampa e che si apra nel sito del ministero una sezione dedicata cui gli operatori dell’informazione potranno accedere per trovare materiali e documenti di informazione e di approfondimento. E non dobbiamo dimenticare cittadini e imprese per i quali le tecnologie (si pensi al consolato digitale recentemente presentato al Forum Pa di Roma) offrono una prospettiva reale di maggiore efficienza ed efficacia. In conclusione, possiamo e dobbiamo fare di più. Lo dico pensando positivo, perché sono convinto che l’Italia abbia grandi margini di miglioramento nel versante delle amministrazioni pubbliche”.

Signor ministro, da cosa è nato il suo interesse per la comunicazione pubblica al punto da farla diventare promotore della legge 150?

“Era il 1996 quando presentai alla Camera una proposta di legge quadro sulla comunicazione istituzionale. Era stato Stefano Rolando a parlarne con Tonino Bettanini, allora mio portavoce. In quella mia prima esperienza alla Funzione pubblica mi concentrai sui temi della semplificazione: accanto alla giungla delle leggi volevo intervenire sul burocratese, sul linguaggio, che già Sabino Cassese aveva cominciato a tematizzare”.

Il cittadino, in questo Paese, si è sempre sentito lontano dalla macchina amministrativa, che spesso ha percepito addirittura come nemica.
 
“Io volevo fare qualcosa per rompere la distanza tra istituzioni e cittadini. I temi all’attenzione, allora, erano quelli riguardanti la trasparenza delle attività pubbliche e l’onda lunga di un processo di riforma dell’amministrazione attraverso un nuovo rapporto con i cittadini. Pensavo, anzi pensavamo - con me come cofirmatario c’era anche Alberto Di Luca - a una disciplina generale della comunicazione istituzionale delle pubbliche amministrazioni con la programmazione affidata proprio a queste ultime e con il coordinamento della presidenza del Consiglio dei ministri. Poi nel 1997 un’altra proposta di legge è stata presentata da un gruppo di parlamentari Ds e la legge è stata approvata definitivamente nel 2000. Bisogna anche dire che nel frattempo i comunicatori pubblici erano cresciuti - anche grazie all’impegno di Alessandro Rovinetti - e che la lobby dei giornalisti premeva perché vedeva nella diffusione della comunicazione istituzionale un’occasione per allargare le prospettive della professione”.

Ritiene che da allora si sia fatta della strada o non pensa, piuttosto, che i suoi successori abbiano mostrato poco entusiasmo e meno voglia di applicare la 150?

“La legge è stata un passaggio importante, ma al mio ritorno a Palazzo Vidoni, nel 2001, Bettanini, che era reduce da un’esperienza di comunicazione integrata in un’impresa privata, mi parlò di una nuova sfida da lanciare: il coordinamento della comunicazione. Non potevamo più limitarci alla classica relazione con i media in un’epoca che già conosceva le Reti, e dunque accanto al sito anche la comunicazione interna (Intranet). Per questo lavorai per un più forte coordinamento della comunicazione nel dipartimento della Funzione pubblica e anche per delineare i passaggi e i ruoli del coordinamento per tutte le amministrazioni”.

Tutti ricordano la sua direttiva del febbraio 2002.

“Disegnava in effetti da un lato i segmenti della comunicazione e delle relazioni pubbliche (una presenza che Toni Muzi Falconi ebbe il merito di sottolineare), dall’altro completava un percorso che altrimenti sarebbe rimasto tributario di un’impostazione vecchia e tradizionale, quella della sola relazione con i media”.

Parliamo di chi è venuto dopo di lei...

“Quanto ai miei successori debbo dire che mi sembra abbiano progressivamente abbandonato quel percorso. Da un lato, gli esempi e le realtà virtuose non mancano, dall’altro la spinta e lo spirito dell’esperienza che abbiamo proposto si è spento.
Vedo ora che il mio collega Brunetta ha saputo valorizzare una bella iniziativa che avevo ereditato da Cassese e che avevo contribuito a far crescere e ad affermarsi: l’esperienza che noi chiamammo dei ‘100 progetti’, delle pratiche migliori nelle pubbliche amministrazioni, da premiare. Troppo spesso trascuriamo il fatto che nel lavoro dovremmo anche poter cercare e trovare una gratificazione e che, nella sfera pubblica, questa dimensione della qualità e dell’appartenenza - una sfida di comunicazione interna - è decisiva. Decisiva per l’Italia”.

Cosa resta da fare, secondo lei, nel nostro Paese per quanto riguarda la comunicazione pubblica? Quali sono le criticità, quali gli atout? L’impressione è che le amministrazioni pubbliche abbiano sempre meno intenzione di investire in questo senso.

“Penso spesso che una buona consapevolezza e volontà politica potrebbero e dovrebbero fare di più. Che un ‘sapere della comunicazione’ si è in qualche modo diffuso e che molte amministrazioni - se volessero - potrebbero sicuramente trovare al proprio interno risorse umane già formate o da formare in breve tempo. L’alfabetizzazione di Internet è ormai una conquista (e contribuisce tanto a velocizzare i tempi quanto a migliorare la relazione con i cittadini) e anche il linguaggio della multimedialità non è più un dominio di specialisti”.

Direi che la politica sia fondamentale in questa fase.

“Certo, la politica è ora decisiva: soprattutto in una fase di forte contrazione della spesa. Bisogna mettere la comunicazione dentro l’agire politico amministrativo, non dopo. Come ancora si fa. E bisogna fare scouting nelle amministrazioni e dare la linea che comunicare si può e si deve”.

La Francia di Sarkozy sta dimostrando di essere un Paese molto vivace dal punto di vista della comunicazione. Sarkozy e signora sono i primi portatori di un’immagine forte dell’Ottagono. Non crede che l’Italia avrebbe bisogno di un intervento massiccio per restaurare un’immagine spesso appannata? Da noi si ha l’impressione di avere un patrimonio che però non sappiamo mettere a frutto. Bastano le leggi o deve - e come? - cambiare una mentalità profonda?

“È curioso il fatto che l’opinione pubblica francese abbia spesso interpretato le innovazioni di Sarkozy come dei calchi di quello che veniva definito con un certo disprezzo il suo berlusconismo.
Berlusconi ha certamente cambiato la politica italiana, e non solo. Credo che l’Italia sia ancora di fronte alla sfida di affermare finalmente un’identità e un’appartenenza nazionali. Basti pensare all’attività di delegittimazione che ancora molti deputati sviluppano nel Parlamento europeo contro il proprio Paese. E in generale il tentativo di ‘trovare soccorso’ alla propria debolezza e crisi politica molto spesso irridendo il comportamento o l’agire politico di chi guida l’esecutivo. Credo però che le cose stiano cambiando. I miei colleghi all’estero sempre più capiscono che l’Italia è ora saldamente governata e rappresenta quindi una realtà solida, un punto di riferimento in una fase, oltretutto, di cambiamento e di incertezza politica in molti altri Paesi. E che le immagini macchiettistiche e faziose sono definitivamente evaporate nei risultati elettorali e in questi primi intensi mesi di attività politica”.


Luogo:

Roma

Autore:

di Daniele Scalise

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