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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

03/12/2008


Dettaglio intervista

Pragmatismo, flessibilità, buonsenso. In un momento di bufera economico finanziaria di portata mondiale, sembrano essere questi i fari da tener presenti nella navigazione. Anche, e soprattutto in politica estera. E’ proprio su questo campo infatti che è il momento di insistere, per esempio, per riaprire negoziati strategicamente fondamentali come quello con la Russia, congelati dopo la crisi georgiana di agosto. «In un momento in cui la grande crisi internazionale mette la globalizzazione al centro della discussione – spiega deciso Franco Frattini -, non possiamo permetterci il costo di una nuova guerra fredda e di un congelamento dei rapporti. Sono tanti i nodi da sciogliere, al di là della congiuntura economica. Basta guardare all’Afghanistan e alla proliferazione nucleare iraniana. E’ impensabile affrontare queste questioni senza la Russia. Naturalmente occorre che il Cremlino dimostri e dichiari di voler intraprendere la stessa strada». Questione non da poco, visto le levate di scudi che recentemente altri Paesi dell’Ue hanno alzato contro la ripresa del dialogo, proponendo a Mosca nuove precondizioni, tra cui la preventiva normalizzazione dei rapporti dopo la crisi con Tblisi. «Noi, invece – prosegue Frattini – riteniamo di non dover porre nuove condizioni per poter proseguire l’attività negoziale decisa a giugno. Crediamo che il momento sia maturo per sedersi attorno a un tavolo e dare avvio al nuovo accordo quadro tra Europa e Russia». Frattini invita a non mescolare le carte in tavola: «Una cosa è il pieno rispetto degli accordi tra Mosca, Europa e Georgia, un’altra è l’accordo quadro di cooperazione. Non è un regalo che facciamo ai russi. Negoziare su temi come l’interscambio economico ed energetico è un interesse primario per l’Europa».

Ministro, in questo cammino di avvicinamento non crede che la posizione favorevole della Nato rispetto a un’entrata nell’Alleanza della Georgia possa incrinare i rapporti con la Russia?
«Andrei cauto su questo punto. Credo che in questi mesi sia maturata la consapevolezza che la Georgia può avvicinarsi all’Ue e può rafforzare i rapporti con la Nato. Ma parlare dell’ingresso nell’Alleanza della Repubblica mi pare prematuro».

Tra gli altri temi caldi sul tavolo europeo c’è sicuramente la questione del pacchetto clima sul quale l’Italia ha spinto il freno.
«Si tratta di una serie di misure ambiziose ma credo che serva prima di tutto flessibilità per non danneggiare le nostre imprese. Non ci opponiamo al fatto che l’Ue adotti politiche per proteggere ambiente da qui al 2020. Ma non possiamo negare di avere al riguardo una serie di perplessità. In primo luogo, questo pacchetto è stato definito nel gennaio scorso dalla Commissione europea quando il mondo era un altro. Oggi, invece, la crisi pesa sull’economia reale tanto che i governi stanno facendo iniezioni di liquidità proprio per preservarla. Sarebbe contraddittorio se con l’altra mano accogliessimo queste misure facendo cadere in un momento così delicato una mannaia sulla nostra economia con costi che, come si è visto, per l’Italia sarebbero superiori all’1,1% del Pil».

Quindi si tratta di una questione esclusivamente economica?
«Non solo. Innanzitutto il pacchetto clima non contiene un’analisi di impatto. In altre parole, non dice chiaramente quanto le misure previste costerebbero al sistema impresa e all’economia reale tra 5, 10, 15 anni.  In secondo luogo, è stato presentato come un prendere o lasciare, mentre l’Italia sta rivendicando flessibilità interna a seconda dell’economia dei diversi Paesi. Le economie basate prevalentemente sul manifatturiero, come quelle di Italia e Germania, sarebbero pesantemente penalizzate, mentre altre, come quella inglese che vive sui prodotti finanziari, avrebbero meno danni. Il punto sta nel trovare una formula che permetta di fare pagare proporzionalmente tutti i Paesi, evitando le misure astratte e troppo rigide».

Senza contare che nella lotta all’inquinamento globale l’Ue non è che uno degli attori in questione.
«Esattamente. Come è possibile pensare che solo la piccola Europa possa portare avanti la battaglia per salvare il clima se i grandi inquinatori del mondo, Cina, India e Stati Uniti, continuano su altre strade? Allora la preoccupazione è che adottando questo strumento rigido e costoso per imprese, l’unico risultato sarebbe offrire ai competitor non europei molto aggressivi un vantaggio improprio. Avremmo, cioè, solo favorito le imprese a noi concorrenti che hanno la licenza di continuare a inquinare a nostro danno. Si devono trovare regole globali condivise, rimboccandoci tutte le maniche».

La crisi e il crollo di alcuni imperi creditizi americani hanno anche portato alla luce la questione dei cosiddetti fondi sovrani.
«Si tratta di una materia strategica. In questo momento non possiamo disinteressarci della possibilità che investitori poco trasparenti comprino pezzi delle nostre industrie. Così, insieme al presidente Berlusconi e al ministro Tremonti, abbiamo avuto l’idea di creare, presso la Farnesina, un comitato composto da esperti indipendenti e non pagati, per mettere la loro esperienza a disposizione del Paese e analizzare le caratteristiche dei possibili investitori avendo così delle indicazioni certe sulla loro affidabilità e trasparenza. Il comitato partecipa alla mission strategica del governo, è super partes ed è ben lontano dal ragionare come una merchant bank privata. Il caso degli Emirati Arabi è emblematico. Si tratta di un Paese assolutamente affidabile il cui fondo sovrano ammonta a 800 miliardi di dollari da investire. Trattare con fondi sovrani come questi non comporta alcun rischio».


Luogo:

Roma

Autore:

di Francesca Buonfiglioli

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