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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

15/12/2008


Dettaglio intervista

Alla Farnesina, Franco Frattini e la sua squadra si sentono a casa. Nonostante i 120mila metri quadrati di marmi e i 720mila metri cubi realizzati nel 1935 dagli architetti Del Debbio, Foschini e Morpurgo, secondo i canoni architettonici di monumentalità, simmetria, massa e ritmo dell’epoca.
Il presidente Berlusconi non ha esitato ad affidare al ministro, di provata lealtà ed esperienza, gli Affari esteri per la seconda volta. Frattini sorride quando ricorda come l’Assemblea generale del Bureau international des expositions, nel maggio scorso, abbia assegnato all’Italia il compito di organizzare l’Expo 2015. Milano è riuscita a ottenere questo grande risultato con 86 voti favorevoli contro i 65 della città turca concorrente, Smirne. Un autentico cesello di arti diplomatiche. Ma ricorda volentieri anche la moratoria della pena di morte all’Onu, anche se sostenuta dal suo predecessore e antagonista politico Massimo D’Alema, quando i diplomatici italiani hanno raccolto le 101 firme necessarie nonostante la freddezza e la tradizione contraria su questa materia di paesi importanti e influenti.

Una stagione di grandi vittorie per la diplomazia italiana. Qual è l’ultima grande opera di tessitura di cui va orgoglioso?

Un’avventura molto emozionante l’abbiamo portata a termine con la Cina. Dove stiamo negoziando l’affidamento per la realizzazione del progetto di urbanizzazione complessiva di un’area di 370 Kmq, nel cui ambito sorgerà il polo industriale e una città ecosostenibile per 3 milioni di abitanti: Tangshan Caofeidian. Una città tutta nuova, che nasce dal nulla, progettata in Italia nello studio di architettura di Pier Paolo Maggiora.

Sono molti i successi ottenuti in questi mesi dall’azienda Italia. Che cosa è mutato dall’ultima volta che ha governato gli Affari esteri?

La missione della diplomazia è profondamente cambiata. Ho trovato una vocazione professionale di ambasciatori e diplomatici molto più consapevoli dell’importanza del loro ruolo: promuovere non solo l’immagine politica, ma anche la capacità di impatto economico del sistema Italia nel mondo.

C’è una regola che ha dovuto imporre agli uomini della Farnesina?

Non necessariamente. I nostri diplomatici hanno tutti esperienze ben sedimentate. Tutti sentono la responsabilità di essere coerenti nel sostenere il processo di internazionalizzazione. Con la nostra rete diplomatico-consolare, abbiamo il compito di tutelare gli imprenditori presso le autorità straniere. Anche perché la nostra politica estera si occupa sempre più di made in Italy, di sviluppo delle nostre imprese su nuovi mercati, di sicurezza energetica, di sostenibilità ambientale, di negoziati per nuove regole di governance mondiale.

Quali sono le missioni a favore dell’imprenditoria nazionale di cui va più fiero?

Abbiamo affidato un grande appalto all’Agusta per la produzione di elicotteri destinati alla Turchia, con un giro d’affari da 1,5 miliardi di dollari. Abbiamo vinto negli anni scorsi un’altra gara per gli elicotteri da fornire alla Casa Bianca. Abbiamo  realizzato importanti investimenti in paesi come l’Egitto. In America latina stiamo realizzando appalti per strade e autostrade. Con l’Enel abbiamo realizzato la centrale elettrica che
fornisce l’intera regione a nord di San Pietroburgo, in Russia. Ma questo vale anche per le banche: abbiamo istituti importanti come Unicredit che si è internazionalizzata, ma con grande accortezza e prudenza, e oggi la troviamo presente nell’assoluta maggioranza dei Paesi Balcanici e dell’Europa Orientale. E poi ci sono anche le piccole e medie imprese, che sono molto presenti nei Balcani occidentali. In Romania siamo il primo partner come imprenditoria, lo stesso in Serbia e in Albania.

Ma lei crede che l’Italia abbia oggi la forza, come potenza industriale, per poter influire in modo determinante anche sullo sviluppo degli altri paesi?

Ho assistito alla firma dell’accordo con il governo serbo per installare uno stabilimento della Fiat, vicino a Belgrado, destinato alla produzione di 300mila automobili l’anno. Un numero enorme per quell’area, che richiede un investimento di 900 milioni di euro. Tutta l’economia serba subirà un’accelerazione nello sviluppo. E la Fiat sarà la marca automobilistica di riferimento per tutta la regione. Non solo, pochi sanno che la Serbia ha già firmato un accordo bilaterale di libero scambio con la Russia. Questo significa che molte automobili saranno destinate all’esportazione sul mercato russo.

Ma c’è anche un modo diverso per promuovere il sistema Italia, con azioni strategiche che non siano solo grandi investimenti commerciali. Come la cultura..

È il nostro biglietto da visita, attraverso il quale ci presentiamo agli altri stati. Siamo spesso incaricati della salvaguardia del patrimonio archeologico e storico all’estero. Quando San Pietroburgo, città realizzata da architetti italiani, ha compiuto 300 anni, nel 2003, il presidente Putin ha chiesto ai nostri restauratori di rimettere a nuovo l’intero nucleo storico della città. Il presidente dell’Egitto ci ha affidato la costruzione del museo egizio, che sarà il più grande al mondo. L’ultima operazione è il ripristino del grande museo archeologico di Baghdad, che abbiamo salvato dalle bombe cadute nel 2003, grazie all’impegno dei nostri soldati. I Carabinieri hanno recuperato il 90% del reperti archeologici assiro-babilonesi, rubati dalle milizie in fuga di Saddam Hussein. I pezzi sono stati ritrovati nei mercatini di Baghdad o recuperati da nascondigli improvvisati. Ora il museo è terminato e verrà inaugurato a breve. Un pezzo di storia fondamentale che racconta la nascita della civiltà tra Tigri ed Eufrate, dai tempi di Abramo.


Una strategia anche per le aree di crisi?
Esiste una terza via per promuovere il sistema Italia, che però non trova nei media tutta l’attenzione che meriterebbe. È rappresentata dalle missioni militari di pace. Accanto alle operazioni dei nostri soldati, vengono sempre avviate iniziative a favore della gente che soffre, dalla realizzazione del piccolo villaggio in Kosovo all’ospedale in Africa, dal campo profughi della Croce Rossa italiana in Georgia, alle attività  che sviluppiamo in Afghanistan, nella provincia di Herat, fino alle attività di cooperazione in Libano. Ovunque fioriscono attività che portano alle popolazioni il segno di amicizia della bandiera italiana.


Di che casa va più fiero?
Quando all’estero i miei colleghi mi dicono:« I vostri Carabinieri…. Meno male che ci sono loro!». Gli altri paesi hanno un approccio ben diverso.


La mission che ha ricevuto dal governo Berlusconi?
L’indicazione di avere un’attenzione molto particolare ai grandi investimenti che i paesi produttori di petrolio hanno deciso di realizzare nel mondo. Il surplus ottenuto in seguito agli aumenti dei prezzi del greggio hanno fatto moltiplicare il valore dei cosiddetti Fondi sovrani dei paesi dei Golfo. Assieme al ministro Giulio Tremonti ho costituito il Comitato strategico per l’interesse nazionale in economia, un sistema di coordinamento tra Affari esteri e Tesoro,col quale intendiamo governare questo flusso di investimenti, indirizzandolo verso i settori che sono di nostro interesse e nel rispetto dei cosiddetti principi di Santiago in tema di trasparenza e di intesa con i governi. Per esempio, le infrastrutture per il turismo in Italia, sulle quali ci sono grandi possibilità di investimento. Un’ottima opportunità, visto che molti investitori dei paesi del Golfo in Italia trovano un paese sicuro, dove si produce, dove esiste la manifattura. E in cui l’industria non trae alimento dalla vendita di carta straccia e da sistemi finanziari illusori.


Intende una sorta di governance degli investimenti all’estero?
lo e Tremonti crediamo che non si possa lasciare questa opportunità alla mercé di iniziative estemporanee di singoli. Devono essere integrate in una visione strategica. Non possiamo sottovalutare il fatto che oggi ci sono miliardi di dollari che possono essere investiti. E non possiamo lasciarci cogliere di sorpresa. Tutto deve essere concertato.


Un impegno o una promessa?
Abbiamo degli indicatori molto attenti: i nostri ambasciatori ci segnalano le propensioni di questo o quel paese. Che cosa bolle in pentola negli Emirati, quali sono le attenzioni del Qatar verso l’Africa, con implicazioni molto interessanti.

Gli Stati generali della solidarietà e cooperazione internazionale, al varo di questo governo, chiedevano di impegnarsi affinché l’Italia potesse presentarsi con le carte in regola agli appuntamenti internazionali, quali le conferenze di Accra sull’efficacia degli aiuti, di Doha sulla finanza per lo sviluppo, la prossima sessione della Cedaw, il G8, il vertice di Copenhagen, nel dicembre 2009, sul post Kyoto. A che punto siete?
Abbiamo tutte le carte in regola. L’Italia non è più indietro rispetto agli altri paesi europei. Questa grande crisi finanziaria mondiale sta dimostrando che l’Italia è il paese che meno di tutti gli altri sta risentendo dei contraccolpi, perché gli indicatori sono solidi, perché il sistema bancario, assicurativo e industriale non sono fondati sulla sabbia. E stanno dando forza al paese. Dopo la Germania, come sistema industriale, c’è l’Italia. E’ chiaro che siamo in una posizione importante. Da gennaio avremo la presidenza del G8. Potremo dare il nostro importante contributo. Assieme al ministro Tremonti ho immaginato una nuova strategia globale, che lui presenterà ai ministri dell’Economia degli altri stati. Noi lo sosterremo anche sui temi dell’ambiente e dell’energia.


E tutti i paesi che non sono nel G8?
Cina, India e Brasile non ci sono: come possiamo fare a meno di queste nazioni? Proporremo un nuovo modello di G8 costituito dai grandi, più un modello flessibile di altri sei paesi, che sono i grandi attori della nostra storia e che verranno coinvolti in questa strategia globale. Per esempio, non si può parlare di stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan senza coinvolgere l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti o l’Egitto.


E che ruolo gioca l’Italia al Palazzo di vetro?
E’ evidente che la crisi globale rende necessario ripensare le istituzioni internazionali. A cominciare da quelle preposte alla governance economico-finanziaria. Ma è necessario mettere mano anche alla riforma di organismi multilaterali come le Nazioni Unite, di cui dobbiamo migliorare l’efficacia. Evitando di creare nuove oligarchie e promuovendo criteri di rappresentatività, di democraticità e di capacità decisionale.


Luogo:

Roma

Autore:

Claudio Gallone

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