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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

28/12/2008


Dettaglio intervista

Hamas ha nel suo Dna  estremismo e intolleranza. Quello che è successo è colpa della sua scelleratezza. Ma adesso bisogna lavorare ad un immediato cessate il fuoco, per poi rilanciare le iniziative di pace». Parla molto chiaro il ministro degli Esteri Franco Frattini. Tanto netto nell’attribuire le responsabilità della crisi, quanto convinto più che mai che la «sola soluzione è un accordo di pace che si basi sul principio di due popoli e due stati che vivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza». E ancora determinato a cercare una soluzione all’insanguinato puzzle mediorientale. Anche quando sembra che non ve ne siano all’orizzonte.

Ministro Frattini, per molti versi questa è crisi annunciata. Ma la comunità internazionale non poteva muoversi prima?
«Io credo che gli sforzi ci siano stati e siano stati importantissimi. Sono stati fatti da coloro che li potevano fare. Ad esempio dall’Egitto e dai paesi arabi che con la Lega Araba, hanno fatto passi importanti. Ma Hamas ha rifiutato tutto questo, ha preferito lanciare centinaia di razzi su Israele. Ha cercato la provocazione, ed è chiaro che questo ha poi provocato la reazione israeliana. Diciamolo chiaramente: la causa di tutto questo, di questa ennesima crisi, è la scelleratezza di Hamas, una organizzazione che non a caso consideriamo una organizzazione terroristica».

Sull’ultimo numero di "Foreign Affairs", Walter Russel Meade invita il presidente Obama a superare «un approccio incentrato solo su Israele» e a «mettere i palestinesi al centro degli sforzi diplomatici perchè sono loro ad avere la chiave della pace». La convince questo approccio?
«Fino a un certo punto. Io credo che l’approccio del presidente Obama debba essere e sarà certamente un approccio equilibrato. Ma questo non basta. Il problema quando si parla di palestinesi è che ci dimentichiamo che i palestinesi non solo Hamas, i palestinesi sono il presidente Abu Mazen, che è stato eletto dal suo popolo e che va aiutato dalla comunità internazionale mentre Hamas non perde occasione per attaccarlo e ha già detto che dal 9 gennaio non riconoscerà la sua autorità: un messaggio di assoluta ostilità e di perenne ricerca dello scontro. Il problema è che c’è una parte che l’accordo non lo cerca...».

Vuol dire che Hamas preferisce il "tanto peggio tanto meglio"?
«Ma per forza. E’ nel suo Dna. Non ha neppure cancellato dal suo statuto la distruzione di Israele. Ha attaccato e cacciato da Gaza i palestinesi che aderiscono a Fatah. Come si può pensare che cerchi il dialogo e la pace? Nel suo Dna ha estremismo e intolleranza».

Quanto pesa la mancanza di una leadership forte nei due fronti contrapposti?
Israele sta andando a elezioni mentre i palestinesi sono divisi tra una sorta di "Hamastan" a Gaza e un "Fatahstan" in Cisgiordania…
«Pesa fino a un certo punto, perchè situazioni analoghe si erano registrate anche prima, quando c’erano un governo dall’una e dall’altra parte. Il problema è che siamo vicini alla data entro la quale finisce il mandato del presidente Abu Mazen. Ora io sono convinto che lui debba restare in carica fino alle prossime elezioni ma Hamas l’ha pubblicamente sfiduciato e da una situazione di tensione come quella che si è venuta a creare con le sue continue provocazioni a Israele, Hamas rischia di trarre un vantaggio non irrilevante. E questo complica ancora le cose».

A questo punto quale può essere la via per riprendere il dialogo?
«La prima cosa è raggiungere il cessate il fuoco. Gli egiziani hanno nelle loro mani una delle leve più importanti. La seconda ce l’ha la Lega Araba. Nell’ultimo consiglio dei ministri degli Esteri dell’Ue noi abbiamo dato un endorsment al piano di pace della Lega Araba, che è il piano del re saudita. Abbiamo detto che è una buona base di partenza, dalla quale ripartire. A fianco di questi due scenari sul fronte arabo ne abbiamo uno su quello occidentale, il processo di pace di Annapolis, che potrà essere rilanciato con forza dopo l’insediamento del presidente Obama».

Il nostro Paese nel 2009 presidierà il G8. C’è spazio per far da catalizzatori di iniziative multilaterali?
«La questione israelo-palestinese rappresenterà una priorità della presidenza italiana del G8. E io intendo affrontare questo tema da subito, non appena si sarà insediata, con la collega Hillary Clinton ».


Luogo:

Roma

Autore:

Alessandro Farruggia

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