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Governo Italiano

Dettaglio Intervista

Data:

21/02/2009


Dettaglio Intervista

Ministro Frattini, la cronaca di queste ore ci ricorda che in Russia le violazioni dei diritti umani e civili si vanno moltiplicando: l’assassinio di Anna Politkovskaya resta senza colpevoli, avvocati e giornalisti vengono uccisi per strada, è imminente un secondo processo politico a Khodorkovski. Un governo molto amico della Russia come quello italiano, non dovrebbe farsi sentire?
«Questo - risponde il titolare della Farnesina - è un principio che noi seguiamo. Nel caso specifico della Politkovskaya è stata concordata una dichiarazione europea che esprime rispetto per la giustizia russa e auspica un processo di appello. Ma esiste in effetti un problema più generale, che ben conosco essendo stato per tre anni e mezzo il responsabile della giustizia nella Commissione europea. Gli interlocutori russi fanno un ragionamento formalmente corretto sull’autonomia dei loro tribunali, e a questo è difficile replicare. Resta, però, la questione politica. Quando Berlusconi sente Putin gli parla come ad un amico sincero, e quindi gli esprime la sua preoccupazione. Io l’ho sentito personalmente. La differenza è che noi non vogliamo creare un antagonismo pubblico, non è mettendo pubblicamente all’indice la Russia che il problema si risolve. Noi continueremo a svolgere un’azione di persuasione e di convincimento, ma senza clamore perché questo otterrebbe un effetto contrario a quello desiderato».

Ministro, c’è qualcosa che non va con l’amministrazione Obama? Osservo che Hillary Clinton ha visto i colleghi inglese, tedesco, francese, e martedì vedrà lo spagnolo, prima di lei...
«La vedrò il 27, pochi giorni dopo. Io privilegio la sostanza rispetto alla corsa ad ostacoli per arrivare prima a Washington. Ho avuto con i responsabili Usa molti e utili contatti, con Holbrooke ho appena discusso di Afghanistan e Pakistan, l’idea di lavorare sull’impegno dell’Iran nella questione afghana è un’idea italiana che l’America incoraggia, insomma non direi che con Obama qualcosa non funzioni. Semmai potrei dire che nessuno in Europa ha ancora ricevuto la visita della terza carica dello Stato, la signora Pelosi».

A proposito di Afghanistan, ci sono state nel governo voci diverse sulla disponibilità italiana a fare di più...
«Posso chiarire. Il numero dei nostri soldati crescerà fino a 2.800 dagli attuali 2.300, e per il periodo elettorale, circa quattro mesi, c’è una nostra disponibilità di massima a fornire un contingente supplementare di 200-250 uomini. Inoltre siamo disponibili a valutare una ulteriore libertà di movimento del nostro contingente, e ho potuto constatare di persona che ci stiamo preparando a una maggiore, presenza nella regione di Farah, dove peraltro vengono già svolte azioni di pattugliamento di un certo rilievo».

Ciò significa che i nostri soldati potrebbero andare anche nelle zone più calde, nella provincia di Helmand?
«A richiesta e non in via permanente».

Noi arriveremo a 2.800, ma questo a Nato e Usa basterà?
«Altri Paesi europei sono in ritardo, non noi».

Chi, per esempio?
«Basta guardare le cifre, potrei citare la Spagna, o la Polonia».

Ministro, anche sulla eventuale accoglienza di ex detenuti di Guantanamo in Italia si sono levate voci diverse. Può chiarire anche questo?
«Certo. E’ una questione tecnica. Fini ha parlato di un caso che nessuno ci ha chiesto di affrontare: tenere in una prigione speciale persone che stavano in prigione a Guantanamo. Si tratta, invece, di persone assolte, oppure non processate perché su di loro non esistono indizi di colpevolezza, e che non possono essere inviate nei rispettivi Paesi di origine per i rischi altissimi che ciò comporterebbe per la loro sicurezza. A noi viene chiesto di custodire in Italia, ed eventualmente di controllare, persone con queste caratteristiche. Senza ovviamente violare alcun divieto costituzionale. E’ un po’ quello che accadde con i palestinesi di Betlemme nel 2002, che accogliemmo con un decreto ad hoc e che oggi vivono con scorta al seguito: liberi ma accompagnati, e non possono lasciare l’Italia perché non hanno un visto di uscita. La preoccupazione di Maroni è data proprio dal fatto che accoglienze di questo genere richiedono misure di protezione e sicurezza molto impegnative, ricordiamo per esempio il caso Ocalan. Comunque l’Italia resta disponibile a esaminare in modo positivo, caso per caso e previa definizione di una cornice europea, le indicazioni che ci sono già state fornite».

Parliamo di Iran. Lei approva le aperture di Obama? E se Teheran le accettasse, ma non rinunciasse al nucleare?
«Io credo che Obama faccia bene e che si debba tentare. Il dialogo con l’Iran va però inserito in un pacchetto complessivo, non si può dialogare su una cosa sì e su un’altra no. E qui penso al ruolo iraniano in Medio Oriente. Lo scopo è di fare dell’Iran un Paese accettato, rispettato e non temuto. Teheran deve comprendere che questo è nel suo interesse, perché così potrà esserle riconosciuto il ruolo di potenza regionale».

Scusi, e se l’Iran non rinuncia al nucleare?
«Allora noi dovremmo esigere il rispetto quantomeno delle regole di monitoraggio internazionali. Teniamo presente che nessuno contesta il diritto dell’Iran ad avere il nucleare civile, e che la crisi è nata quando Teheran ha rifiutato un certo tipo di ispezioni».

Caso Battisti. Qualcuno ha detto che la diplomazia italiana si è mossa in ritardo...
«È una critica infondata perché non sapevamo del trasferimento di Battisti in Brasile. E nemmeno sapevamo che il ministro della Giustizia brasiliano avrebbe deciso come ha deciso, perché nell’apposito comitato interministeriale la scelta era stata favorevole a noi. Così quando Lula è venuto a Roma non abbiamo sollevato il problema, anzi ci siamo congratulati di quella scelta iniziale. Il resto è poi arrivato come un fulmine a ciel sereno. Io resto fiducioso sullo sblocco positivo della vicenda. Se così non sarà ci vedremo costretti a trovare una strada stretta che salvi l’amicizia con il Brasile ma esprima anche il dissenso e l’indignazione della nostra opinione pubblica. Oltretutto Battisti non si aiuta con le accuse assurde contenute nella sua lettera dal carcere».

La crisi economica finirà per disgregare la costruzione europea?
«L’Europa può essere demolita sia dal protezionismo sia dalla distruzione del mercato interno. Vanno combattuti i sintomi, che esistono, di entrambi i fenomeni. Ma non dobbiamo nemmeno meravigliarci troppo, se è vero come è vero che l’America prima crea il problema finanziario e poi sostiene il buy american. Serve un messaggio di coesione europea davanti ai due rischi citati, e a questo si sta lavorando».

Il G8 italiano avrà luogo all’apice della crisi...
«Infatti. Parleremo di Africa, di ambiente, di agricoltura, la nostra strategia sarà inclusiva e rappresentativa. Ma è chiaro che su tutto prevarrà un interrogativo: come depurarci da alcuni trilioni di titoli drogati che potrebbero rappresentare fino a dieci volte il Pil del mondo».


Luogo:

Roma

Autore:

Franco Venturini

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