Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

18/03/2009


Dettaglio intervista

L'Italia è favorevole ad un fondo di salvataggio europeo nel caso di un ulteriore inasprirsi della crisi del mondo bancario?

In tutta franchezza, non lo ritengo utile. In preparazione del Consiglio Europeo che si terrà questa settimana a Bruxelles è emersa l’idea di stanziare più denaro a favore del Fondo Monetario Internazionale da parte degli stati europei. Io credo però che non è il momento giusto per creare un fondo europeo. Dovremo comunque prima consultarci singolarmente e fare le nostre valutazioni.

Il Trattato di Maastricht stabilisce che non ci può essere un "Bail-out“ per gli Stati che si trovino in una situazione di squilibrio finanziario. Dall'altro lato, è difficilmente immaginabile che si accetti che uno Stato dell'Euro o anche solo uno Stato membro dell'Unione Europea vada in bancarotta. Qual è la soluzione di fronte a questo dilemma?

Ovviamente qui ci troviamo di fronte a un conflitto tra il principio della sussidiarietà, cioè la responsabilità autonoma di ciascuno stato, e quello della solidarietà europea. Qui occorre però che si analizzino le questioni caso per caso. La situazione in Ungheria ad esempio è molto differente da quella in Slovacchia.

I parametri di Maastricht, infatti, sono stati sospesi per via della crisi. Ma ci sono anche delle critiche di fondo. Si dovrebbero modificare le regole del Trattato di Maastricht?

Bisogna affrontare le cose in maniera flessibile come fa d’altronde la Commissione Europea. Io, ad esempio, sono fortemente contrario al fatto di stanziare maggiori mezzi pubblici o di far salire l’indebitamento pubblico. Sarebbe controproducente. Una cosa è infatti applicare i criteri esistenti nei confronti degli attuali membri in modo flessibile; sarebbe però tutt’altra cosa se questi criteri venissero modificati per i nuovi membri. Sarebbe un disastro, dato che, se introducessimo dei criteri nuovi per via della crisi metteremmo in discussione la stabilità stessa della zona Euro. È necessaria pertanto una rigida applicazione dei criteri da parte degli eventuali nuovi membri.


La crisi economica scuote importanti settori dell'industria europea. Lei vede il rischio di protezionismo nazionale, ad esempio se la Francia aiuta la propria industria automobilistica, mentre altri Stati invece non lo fanno? La tutela dei posti di lavoro giustifica le sovvenzioni?

Il protezionismo sarebbe la negazione di un valore fondamentale europeo. In passato abbiamo impiegato parecchie energie per formare un mercato europeo uniforme. Adesso non dobbiamo distruggerlo dando dei segnali sbagliati. In questo momento in cui intendiamo ratificare il Trattato di Lisbona sarebbe il messaggio sbagliato da lanciare. Sarebbe un paradosso. Prendiamo come esempio solo la Germania e l’Italia: i nostri due Paesi sono profondamente intrecciati dal punto di vista commerciale, ma anche in materia di proprietà delle imprese, per cui in definitiva il protezionismo non può proprio funzionare.

Anche se le cose stessero così: il protezionismo è un concetto astratto però in definitiva sono in gioco dei posti di lavoro concreti e questa è una cosa importante in campagna elettorale.

È legittimo che l’Europa si opponga alle esportazioni a basso prezzo – ad esempio i prodotti tessili provenienti dalla Cina. L’Opel e la Fiat dovremmo aiutarle in ambito europeo. Ma nel momento in cui mettiamo a disposizione congiuntamente del denaro pubblico per impedire un’invasione di merci prodotte in Cina in condizioni di dumping salariale, non si tratta di un gesto di protezionismo. Si tratta di una legittima difesa dell’industria europea. È importante che in Europa agiamo insieme invece di farci la guerra reciprocamente nell’economia perché così saremo tutti vincitori.

L'Italia ha la presidenza del G8. In questo contesto, qual è il Suo compito più importante?
 
Dobbiamo aggiornare il formato e l’obiettivo del G8. Sono due i principi importanti per la presidenza italiana: la rappresentatività e il coinvolgimento. Non è più immaginabile che crisi politiche come quelle in Afghanistan, Pakistan o Africa vengano affrontate solo in seno al G8. Quello che è stato avviato dalla presidenza tedesca a Heiligendamm va proseguito e rafforzato. Per la prima volta non ci limiteremo solo a  invitare i cinque stati non appartenenti al G8 – con l’aggiunta dell’Egitto - alla cena di lavoro, ma all’intera seconda giornata di consultazioni. In questa maniera il G8 però non si trasforma in G14. il G8 + 6 non rappresenta una nuova istituzione, bensì un nuovo formato di discussione. E poi, il terzo giorno coinvolgeremo degli altri stati le cui economie sono importanti: l’Indonesia, l’Australia, paesi come l’Argentina e forse la Turchia che gradirebbe essere invitata. Non dobbiamo insomma, invece del G8, creare una nuova struttura rigida di G14 o G17 o qualsiasi altra cosa sia.

Più stati saranno presenti, più sarà difficile raggiungere un consenso?

Intendiamo invitare le organizzazioni regionali esistenti in altri continenti, ad esempio l’Organizzazione dell’Unità africana (OAU) o l’Unione dei Paesi dell’America latina o le organizzazioni regionali in Asia. Queste infatti, diversamente dai singoli paesi, sono in grado di rappresentare la propria regione: è ad esempio inimmaginabile che l’India parli a nome del Pakistan. Occorre che queste organizzazioni si assumano maggiore responsabilità. Solo così si potrebbe mettere fine a situazioni paradossali come quando si decide sui problemi collettivi senza che tutti gli stati siano presenti al tavolo della discussione. Si tratta di una grande sfida, ma noi in Europa ci siamo riusciti. Infatti, anche quando la Polonia, i Paesi Bassi o la Spagna non partecipano a una discussione, c’è sempre la Commissione Europea che parla a loro nome. In questo senso occorrerebbe pure portare avanti la riforma dell’ONU ed è per questo che sono a favore di un seggio europeo all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e per una rotazione tra i membri.

Ci sono stati problemi tra la Germania e l’Italia per via della riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Sono stati risolti nel frattempo?

Constato con soddisfazione che l’attuale governo tedesco non sottolinea più con la stessa insistenza l’obiettivo della Germania di avere un seggio all’interno del Consiglio di Sicurezza.

Come risolviamo il problema della sicurezza energetica, viste le controversie fra la Russia e l'Ucraina ad esempio, evidentemente ricorrenti a scadenze periodiche? Fra gli Stati membri dell'Unione Europea dovrebbe esistere un obbligo di aiuto solidale in caso di scarsità energetica?

Penso che il problema può e dovrebbe essere risolto mediante un patto strategico tra l’Europa e la Russia. Qualsiasi forma del “dialogo freddo” servirebbe a ben poco come si è verificato ad esempio durante la crisi di agosto che si è potuta risolvere, per fortuna, grazie alla cooperazione tra Italia, Germania e Francia. Abbiamo deciso di riprendere il dialogo strategico tra Europa e Russia. Abbiamo ripreso anche il dialogo politico nel Consiglio NATO – Russia. È questa la strada giusta. La Russia è disposta a impegnarsi, ma vuole essere riconosciuta come un partner alla pari. I russi si lamentano del fatto che si adoperino due pesi e due misure: ad esempio nel caso del Kosovo e nel caso della Georgia o quando ad esempio noi offriamo una partnership ad ampio raggio all’Ucraina senza pensare che Kiev si è comportata in modo sbagliato durante la crisi energetica di questo inverno. Io credo che dopo la ripresa dei lavori da parte del Consiglio NATO – Russia Mosca è disposta a impegnarsi e che ciò possa funzionare. Tuttavia è richiesta buona volontà da entrambe le parti: ad esempio quando due stati membri dell’UE e della NATO hanno dichiarato unilateralmente di acconsentire allo stazionamento sul proprio territorio dei missili dello scudo di difesa, la reazione automatica è stata la minaccia di stazionare dei missili russi a Königsberg. Non è stato un messaggio positivo. Per fortuna adesso il nuovo governo americano sta riesaminando la propria decisione.

Lei si aspetta una nuova controversia sull’ampliamento della NATO in occasione del vertice NATO a Strasburgo e Kehl? Ci sarà un membership–action-plan (MAP) per la Georgia e l’Ucraina? Qual è la posizione italiana in merito?

Credo che tutti abbiano compreso che un membership-action-plan per l’Ucraina e la Georgia sarebbe adesso prematuro. Occorre prima che vengano soddisfatti tutta una serie di requisiti preliminari, cosa dalla quale sia la Georgia che l’Ucraina sono ancora ben distanti. Non esistono delle scorciatoie per entrare nella NATO solo perché sussiste il rischio da parte della Russia di un ampliamento della propria sfera di influenza. Dovremmo aiutare l’Ucraina e la Georgia a migliorare la situazione della sicurezza e a rafforzare le proprie istituzioni. E dovremmo far loro presente la portata della loro responsabilità nel momento in cui aderiscono alla NATO. Se lo scorso agosto la Georgia fosse già stata nella NATO, saremmo dovuti intervenire militarmente. Sarebbe stato impossibile. L’adesione alla NATO di un nuovo paese membro dovrebbe portare un contributo alla sicurezza e non rappresentare un problema per la sicurezza.

L'Italia è disposta ad inviare più soldati in Afghanistan o a rafforzare i propri sforzi civili per la stabilizzazione del Paese? Qual è, in sostanza, l'obiettivo della Nato in Afghanistan e quando dovrebbe essere terminato il suo intervento?

Io ritengo che non occorre fare una distinzione tra Afghanistan e Pakistan. Si tratta infatti delle due facce della stessa medaglia. Ma sono pure certo del fatto che da parte dell’America non verrà richiesto un drastico potenziamento dei contingenti di truppe europee in Afghanistan. Gli americani richiederanno maggiore flessibilità e maggiori sforzi in seno a una strategia ad ampio respiro per combinare la sicurezza con la ricostruzione civile. Allo stesso tempo tenteranno di coinvolgere in un processo politico i paesi confinanti con Afghanistan e Pakistan. Per questo motivo l’Afghanistan rappresenterà la priorità assoluta per i ministri degli esteri durante la presidenza italiana del G8. Nella terza settimana di giugno organizzerò a Trieste una conferenza per promuovere la stabilità dell’Afghanistan e del Pakistan. Inviterò a tal fine i paesi del G8 e in più l’Afghanistan, il Pakistan, l’India, la Cina, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Egitto, la Turchia, l’Australia e l’Iran. L’Iran rappresenta l’elemento nuovo della strategia. Dobbiamo coinvolgere tutti i paesi vicini. Il contingente delle truppe italiane a Herat è stanziato ad esempio lungo il confine di settecento chilometri con l’Iran. I nostri uomini laggiù sanno benissimo quanto sia importante per loro l’aiuto degli iraniani nella repressione del contrabbando di armi e stupefacenti o nella lotta ai gruppi ribelli.

Lei ha parlato di flessibilità. Vuol dire che gli stati europei dovrebbero contenere i “caveat” ai quali sono soggette le truppe in Afghanistan?

Siamo pronti a farlo. Potenzieremo le nostre truppe durante il periodo delle elezioni presidenziali in Afghanistan. Siamo disposti ad accrescere la collaborazione operativa inviando maggiori mezzi in Afghanistan, ad esempio aerei ed elicotteri. Daremo anche un maggiore contributo all’addestramento delle forze di polizia afgane. Siamo disposti pure a condurre una riflessione sui restanti “caveat”. Alcuni di essi sono persino già stati soppressi e adesso si parla invece di “obiezioni” che ormai si sono ridotte solo a due. Una delle nostre condizioni per la loro soppressione è che le truppe italiane vengano integrate a pieno nei flussi delle informazioni dei servizi segreti. Ciò è indispensabile nel momento in cui i militari italiani vengono chiamati a intervenire in operazioni umanitarie in determinate aree.

Possiamo vincere la guerra in Afghanistan?

La mia risposta è la seguente: il fallimento non rientra tra le opzioni possibili perché ne va della nostra credibilità. Dopo tutto quello che abbiamo investito in Afghanistan e dopo tutte le perdite che abbiamo subito, non è accettabile un’avanzata della legge della Scharia in un numero sempre maggiore dei territori di frontiera vanificando i successi già ottenuti nel processo di stabilità.

In che modo può contribuire l’Europa alla risoluzione del conflitto mediorientale in senso stretto, cioè quello tra gli Israeliani e i Palestinesi?

Occorrerà applicare tutti i principi formulati dal quartetto del Medioriente. Abbiamo contribuito a sponsorizzare la conferenza appena tenutasi a Sharm el Sheik sulla ricostruzione di Gaza. Siamo tra i maggiori finanziatori di questa regione. Sono tre i campi in cui l’Italia può svolgere il proprio ruolo: in Europa siamo tra gli amici più stretti di Israele. Allo stesso tempo disponiamo di ottime relazioni con gli stati arabi della regione, come ad esempio la Siria. L’Italia può senz’altro aiutare Israele e Siria a tornare al tavolo dei negoziati. In secondo luogo, dobbiamo suggerire alla nuova leadership israeliana di perseguire la soluzione dei due stati. Sussistono alcune incertezze sull’eventuale azione di un governo sotto la guida di Netanjahu come Primo Ministro. Il nostro ruolo dovrebbe contribuire a incoraggiarlo a partecipare all’individuazione di una soluzione a due stati. Il terzo interrogativo da porci è come possiamo apportare un miglioramento a medio termine della qualità della vita dei Palestinesi. Il Primo Ministro Berlusconi ha richiesto un piano Marshall per la Palestina. Suggeriamo un “trattato per la Palestina” di durata quinquennale in modo da avere una prospettiva a lunga scadenza sulle modalità per un miglioramento della situazione economica locale. Inoltre respingiamo il fatto che una parte del futuro governo palestinese rinneghi a Israele il proprio diritto di esistere così come fa Hamas. Hamas può diventare solo parte di un governo di riconciliazione nel momento in cui detto governo sarà disposto ad accettare tutti i principi formulati dal quartetto del Medioriente. Fin tanto che Hamas continuerà a rinnegare a Israele il diritto di esistere e a pretendere addirittura la sua distruzione, tale organizzazione non potrà mai fungere per noi da interlocutore. 


Rispetto alla Germania, l’Italia ha più problemi con gli immigrati clandestini – per dirlo con una parola: Lampedusa. Vi sentite abbandonati dagli altri partner europei?

Quand’ero Commissario Europeo, questo era il mio settore di competenza e durante il mio mandato abbiamo lanciato molte iniziative ad esempio la creazione dell’Organizzazione per la tutela delle frontiere FRONTEX. Durante il mio mandato sono nate le prime pattuglie comuni di stati europei, anche la Germania vi ha preso parte. Adesso occorre che si faccia ancora di più in ambito di cooperazione pratica e nella ripartizione degli oneri. Abbiamo bisogno di accordi europei con i paesi di origine degli emigranti. Alcuni già esistono, ma sono necessari degli altri, non solo accordi bilaterali con paesi membri dell’Unione. Già solo l’Italia ad esempio dispone di ben 23 accordi con stati dai quali provengono gli immigrati clandestini. Ma la cosa non ha risolto i problemi.

L'Italia, attualmente, si sta adoperando molto per la Libia. Lei che cosa se ne ripromette?
 
Stiamo lanciando proprio adesso un’operazione storica. Provvederemo a pattugliare le acque territoriali libiche assieme alla Libia. Per la prima volta accetteremo a bordo di navi italiane degli ufficiali libici e viceversa. Metteremo pure a disposizione della Libia o affideremo loro delle navi per il controllo delle coste. Gli agenti di polizia italiana e libica collaboreranno assieme per identificare e bloccare imbarcazioni in alto mare. A tal fine siamo impegnati adesso nell’addestramento in Italia di agenti libici. Il lancio di questa cooperazione alla fine di maggio costituirà per noi un evento storico.   

Il Presidente del Consiglio Berlusconi è stato uno stretto alleato del Presidente Bush. Da ciò, ora, potrebbero derivare delle difficoltà per il rapporto con l'amministrazione di Obama?

Abbiamo già avuto diversi colloqui e incontri con i nostri amici americani. Io stesso sono stato quattordici giorni fa a Washington dove ho incontrato le figure più importanti del nuovo governo – tranne il presidente Obama e il vicepresidente Biden. Concordiamo integralmente con il governo americano per quanto concerne le questioni più determinanti, di cui un esempio è la nuova rotta intrapresa da Washington nei confronti della Russia. L’Italia e l’America si sono posti principi, valori e obiettivi comuni.

Ci sono iniziative congiunte di Italia e Germania che potrebbero far avanzare l’Unione Europea?

A mio avviso sono due i settori nei quali possiamo procedere insieme con successo. Assieme alla Francia dovremmo migliorare le relazioni con la Federazione Russa. Altri Paesi in questo contesto sono più titubanti, ad esempio il Regno Unito. Insomma dobbiamo andare avanti. E l’Italia e la Germania potrebbero andare innanzi nella zona dei Balcani occidentali. Io assisto ad una profonda titubanza da parte di altri Paesi Membri per quanto concerne un’ulteriore integrazione di questi territori nell’Unione. Gli stati della zona sono circondati da paesi dell’Unione, occorre dar loro una prospettiva ad esempio per quanto riguarda la libera circolazione e l’integrazione economica con l’Unione.

Continuano a sussistere problemi tra Germania e Italia che risalgono alla seconda guerra mondiale?

No. I nostri governi rispettano senz’altro l’indipendenza dei tribunali. Abbiamo tuttavia dato vita a una commissione di esperti congiunta per discutere proprio tutti questi problemi. Assieme al Ministro degli Esteri Federale Steinmeier ho visitato un ex campo di concentramento nei pressi di Trieste. Si è trattato di una visita comune che non ha precedenti storici. Entrambi i governi, comunque, non hanno nessun problema su tali tematiche.

 


Luogo:

Roma

8779
 Valuta questo sito