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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

24/03/2009


Dettaglio intervista

Ministro Frattini, Obama vuole una strategia d’uscita dall’Afghanistan ma chiede più uomini all’Europa. Che cosa significa questo doppio binario?
«Significa non concentrarsi sull’aspetto "più uomini", ma guardare a cosa servono: se servono a formare polizia e forze armate siamo pronti a contribuire. Ma prima di tutto significa considerare Afghanistan e Pakistan due facce della stessa medaglia: una strategia complessiva per la regione non può prescindere dal ruolo del Pakistan, che per noi è motivo di preoccupazione maggiore dell’Afghanistan».

Che fare in concreto?
«Intanto non ci devono essere sconfinamenti di truppe e addestratori: delegittimerebbero un governo che dobbiamo aiutare. L’azione europea dev’essere multipla: serve una politica di aiuti che non si basi principalmente su donazioni, ma su stabilizzazione politica. Bisogna impegnarsi in un accordo di libero scambio, aprire il nostro mercato. E mettere finalmente in agenda il Pakistan: non siamo ancora riusciti ad estendergli il mandato dell’alto rappresentante Ue per l’Afghanistan».

Cambiare prospettiva dunque?
«Sì, bisogna guardare a cosa accadrà fra 10 anni, non a cosa è successo 10 anni fa. Con l’Afghanistan stiamo facendo il bilancio di quello che è accaduto dal 2001. Se nel 2002 avessimo pensato a cosa sarebbe stato dell’Afghanistan 10 anni dopo, forse non avremmo fatto l’errore di concentrare il nostro impegno sullo sforzo militare trascurando la ricostruzione. Forse non avremmo pensato che parlare di Iran era tabù, e avremmo coinvolto l’Iran per una stabilizzazione. Col Pakistan siamo ancora in tempo».

L’Iran, dunque: la sua missione è confermata?
«Confermo l’intenzione di un incontro con Mottaki, magari già il 31 alla Conferenza dell’Aja, dove spero ci sarà perché non c’è conferma: ho interesse a capire, prima di organizzare la visita. Ho fatto un’offerta politica che ha sorpreso molti, e Obama ha sorpreso ancor di più. Ora tocca all’Iran fare un passo, anzi due: essere presente all’Aja a livello politico e poi alla conferenza G8 di Trieste, a giugno».

E la risposta di Khamenei a Obama?
«Attendista, di chi vuol vedere quali saranno i passi reali».

Le elezioni iraniane c’entrano?
«Non ne enfatizzerei il ruolo. In Iran ci sono linee diverse, ma anche alcune linee guida. Ciò detto sarebbe un errore attendere le elezioni. Il vincitore sarà rafforzato dalla vittoria, oggi l’Iran può essere più attirato da un inizio di dialogo con l’Occidente».

L’apertura di Obama ha fatto suonare qualche campanello d’allarme in Israele.
«La leggerei come il bisogno di capire cosa vuole l’Iran. Se si resta fermi alla bomba atomica non andiamo da nessuna parte, perché il programma nucleare iraniano purtroppo sta procedendo. Se invece impegniamo l’Iran in un negoziato che contiene incentivi e segnala occasioni che si possono perdere, si fa chiarezza».

Obama ha liberato dinamiche nuove a Teheran. Non si può ipotizzare un modello simile con Hamas? Il suo leader Meschaal ha ricordato il documento del 2006 in cui si impegna a far parte di un governo palestinese indipendentemente dal riconoscimento di Israele, e demanda all’Anp le trattative con Gerusalemme.
«In questo modo si elude un principio del Quartetto, che rappresenta la comunità internazionale. Mentre l’offerta di Obama non rimette in discussione decisioni internazionali: se si accettasse che Hamas può prescindere dal riconoscimento di Israele, il Quartetto tornerebbe indietro. Spero non lo faccia».

II siriano Assad ha aperto agli Usa: tattica o cambio di passo?
«Sono convinto che gli americani ritengono possibile agganciare la Siria. Ne sono lieto: quando mesi fa Italia e Francia condivisero l’idea di aprire a Damasco, l’amministrazione Bush era scettica. Ma sbaglieremmo se oggi dicessimo alla Siria, dove entro aprile andrò in visita: “ecco la nostra precondizione, rinnega l’Iran”. Non è ancora in grado di farlo. E deve recuperare i rapporti con Arabia e Lega araba. E’ un percorso che l’Italia vuole accompagnare: ci considerano interlocutori affidabili, anche perché possiamo far leva su Israele»

Con Liebermann agli Esteri nel nuovo governo israeliano, si rischia una impasse definitiva nel negoziato?
«Netanyahu è pragmatico: uno come lui la pace la può fare. Quanto a Liebermann, ha avuto il coraggio di dire che se serve alla pace è pronto a ritirarsi dall’insediamento dove abita. Una massiccia dose di pragmatismo non manca neanche a lui».


Luogo:

Roma

Autore:

di Emanuele Novazio

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