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Governo Italiano

Dettaglio articolo

Data:

03/04/2009


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Caro Direttore,
ho apprezzato lo spirito, gli interrogativi e le considerazioni dell’articolo di Pierluigi Battista. In effetti, già il 31 marzo scorso a l’Aja durante i lavori della Conferenza internazionale sull’Afghanistan io stesso avevo posto con una forza che purtroppo la stampa non ha completamente sottolineato il problema dei diritti delle donne afghane. L’ho fatto, in realtà, in buona compagnia; con Hillary Clinton, anzitutto, e con i colleghi finlandese e norvegese, da sempre giustamente attenti alla difesa dei diritti delle persone.
Le autorità afghane dovranno rispondere. Il loro futuro dipende dal (necessario ed anche nel nostro interesse) sostegno della comunità internazionale per il consolidamento istituzionale, la sicurezza, la ricostruzione civile. E l’Italia, tra i primi contributori della Nato, dell’Europa sia in campo civile che militare, ha anche la responsabilità di coordinare il sostegno alla riforma giudiziaria, dei codici, dei criteri di formazione dei magistrati.
Ci rallegrammo, qualche anno fa, per l’entrata in vigore della Costituzione afghana; in essa, osservammo, i diritti delle donne sono - come nelle democrazie - eguali a quelli dell’uomo. E non abbiamo «imposto» quel principio, che allora il presidente Karzai invocò come una delle chiavi dimostrative del progresso democratico del suo paese.
Non accettiamo un ritorno indietro; non accettiamo la sottomissione della donna come vorrebbe chi predice visione distorte dell’Islam, o come vorrebbero i talebani che sono stati artefici di devastazioni e dolore per il popolo afghano.
Il presidente Obama sarà, in questo principio, fermo e chiaro, come lo è stata Hillary Clinton. E l’Italia dirà, con amicizia, alle autorità afghane, che le nostre donne e i nostri uomini, tanto impegnati per portare là sicurezza e prosperità economica, non assisteranno in silenzio alla propagazione di regole che violano diritti assoluti e fondamentali delle persone umane.
La tolleranza verso lo stupro di una moglie da parte del marito non si può «accettare» in nome di un preteso «rispetto della religione altrui». Anzitutto perché accanto a chi - come il dottor Ramadan - riferisce detto principio a una regola del Corano, vi sono altrettanti - e altrettanto o forse più prestigiosi - pensatori musulmani contemporanei che non se la sentono di accostare la loro religione ad atti di violazione grave dei diritti fondamentali della donna. E poi perché, comunque, se il dialogo tra culture e religioni implica rispetto reciproco, non ci si può chiedere di accettare, con un silenzio compiacente, la violazione di diritti che non sono e non dovrebbero essere mai «negoziabili», quali la vita, la dignità umana, l’eguaglianza tra donne e uomini.

Luogo:

Roma

Autore:

di Franco Frattini

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