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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

09/04/2009


Dettaglio intervista

Gli Stati Uniti di Barack Obama mostrano «una maggior apertura verso la Serbia». E possono dare «un contributo fondamentale» all’integrazione euroatlantica dei Balcani occidentali. Franco Frattini non ha dubbi, non dopo il vertice di Praga che l’ha visto esortare ancora una volta l’Europa ad aprire in fretta, il più in fretta possibile, le sue porte a Croazia, Serbia, Bosnia, FYROM, Montenegro, Albania e Kosovo: l’America obamiana, come testimonia la reazione «molto positiva» del sottosegretario Hillary Clinton, condivide appieno la posizione italiana. Quella che dà vita alla «road map» in otto punti su cui il ministro degli Esteri intende spendersi sino in fondo. Partendo dal contenzioso sui confini marittimi tra Slovenia e Croazia che va risolto «entro giugno» perché, in caso contrario, Zagabria rischia di non entrare nel 2010.

Ministro, al vertice Ue-Usa, l’Italia ha presentato la «road map» sui Balcani che va dalla liberalizzazione dei visti alla questione Kosovo. Com’è stata accolta? Le scadenze saranno rispettate?
«Le reazioni sono state molto positive a partire da quella della signora Clinton che, replicando alla mia relazione, si è detta d’accordo sulla necessità di accelerare il processo di integrazione euroatlantica dei Balcani occidentali».

Qual è il contributo che gli Stati Uniti possono dare al processo di stabilizzazione dei Balcani?
«Fondamentale. Gli Stati Uniti sono già presenti in tutte le missioni internazionali nei Balcani, compartecipano per la prima volta anche alla missione Eulex nel Kosovo, sono nel gruppo di contatto, partecipano alle attività dell’Alto rappresentante Ue per la Bosnia. E, come la Clinton ha ricordato con enfasi, sono tra i principali sostenitori dell’allargamento della Nato ad Albania, Croazia e FYROM. Gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse politico a collaborare anche se, giustamente, chiedono che sia l’Europa a dare la linea sui Balcani. E l’Italia, a mio avviso, è il paese europeo che ha le maggiori responsabilità e più deve spingere per accelerare il processo».

Scorge differenze tra la politica estera sui Balcani dell’America di Barack Obama e quella di George Bush?
«Vedo continuità nella politica estera americana ma con un accento di maggiore apertura sulla Serbia che apprezzo molto. Registro condivisione dell’obiettivo di un progressivo avvicinamento di Belgrado non solo alla Ue ma anche alla cooperazione atlantica, anche se il tema è delicato, come noto non suscita reazioni univoche nell’opinione pubblica serba, e quindi non va evocato con troppa forza: la nostra priorità è l’avvicinamento della Serbia alla Ue».

I problemi non mancano. Il veto olandese sull’entrata in vigore del trattato di associazione e stabilizzazione in Serbia, primo passo verso l’adesione, permane. Come si supera?
«Intanto è importante che si arrivi alla liberalizzazione dei visti entro l’anno:la pratica, quella che io ho avviato e lasciato già nel marzo scorso, è ormai matura. Poi, in merito al trattato, si è avuto comunque un passo avanti: il procuratore del Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, Serge Brammertz, andrà in visita a Belgrado e sono certo che il presidente Boris Tadic gli fornirà tutti gli elementi necessari a dimostrare la piena cooperazione della Serbia. Una volta ottenuti tali elementi, beh, non vi potranno più essere ostacoli».

Quando si terrà la visita?
«Tra aprile e maggio. Abbiamo chiesto che la decisione finale sull’entrata in vigore del trattato avvenga entro giugno».

Quali sono i principali ostacoli che la «road map» sui Balcani potrebbe incontrare?
«A Praga i segnali sono stati molto positivi: i colleghi hanno espresso un sostegno molto convinto tanto che un gruppo di paesi, tra cui Austria, Ungheria e Slovenia, hanno scritto una lettera congiunta in cui invitano la presidenza ceca a presentare il rapporto sulla liberalizzazione dei visti e sull’adesione del Montenegro entro il 30 maggio. Non solo: la Svezia, prossima presidenza di turno, ha dichiarato piena condivisione degli obiettivi. E quindi mi aspetto che, nel suo semestre, si facciano grandi passi avanti».

L’Italia propone, entro metà 2010, un vertice sui Balcani allargato agli Usa. Si farà? Dove?
«La richiesta era indirizzata soprattutto alla Spagna che, il prossimo anno, avrà la presidenza della Ue e dovrà decidere. Posso solo dire che sarebbe molto bello organizzare il vertice sui Balcani a Zagabria per celebrare la conclusione dei negoziati».

Intanto, però, il veto sloveno permane. Crede ancora che l’adesione della Croazia avverrà entro il 2010?
«Ne ho parlato recentemente con il commissario all’Allargamento Olli Rehn: i tempi tecnici ci sono ancora per chiudere i capitoli negoziali e arrivare all’adesione piena entro il 2010, ovviamente se si trova l’accordo».

Qual è la data limite per evitare slittamenti?
«Il contenzioso va sciolto entro la fine della presidenza ceca».

A giugno manca poco e l’accordo tra Slovenia e Croazia non c’è. Anzi, il mediatore Martti Ahtisaari ha appena gettato la spugna. Si è infastidito...
«Ma una soluzione sul contenzioso dei confini marittimi va trovata».

Come?
«Ci sono due alternative sul tappeto. La prima è quello di affidarsi soltanto a una corte arbitrale che decide sulla base delle norme internazionali. La seconda è quella di scindere la questione della tracciatura dei confine dalla definizione delle regole d’accesso al mare aperto, affidando la prima alla corte arbitrale e la seconda a un mediatore: alternativa, a mio avviso, migliore».

Ma crede che possa mettere d’accordo Slovenia e Croazia?
«Diamo alla commissione europea ancora un po’ di tempo. Spieghiamo alle due parti che devono collaborare: la Slovenia non ha interesse ad ostacolare l’adesione piena della Croazia. E allarghiamo il tavolo di confronto».

A chi?
«Ho proposto che, oltre al commissario Rehn e ai due ministri sloveno e croato, il gruppo si allarghi a Francia e Svezia, ai due paesi che hanno avuto o avranno la responsabilità di trattare il dossier».

Questione Kosovo. Il ritiro delle truppe spagnole modifica i piani italiani?
«No, non lo modifica per due motivi. Il primo è che la Spagna ha chiarito che il ritiro sarà attuato con gradualità. E il secondo è che la Nato, non questo o quel paese, sta riflettendo sulle prospettive future dell’impegno militare in Kosovo.

Lei ha comunque suggerito, come principio, quello del «tutti dentro o tutti fuori».
«Un principio che ha avuto larghissimo consenso. Ho anche ricordato che la presenza Kfor in Kosovo è importante anche perché viene vista da Belgrado come strumento di protezione delle minoranze serbe e dei luoghi di culto».

La crisi sta colpendo molto duramente i paesi della nuova Europa: il loro debito estero in scadenza a fine 2009 ammonta a 413 miliardi di euro. Bastano gli aiuti già stanziati a evitare il rischio default?

«Ne abbiamo discusso a lungo e, come noto, c’è stata pure la proposta di creare un fondo europeo di sostegno. Ma non tutti erano d’accordo, nemmeno tra i paesi dell’Est, e quindi abbiamo deciso di rifinanziare il Fondo monetario internazionale per fronteggiare la crisi».

Basta?
«Abbiamo stabilito di prendere in considerazione interventi di sostegno, ad esempio sotto forma di investimenti, nello spirito di solidarietà europea. Questo e quello che abbiamo potuto ottenere perché, come si sa, serve l’unanimità».

E’ favorevole all’adozione immediata dell’euro nei paesi dell’Est più a rischio, come suggerisce un rapporto del Fini, per evitarne il collasso?
«Non c’è dubbio che, come sostiene il Fondo monetario, l’euro rappresenta un ombrello per tutti nel medio periodo. Ma nell’immediato? Poniamo che ci sia un contraccolpo negativo, anche solo per dieci mesi, a quel punto che succede? Non ho elementi per valutare e credo sia giusto che la decisione venga presa caso per caso. Stato per Stato».

Lei sostiene da tempo la riconciliazione sull’ex confine italo-sloveno. Martedì, in un incontro copromosso dal «Piccolo», il mondo degli esuli e quello della minoranza slovena hanno avviato un dialogo. Un nuovo passo avanti?
«Lo è. E senz’altro importante che ci sia stata finalmente la possibilità e la volontà di parlarsi».

Ne è emerso che le memorie altrui vanno ascoltate, non necessariamente condivise.
«Sono convinto che la memoria non deve mai essere una clava con cui colpire gli altri. La memoria si porta dentro di sé, crea l’identità di una comunità che ha sofferto, va rispettata, ma mai brandita contro un’altra comunità».

E la condivisione?
«Non so, non credo si possa arrivare a una memoria condivisa, ognuno custodisce gelosamente la sua, ma non è questo il punto fondamentale. E l’Europa lo dimostra: siamo partiti da memorie e identità molto diverse eppure, senza azzerarle, ci siamo uniti. Uniti nella diversità: questo è quello che deve accadere».

L’Euroregione può favorire la riconciliazione? La commissione Affari esteri di Montecitorio ha approvato proprio in queste ore il regolamento sui Gect, indispensabile a creare la «casa comune».
«Credo di poter dire che il governo ha fatto esattamente quello che aveva promesso di fare sull’Euroregione. Durante la campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia mi ero impegnato a recepire il regolamento comunitario sui Gect e, come prima cosa, ancora in agosto, l’ho portato all’attenzione del Parlamento. Mi auguro, a questo punto, che l’Euroregione vada avanti rapidamente».

Nell’attesa, però, i Comuni italiani e sloveni stanno mettendo in piedi una Consulta transfrontaliera per la gestione di viabilità, sanità, servizi pubblici, turismo. Condivide? E pronto a sostenerla economicamente?
«Il sostegno finanziario, più che statale, potrebbe essere locale e regionale. Ma auspico e senz’altro condivido tutte le iniziative che, su spinta dei sindaci e delle comunità locali, prevedono forme pragmatiche di collaborazione, nell’ottica del risparmio e dell’efficienza. Faccio solo un esempio: sono molto favorevole alle pattuglie miste di polizia nei paesi confinanti perché consentono di ottimizzare il servizio e il numero degli operatori.


Luogo:

Trieste

Autore:

di Roberta Giani

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