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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

10/04/2009


Dettaglio intervista

La sicurezza di Israele non è negoziabile, tutto il resto è diplomazia. Franco Frattini, ministro degli Esteri, racconta al Foglio com’è andata la missione in Libano e in Siria, da cui è rientrato mercoledì sera. "Parlo come uno dei migliori amici di Gerusalemme", premette sorridendo, dando un taglio alle polemiche che hanno accompagnato le sue dichiarazioni sulle alture del Golan come "ostacolo alla pace". "Stavamo discutendo dei negoziati tra Israele e la Siria - spiega - ed è noto che una parte rilevante di quella trattativa è legata al Golan". Damasco ne vuole l’intera restituzione, Gerusalemme è disposta a concederne una parte - secondo l’ultima versione dell’ex premier Ehud Olmert - e su questo, e su molto altro sono aperti tavoli di trattativa sotto il patrocinio della Turchia. "E’ interesse di Israele restaurare un rapporto con la Siria", continua Frattini, che è convinto che "una pace duratura nella regione si possa trovare soltanto con il coinvolgimento di ogni paese, non certo isolando Damasco".

Tutti vogliono parlare con Bashar el Assad. "Me l’hanno detto anche la singora Clinton e il senatore Kerry quando ci siamo incontrati", conferma Frattini. Dopo la legittimazione data al rais siriano dalla Francia di Nicolas Sarkozy alla festa del 14 luglio dell’anno scorso, si sono moltiplicati gli sforzi per aprire a Damasco. L’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca ha consolidato la strategia, ampliandola all’Iran, diventato interlocutore determinante per la soluzione della questione afghana, tanto che il dipartimento di stato ha detto di voler partecipare "in modo completo" a tutte le trattative sul programma nucleare di Teheran (l’Iran reagisce sempre con freddezza preoccupante e ieri con l’inaugurazione del primo impianto di produzione di combustibile nucleare a Isfahan). La Siria si merita tanta legittimazione? Frattini è cauto, ma ottimista. "Ci sono tre elementi che fanno ben sperare - spiega - la volontà di Assad di aprire un dialogo con Israele; le pressioni di Assad sulla Lega araba per evitare fratture nei confronti di Israele; l’inizio della normalizzazione del Libano". Sono parole, certo, dichiarazioni, "ma prima non c’erano neppure quelle". I fatti più visibili riguardano il Libano: l’annuncio dell’apertura di una sede diplomatica siriana a Beirut - "anche se non c’è ancora l’ambasciatore", precisa il ministro - e un "nuovo pragmatismo" dello stesso rais Assad. Eppure i libanesi sono preoccupati: Hezbollah ha diritto di veto nel governo e il suo potere, anche e soprattutto militare, è sempre più solido. "La Siria deve fare di più - ammette Frattini - deve demarcare i confini con il Libano, che non sono chiari, e controllare il traffico di armi che va verso il sud, al confine con Israele", dove ci sono i nostri soldati nella missione Unifîl.

La possibilità che la legittimazione della Siria non sortisca i risultati sperati non è al momento presa in considerazione. "Ci auguriamo che Damasco faccia quel che dice", dichiara Frattini, che continua: "Israele si può e si deve fidare. Con il boicottaggio di Durban II l’Italia ha dimostrato che fa sul serio e anche il mio collega australiano forse vuole seguire la nostra strada". Non ci può essere un pregiudizio negativo nei confronti della Farnesina, amica di Israele, così come non si può mettere in discussione "la strategia dei due popoli e due stati" per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Anche il governo di Bibi Netanyahu lo sa. La strada da percorrere pare chiara, ma che effetto fa incontrare il ministro degli Esteri siriano, Walid al Moallem, che poche ore dopo vola a Teheran dagli amici iraniani? "Gli ho chiesto di verificare con il collega Manouchehr Mottaki se l’Iran è davvero interessato alla stabilizzazione di Pakistan e Afghanistan". Attendiamo risposte.


Luogo:

Roma

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