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Governo Italiano

Dettaglio Intervista

Data:

21/04/2009


Dettaglio Intervista

La crisi internazionale? Una situazione "delicata" che accresce le responsabilità dell’Italia alla vigilia del vertice del G8 incentrato su temi quali la non proliferazione, la sicurezza energetica e il cambiamento climatico. Un’Italia "che ha stabilito un solido rapporto con la nuova amministrazione americana", impegnata per la pacificazione del Medio Oriente e la stabilizzazione della regione Afghanistan-Pakistan ma che, allo stesso tempo, non perde di vista la proiezione del sistema-Paese sui mercati emergenti, non ultimo quello dell’America Latina. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha concesso un’intervista al Velino un anno dopo il suo ritorno alla guida della Farnesina.

L’Italia si prepara ad ospitare un vertice del G8 con ambizioni alte, aprendo alla partecipazione di altri importanti protagonisti della scena internazionale. Quali dossier saranno al centro dei lavori? Quali strade dovranno essere seguite per fare sì che la sessione fornisca risposte concrete alle domande sul tappeto?
«Il G8 italiano cade in un momento particolarmente delicato ed importante della congiuntura internazionale: da un lato, infatti, ci troviamo ad affrontare la crisi economica globale alla quale la comunità internazionale sta reagendo attraverso l’adozione di più solide e concrete misure anticrisi - pensiamo ai risultati dei vertici G20 di Washington e Londra. Misure che auspichiamo di poter integrare e migliorare con il prossimo vertice della Maddalena, nel quale, tra gli altri obiettivi, speriamo di riuscire a varare un codice di regolamentazione contro i ‘paradisi fiscali’. Alla Maddalena, inoltre, verrà certamente ribadito il rigetto di ricette economiche di tipo protezionistico per concentrarsi su ricette strutturali di medio-lungo termine per rilanciare la crescita globale. Dall’altro lato, siamo in una fase di grande fluidità del sistema internazionale: l’Occidente non è più in grado di prendere le decisioni da solo ed è per questo che Paesi emergenti come Cina, India, Brasile o Egitto giocano la loro partita con grande assertività. Al centro dell’agenda del nostro G8 ci sarà il rilancio dell’Africa e del suo sviluppo. Angola e Nigeria, per fare un semplice esempio, sono tra i maggiori produttori di petrolio nel mondo e non si può affrontare le tematiche di sicurezza energetica senza di loro. Vogliamo coinvolgere i Paesi africani nelle discussioni globali - sia alla riunione dei ministri dello Sviluppo a Pescara in maggio sia al Vertice di luglio - su un piano disparità aiutandoli a non essere le vittime principali della crisi economica e sostenendo uno sviluppo sostenibile con un approccio onnicomprensivo che coinvolga investimenti, ambiente, infrastrutture e istruzione. Nonostante la crisi globale, il governo italiano non può poi dimenticare questioni cruciali come il cambiamento climatico e la sicurezza energetica. Ci muoveremo dunque per un esito positivo dei negoziati in ambito Nazioni Unite anche forti dell’approvazione recente del pacchetto europeo clima-energia. Intendiamo, inoltre, usare la nostra leadership per spingere per un accordo a) sulle riduzioni di gas inquinanti sulla base del principio di responsabilità comuni ma differenziate, b) per la promozione di investimenti in tecnologie rinnovabili. La sicurezza energetica e i cambiamenti climatici sono strettamente correlati e come presidenza G8 spingeremo affinché la dimensione ambientale sia momento importante nelle politiche energetiche dei Paesi industrializzati ed emergenti. Il capitolo della non proliferazione - disarmo che coinvolge una potenziale accelerazione nella corsa alle armi nucleari anche da parte di organizzazioni terroristiche, ci stimola a proporci con ambizione e determinazione. Intendiamo lavorare per un regime normativo multilaterale universale e più rigoroso adattandolo alla realtà multiforme del XXI secolo compiendo coraggiosi passi in avanti in tutti i tre i settori che compogono lo scheletro del Trattato di non proliferazione: non proliferazione, disarmo e uso pacifico dell’energia nucleare».

In Medio Oriente la tensione tra Hezbollah e Iran da un lato, e l’Egitto, partner privilegiato dell’Italia, dall’altro è tornata alta. La Siria - che Lei ha visitato di recente - non sembra intenzionata a rompere con l’asse Teheran-Nasrallah mentre in Israele Avigdor Lieberman ha sparato ad alzo zero su Annapolis e sulla soluzione due popoli-due Stati suscitando le proteste di Mahmoud Abbas. L’Italia resta intanto nel sud Libano con quasi 2.500 uomini dispiegati in Unifil II. Che cosa può e intende fare l’Italia per riavviare il dialogo tra israeliani e palestinesi e, a più ampio raggio, tra lo Stato ebraico e tutto il mondo arabo e come intende adoperarsi per disinnescare i diversi focolai di crisi, da Gaza al Libano al Sinai? Non teme che una volta finita la missione Unifil possa riesplodere la guerra su quel confine?
«Come lei ricordava, ho appena avuto incontri ai più alti livelli sia con la dirigenza libanese sia con quella siriana. L’Italia è un Paese amico dello Stato di Israele. Da amici, noi diciamo con grande chiarezza e franchezza al nuovo governo israeliano, che al di là delle dichiarazioni che lei citava io lo considero un governo improntato ad una visione realista e pragmatica della situazione complessiva del Medio Oriente, che non ci possano essere alternative alla ripresa del processo di pace nell’intera regione mediorientale, un processo basato sui principi del Quartetto e sull’iniziativa di pace araba, basata sull’esistenza di due Stati liberi e indipendenti. Per quanto riguarda, invece più da vicino la situazione in Libano, il nostro Paese sostiene il processo di riconciliazione, di stabilità politica interna e guarda con fiducia all’appuntamento elettorale del 7 giugno prossimo. L’Italia sta facendo la sua parte, in primo luogo con il contributo importante dato al contingente Unifil comandato dal generale Graziano, il cui compito rimane essenziale, al fine di stabilizzare un’area come quella del sud del Libano, teatro di conflitti anche recenti. Il ruolo di Unifil è apprezzato da tutti gli attori regionali, ovviamente dal governo libanese, come ho avuto modo di confermare durante la mia recente visita a Beirut, sia da quello israeliano, che considera la presenza del contingente delle Nazioni Unite fondamentale per la propria sicurezza».

L’approccio geografico e inclusivo - Iran compreso - per la stabilizzazione di AfPak è ormai un assioma della politica internazionale, fatto proprio anche dall’amministrazione Obama. Ma Teheran non collabora sul nucleare. Coinvolgere gli iraniani anche in seno al G8 non rischia di legittimare le aspirazioni atomiche di Teheran con il rischio di una corsa generalizzata al nucleare? Per quanto riguarda l’Afghanistan, ritiene sia da escludere un ulteriore coinvolgimento dell’Italia?
«La stabilizzazione dell’AfPak non è un problema esclusivamente dell’Occidente ma deve essere un impegno comune di tutti i Paesi limitrofi e non solo. Occorre rilanciare la dimensione regionale del processo di stabilizzazione e questo rimane un punto centrale dell’azione diplomatica del nostro Paese. Tra gli attori regionali anche l’Iran può essere potenzialmente un partner e parte della soluzione. Il tentativo di coinvolgimento del regime di Teheran portato avanti anche dall’alleato americano, è un’apertura di credito che può essere raccolta per trovare accordi pragmatici nel perseguimento di interessi reciproci. È chiaro che l’Iran dovrà però dimostrare senza ambiguità la sua volontà di porsi come attore regionale responsabile e rassicurante nei confronti dell’AfPak e dei Paesi nella regione. Sono in gioco la sua legittimazione regionale e il rientro nella comunità internazionale a pieno titolo. Certamente l’Iran deve muoversi verso un compromesso sul programma di arricchimento dell’uranio nella consapevolezza che i vantaggi di tale scelta supererebbero di gran lunga le inevitabili rinunce. L’Italia non fa salti in avanti coinvolgendo l’Iran nel G8 ma offre la propria esperienza nell’area, agisce per modulare meglio ‘la carota rispetto al bastone’ senza per questo abdicare ad alcuni punti fermi della Non proliferazione. L’Italia sta facendo moltissimo in Afghanistan, nelle settimane scorse abbiamo annunciato un ulteriore incremento militare di truppe - 240 unità più aerei e elicotteri - nell’ambito della missione Isaf della Nato oltre a rafforzare l’assistenza di ricostruzione e sviluppo nella regione di Herat. Con l’iniziativa Afghanistan-Pakistan riguardante le attività di cooperazione transfrontaliera e con la sessione di ‘outreach’ dell’incontro dei ministri degli Esteri G8 a fine giugno a Trieste, pensiamo di apportare un contributo davvero significativo che ci viene del resto costantemente riconosciuto dal presidente Karzai. E proprio tutto ciò ci ha autorizzato nei giorni scorsi a chiedere, insieme con altri partners autorevoli, con autorevolezza la revoca e/o modifica della nuova legge sul diritto di famiglia che, secondo noi, in alcune disposizioni viola i diritti fondamentali delle donne».

L’attenzione della diplomazia italiana, anche economica, si sta concentrando in maniera crescente sull’America Latina. Come reggere la concorrenza degli altri soggetti europei sui mercati dei Paesi più promettenti? E come assicurare la continuità degli investimenti italiani nei Paesi in cui i fermenti politici sembrano poterli minare?
«Direi in primo luogo che in America Latina l’Italia non solamente regge la concorrenza degli altri soggetti europei, ma riesce ad incrementare le proprie quote di mercato. I dati sull’interscambio con i principali Paesi del sub continente dimostrano che nel corso del 2008 sia il nostro import che il nostro export sono cresciuti e, in particolare, le esportazioni hanno raggiunto una cifra superiore ad euro 10.427.000.000. A titolo di esempio ricordo che il nostro export nei confronti del Brasile, ossia della principale potenza economica della regione, è aumentato di oltre il 30 per cento raggiungendo i 3.354.030 euro, e significativi incrementi abbiamo registrato anche in mercati più piccoli come il Perù (+79 per cento) e Cuba (+30 per cento). Si tratta di risultati particolarmente significativi considerando la difficile situazione economica internazionale e gli incerti scenari di prospettiva, a conferma della grande ricettività di quei mercati verso il made in Italy. Ricordo anche che il nostro export verso la regione è superiore a quello di Paesi come Spagna e Francia. Quanto alla continuità degli investimenti credo che sia necessario come sempre avere una visione di lungo termine, non limitando l’analisi ai soli dati congiunturali. Certamente vi sono situazioni complesse che ci hanno indotto ad intervenire nei modi più opportuni con alcuni governi della regione, per sostenere le nostre imprese e più in generale per evitare che venisse scoraggiato l’afflusso di ulteriori investimenti esteri. Rilevo, per inciso, che la nostra azione di costante stimolo per la conclusione di accordi di associazione fra le varie regioni del subcontinente e l’Unione europea trova ulteriore fondamento nella prospettiva di creare un quadro complessivo di regole condivise, sulle quali fondare lo sviluppo delle relazioni economiche fra le due aree. Ma ritengo che in una prospettiva di più ampio periodo non vada dimenticato che l’America Latina rappresenta un tradizionale campo d’azione per le nostre imprese. Ricordiamo che a differenza di quanto avviene con altre regioni del mondo, Italia e America Latina sono legate da una cultura comune e da un comune sentire che facilita i rapporti anche nei momenti più delicati. E che esistono potenzialità straordinarie che stiamo già cogliendo e che dovremo continuare a cogliere: penso - per citare gli eventi più recenti - ai lusinghieri risultati che abbiamo conseguito in sede di commissione mista con il Venezuela, nell’ambito del Foro Italia-Perù svoltosi qualche settimana fa e in occasione della recente visita del sottosegretario Enzo Scotti in Cile. Ma penso anche alla presenza sempre più rilevante di società italiane che operano in Brasile, così come alle potenzialità che si aprono in Paesi più piccoli come Salvador e Panama. Ed è proprio per tali ragioni che la IV edizione della Conferenza Nazionale Italia America che si svolgerà a Milano il 2-3 dicembre 2009 sarà incentrata sulle tematiche economiche, anche alla luce dell’attuale complessa congiuntura internazionale. A Milano dunque, insieme a rappresentanti dei governi sudamericani, potremo fare il punto della situazione e studiare congiuntamente ulteriori strategie per consolidare il ruolo dell’Italia in America Latina così come d’altronde ci viene costantemente richiesto dai nostri interlocutori della regione».

Tracciando un bilancio del primo anno di governo, quali indicherebbe come i principali teatri in cui l’Italia ha assunto un ruolo da protagonista, quali le difficoltà incontrate, quali le prossime sfide per la nostra diplomazia?
«Mi sento di poter dire che il bilancio è positivo, anche se i tempi per misurare il successo in politica estera sono generalmente lunghi. L’Italia ha stabilito un solido rapporto con la nuova amministrazione americana e consolidato il suo ruolo nelle principali aree di azione della nostra politica estera. Ne elenco, per semplicità quattro. L’Afghanistan, dove abbiamo rafforzato il nostro impegno militare e civile e proposto un approccio diplomatico regionale che è stato fatto proprio dalla comunità internazionale. Abbiamo detto sin dall’inizio che non era possibile stabilizzare l’Afghanistan senza occuparci anche del Pakistan e senza il tentativo di coinvolgere l’Iran. Questo approccio è stato con nostra soddisfazione recepito dalla nuova amministrazione americana e dalla comunità internazionale. Sul Medio Oriente, la nostra posizione di principale alleato di Israele in Europa e Paese amico del mondo arabo ci ha reso una voce importante ed ascoltata nella regione e nella comunità internazionale. Sui Balcani siamo stati i principali rianimatori della ripresa del processo di avvicinamento della regione all’Europa, a partire dalla liberalizzazione del regime dei visti all’ingresso di quei Paesi anche nella Nato, dove i nostri sforzi sono stati coronati all’ultimo Vertice dell’Alleanza con l’ingresso di Croazia e Albania. Abbiamo presentato una ‘road map’ in otto punti per l’integrazione dei Balcani in Europa, che è stata accolta molto positivamente nella regione. Infine, siamo stati gli sponsor principali, anche qui con successo, per una ripresa dei rapporti tra l’Unione europea e la Russia e tra la Nato e la Russia, rapporti che erano stati fortemente turbati dalla crisi del Caucaso dell’estate scorsa. Un ruolo, questo che ci è stato ampiamente riconosciuto».
*dal Velino.it


Luogo:

Roma

Autore:

di Daniel Mosseri*

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