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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

01/06/2009


Dettaglio intervista

E’ il primo della classe con una gran classe. E con il dono, raro fra i primi della classe, dell’amabilità. Serio in un Paese poco serio, di carattere in un Paese senza carattere, Franco Frattini, enfant prodige da sempre, fa, con prudenza e understatement, il ministro degli esteri, come se nella vita non avesse fatto altro.
Quando non è in giro, ma è quasi sempre in giro, scala le montagne e si fa fare le fusa dal gatto, e gliele fa. Se potesse, lo porterebbe con sé, ma dubito che il felino lo seguirebbe. Meglio a casa, in poltrona. Il padrone lo vede in tivù. 
È Ministro degli esteri da quasi un anno. Ha dovuto pelare molte gatte?
Almeno una al giorno.
Le capita anche di andarsele a cercare?
Sì.
Perché?
Perché l’Italia abbia ascolto e ruolo.
Le croci più pesanti sulle sue spalle?
Non solo sulle mie.
Quali?
Il Medio Oriente, l’Afghanistan e il Pakistan cui dedichiamo, in ambito G8, una conferenza ministeriale.
E l’immigrazione illegale?
Più recentemente, anche questa.
Le virtù di un buon Ministro degli Esteri?
Scrupolo, attenzione, pazienza, conoscenza articolata dei dossier e delle situazioni. Sfruttare l’appartenenza a una comunità.
Quale comunità?
Una comunità che molti colleghi (ricordo, ad esempio. Condoleezza Rice) chiamano il club.
Le doti di un grande Ministro degli Esteri?
La capacità quasi rabdomantica d’intercettare anche i segnali più oscuri e flebili per aprire un orizzonte, un varco.
In questo, le relazioni fra gli Stati non somigliano a quelle fra le persone?
Sì. Basta un dettaglio.
I suoi modelli, se ne ha avuti?
Scegliersi dei modelli significa spesso mettersi in una corrente rassicurante.
Al momento delle decisioni si è sempre soli?
Sì.
Perché?
Non c’è modello che tenga o possa sostituirti.
Com’è cambiata dopo la caduta del Muro di Berlino la diplomazia italiana?
Esattamente quanto il Muro ha cambiato la nostra politica.
Com’era prima?’
Era come se nuotassimo in una piscina.
Ora?
È come buttarsi in mare aperto.
Cos’è stata la fine della politica dei blocchi?
La fine di un orizzonte ben circoscritto.
L’Italia era più limitata.
Sì. Ma, nello stesso tempo, più protetta.
La diplomazia è più una scienza esatta o un’arte divinatoria?
Una scienza divinatoria.
In diplomazia vale più il coraggio o l’intelligenza?
Le due. e ben bilanciate.
Il coraggio senza intelligenza?
Confina con la temerarietà.
L’intelligenza senza coraggio?
Rasenta l’impotenza.
I peggiori nemici della diplomazia?
Pigrizia, assuefazione, indifferenza, mancanza di dialogo.
C’è grande diplomazia senza un po’ d’ipocrisia?
Non occorre l’ipocrisia, soprattutto se ci esercitiamo ad unire più che a dividere. E poi non è l’ipocrisia che giova alla diplomazia.
E cosa giova alla diplomazia?
La moral suasion.
Balzac definì la diplomazia "la scienza di chi non ne ha alcuna ed è profondo per la sua vuotaggine". Una battuta o una bestemmia?
Una battuta, forse, per il suo tempo.
E oggi?
Una bestemmia.
I compiti di un ambasciatore?
Essere campione e protagonista di una public diplomacy al servizio del sistema Italia.
Cioè?
L’Italia della cultura, delle imprese e di un made in Italy molto speciale.
Fatto di che cosa?
Di quello "spirito italiano" che sa unire talento e professionalità con simpatia e reciprocità in moltissime parti del mondo.
In quali parti?
Dove guerra, distruzione e fame sono di casa.
Per Izaak Walton l’ambasciatore è un "onest’uorno mandato all’estero a mentire per il bene del suo paese". È così?
Leggende.
I più abili statisti del Novecento?
Franklin D. Roosevelt.
Perché?
Per aver saputo gestire con coraggio un’emergenza - la grande crisi del 1929 - simile a quella che stiamo vivendo oggi, e per aver restituito a tutti gli americani la speranza che esiste un futuro migliore.
Altri?
Bettino Craxi.
Perché?
Per aver dato un originale impulso alla politica estera italiana di quegli anni.
In che modo?
Attraverso il rafforzamento del rapporto transatlantico e delle relazioni euromeditenanee.
Cosa c’è di gollista in Sarkozy?
La convinzione di poter diventare un nuovo De Gaulle.
Di Leninista in Putin?
Molto poco.
Anche per lei, come per Bismarck, la politica "rovina il carattere"?
La politica - politicante, sì.
La politica-politica?
Lo tempra e lo addolcisce.
Anche per lei, come per Churchill, la democrazia è "la peggiore forma di governo escluse tutte le altre"?
Sì, ma aggiungerei la "democrazia liberale", per rendere il paradosso meglio argomentabile. È, comunque, difficile trovare una definizione migliore e meno presuntuosa.
I profeti e patriarchi dell’idea di un’Europa unita? Carlo Magno, Carlo V, Luigi XIV o Napoleone?
Carlo Magno e le radici cristiane.
Nel Novecento chi sono stati i padri dell’idea europea?
Tre grandi. accomunati da una lingua, il tedesco: Adenauer,De Gasperi e Schumann.
Il Paese europeo più europeo?
Nessuno dei Paesi europei può dirsi oggi più europeo degli altri, se non per esercizio retorico. Dobbiamo diffidare degli euroentusiasti come degli euroscettici.
Il meno europeo?
Ognuno di noi è meno europeo di quanto non presuma.
Cosa non va nell’attuale Unione Europea?
La burocrazia delle sue istituzioni, se la politica smette di guidarla.
Cosa funziona al meglio?
Quella stessa burocrazia, se messa al servizio di una politica dalla voce sola.
Quanto la politica interna dei Paesi dell’Unione Europea condiziona quella estera?
Moltissimo. E spesso è lo scudo dietro cui riparare la scarsa voglia di Europa.
L’allargamento ad altri Paesi dell’Unione Europea non rischia di rendere questa ingovernabile?
Il peggio è passato. Ma non dobbiamo distrarci.
Cosa sarebbe stato dell’Italia fuori dall’Unione Europea?
Un disastro.
Il più impervio "criterio di convergenza" per l’ammissione al club dell’euro: il debito pubblico, il disavanzo, il tasso d’interesse o quello d’inflazione?
Parlerei piuttosto di "impervio equivoco".
Cioè?
Quello che hanno potuto avere i governi sottoscrittori degli accordi di Maastricht quando hanno pensato che l’ingresso nell’Unione Monetaria avrebbe automaticamente evitato i nodi delle crisi economiche.
É sempre attuale la NATO?
Ha saputo mantenersi attuale. E noi l’abbiamo molto aiutata.
Come?
Convertendola in una macchina della sicurezza e trasformando a Pratica di Mare, nel 2002, il grande nemico, la Russia, in un nuovo importante interlocutore strategico.
A cosa serve l’ONU, che Sergio Romano, storico illustre al di sopra delle parti, ha definito "una scatola vuota"?
Oggi l’ONU è visibilmente in crisi e la comunità internazionale è alla ricerca di un’architettura capace di coniugare la più ampia rappresentatività con la necessità di decidere e governare democraticamente.
Voi avete recentemente riunito a Roma, per la prima volta, i rappresentanti di più di 75 Paesi.
Sì. Per trovare soluzioni condivise sulla riforma del Consiglio di Sicurezza e dell’ONU. Temi che verranno trattati durante la prossima Assemblea Generale.
Riuscirà l’America di Obama a cambiare il mondo?
Il mondo è già cambiato e Obama sta cercando d’interpretarlo.
E se dovesse fallire?
Il mondo non finirà, ma credo che Obama abbia più probabilità di successo che di fallimento.
Quale generazione vedrà il sorpasso dell’America da parte della Cina?
Forse la prossima, ma dipende anche da noi europei.
Colpa di chi se l’Africa che muore di fame, di sete, di Aids e di tante altre calamità, in balia di lotte tribali, è abbandonata al suo destino?
Di molti. Le colpe sono ben distribuite.
È sempre attuale il "tramonto dell’Occidente" (1918-1922) di Oswald Spengler?
Non io è mai stato. Il successo di quel titolo è dovuto al fatto che la Germania sconfitta cercò di anestetizzarsi, immaginandosi al centro di un declino generale.
Come sciogliere il nodo gordiano israelo-palestinese?
Con ago e filo, cucendo la pace nel 2009.
Quale Stato arabo semina più zizzania in Medio Oriente?
Forse sono stato troppo fortunato perché, durante le missioni all’estero, ho trovato - fin
qui - una grande disponibilità al dialogo.
Sincera?
Tale devo ritenerla.
E se l’Iran lanciasse la bomba atomica su Israele?
L’ho detto più volte: sarebbe una catastrofe. Come l’inverso.
Che sarà dell’Iraq?
L’Iraq è sulla buona strada.
Quanti giorni al mese passa in media a Roma?
Troppo pochi per rendermene conto. Azzardo: meno di dieci.
Cosa fa quando non fa il Ministro?
Scappo in montagna dove gli orizzonti che sogniamo larghi stanno proprio lì, di fronte a noi.
I suoi livres de chevet?
Le poesie di Leopardi, che mio padre mi ha insegnato ad amare; i romanzi di Hemingway, e, naturalmente, tutta la letteratura di montagna. Comprese le favole sugli gnomi e i folletti.
Ama davvero i gatti?
Sì.
Perché?
Perché ti amano, facendo sempre gli indifferenti, e tu devi capire.
L’animale più diplomatico?
Non conosco animali diplomatici.
Il più tecnologico?
Il ragno. La sua tela è un miracolo che noi uomini non riusciamo ad imitare.
Ha cambiato il mondo più la tecnologia o la demografia?
Dieci anni fa avrei detto la prima.
Oggi?
La demografia è una barca sempre più carica di disperati.
E’ possibile conciliare democrazia e liberismo, liberalismo e religione?
Sì.
E’ possibile in Italia un "libero Stato in libera Chiesa"?
Non mi sono mai accorto del contrario.


Luogo:

Roma

Autore:

di Roberto Gervaso

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