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Governo Italiano

Dettaglio Intervista

Data:

05/06/2009


Dettaglio Intervista

E’ il grande giorno dell’apertura di Obama all’Islam. che scatena le ire di Bin Laden ma invece viene apprezzata da Hamas. E chissà, magari diventerà una giornata storica, ricordata come la prima picconata al muro di incomunicabilità tra cristiani e musulmani, l’inizio della fine dello scontro di civiltà e di un nuovo dialogo in Medio Oriente. Però Franco Frattini ha un altro muro davanti, che lo separa dalle elezioni europee: quello dell’incomunicabilità tra il governo Berlusconi e i grandi giornali stranieri che, in questi giorni di Noemi-Gate, conditi da velinismi, raduni sardi e bellezze scollacciate, al premier italiano non hanno risparmiato nulla. Critiche personali ma che, per la proprietà transitiva, hanno regalato all’Italia una popolarità impopolare. Il ministro degli Esteri è partito alla controffensiva, probabilmente stimolato dall’ok del premier. Ha chiamato i grandi giornali esteri, è partito con Newsweek, passato per il Financial Times e oggi ha appuntamento col Times per ripristinare la «verità»: le accuse non sono prove e il gossip non contempla delitti.

Ministro Frattini, il nuovo inizio di Obama con i musulmani che effetto le fa?

«In primo luogo ha un valore politico: la volontà di riconciliazione con l’Islam. Anche se Obama sa bene che nel mondo islamico c’è una componente estremista che non vuole accettare la mano tesa. Ma lui lo sa e tende una mano per far vedere al mondo chi siano i veri nemici della pace e del dialogo. Un’azione che noi sosterremo in ogni modo, anche di fronte a quel mondo islamico moderato di cui siamo profondamente amici».

Hamas ha apprezzato, però. E’ sorpreso?

«Non mi sorprende. Le due frasi chiave: "i palestinesi finiscano la violenza e gli israeliani finiscano con gli insediamenti illegali", sono per Hamas un segnale. Hamas resta un’organizzazione estremista, ma il messaggio è: se non si riconosce Israele, Hamas non può essere un interlocutore».

Che ne dice del gelo tra Washington e Gerusalemme?

«Non posso confermare che il rapporto sia gelido. C’è stata semplicemente un’affermazione dell’amministrazione Usa, condivisa dall’Europa e dall’Italia. Siccome noi ci riteniamo il migliore amico di Israele in Europa, con assoluta amicizia abbiamo detto molte volte che la politica degli insediamenti non si può espandere, ma va ridotta. E’ la stessa cosa che dice il presidente Obama. Se Israele ha ancora difficoltà ad elaborare una politica chiara che veda lo Stato palestinese come un elemento imprescindibile, credo che gli amici israeliani sbaglino. Avere uno Stato palestinese che vive accanto in pace e sicurezza è anche interesse di Israele. La politica di Obama la condivido pienamente. Israele sa che noi ci batteremo per il suo diritto alla sicurezza».

Cosa l’ha colpita di più di Obama?

«Che abbia ammesso con onestà come l’America abbia agito a volte contro i suoi propri stessi ideali».

Allude alle torture in Iraq, a Guantanamo...

«Certo. Sono stati atti che hanno segnato una ferita. La bandiera americana è l’espressione della libertà, non può essere vista sulla divisa di un torturatore. Obama sta dimostrando onestà intellettuale e profonda sincerità».

C’era chi sosteneva tra voi che non c’erano poi grandi differenze con Bush. Un abbaglio?

«Il presidente degli Stati Uniti ha però garantito - e mi piacerebbe che in Italia fosse sempre così - la dignità del suo paese, da chiunque governato».

Ecco, stiamo planando sulle polemiche nostrane...

«L’altra cosa che mi ha colpito moltissimo è il rifiuto di aprire processi alle unità speciali responsabili di azioni sicuramente illegali, della Cia o decise da Bush...Il principio è non screditare l’immagine del mio paese quando, sotto un’altra amministrazione, sono stati compiuti atti che giudico illegali. E’ il gesto di un grande statista. Lo vorrei vedere in Italia».

Che vorrebbe vedere qui?

«L’Italia è purtroppo uno dei pochi paesi al mondo dove questo senso dello Stato spesso si perde a seconda della transizione dei governi. Vedere o sentire predecessori, come il ministro degli Esteri D’Alema, che fa dichiarazioni quasi sorridendo sul fatto che l’Italia venga derisa nel mondo, mi riempie di tristezza».

Ma ci sono stati attacchi e critiche dall’estero, non certo inventati dalla sinistra.

«II tuo paese resta il tuo paese. Non ti puoi compiacere del fatto che le Nazioni Unite piantino un attacco denunciando l’Italia di razzismo e dire quando c’eravamo noi non succedeva. A parte che non era vero, perché i respingimenti si sono sempre fatti, ma non era razzismo né prima né oggi. O sentir dire che nelle strade ci siano i militari, dipingendola come una violazione dei diritti delle persone...Il presidente Obama certo ha in molto cambiato la politica di Bush, ma non si è mai permesso di dire che quella non era la sua America. Né ho mai sentito neppure in privato, una parola di Hillary Clinton contro Condoleezza Rice».

Lei ha detto che è il momento di parlare alla stampa estera. E come?

«Lo sto facendo. Ho chiesto ai giornali che hanno pubblicato commenti che ho ritenuto sbagliati, in qualche modo offensivi per l’Italia e il presidente del Consiglio, ho chiesto direttamente di ascoltare, in nome delle regole della deontologia professionale, l’altra faccia della medaglia. Ho avuto da Newsweek immediata risposta, ho affrontato problemi seri, e non i pettegolezzi, come Guantanamo. Poche ore fa la Ue ha deciso di dare le regole europee che ci permetteranno di affrontare le richieste americane, caso per caso. La Ue non può negare ad Obama la solidarietà nel prendere i detenuti di Guantanamo».

Con chi altro ha parlato?

«Oggi con il Financial Times: ho spiegato i risultati del governo italiano. Era indispensabile che un grande giornale sentisse la nostra campana. E’ stata riconosciuta la correttezza della mia replica. E lo stesso farò domani (cioé oggi per chi legge) con il Times. Non ho paura di niente e non mi devo nascondere, così come il premier. E’ bene dire le cose».

Ma cosa ha sostenuto?

«Che in un paese democratico non si possono trasformare delle accuse in prove. Se si fa un’accusa che tocca il pettegolezzo e il gossip non è corretto che diventi prova e, quindi, condanna. Anche quando non c’è una rilevanza penale. Non si può trasformare in delegittimazione. L’avvelenamento del clima politico è responsabilità della sinistra che non ha fatto nessuna controproposta nell’ultimo anno sui temi di sostanza».

E la storia del voli di Stato?

«C’è un problema di metodo e uno di sostanza. Quando si avvia un’indagine tre giorni prima della data del voto la scelta del tempo è comunque sospetto e sconcertante. Anche se, devo sottolinearlo, la Procura di Roma ha ribadito che si trattava di un atto dovuto. Ma io dico: quando vi è una denunzia c’è l’obbligo giuridico della Procura di avviare l’inchiesta, visto che l’azione penale è obbligatoria. Io mi chiedo: è pensabile che le ultime settimane di campagna elettorale le si possano impostare su denunce e contro denunce reciproche? Poi c’è il problema di sostanza: conosco le regole sui voli di Stato».

Che dicono?

«Consentono di condurre a bordo persone che non siano titolari di cariche istituzionali. Ci sono motivazioni che ovviamente verranno depositate dalla presidenza del Consiglio che, consentiranno di archiviare l’inchiesta. Il problema è che verrà archiviata dopo le elezioni, mentre le pagine dei giornali sono state stampate prima del voto. Credo che gli italiani comprenderanno questo fatto sconcertante».

Delle elezioni Europee e dei problemi dell’Europa non ne parla nessuno.

«Se c’è un signore della sinistra che denuncia Berlusconi per peculato, anche se è il capo del partito delle manette, è inevitabile che l’informazione ne debba dare conto. Se si copre l’informazione con questi temi ovviamente si nasconde quello vero. C’è tanta gente che mi dice di non aver capito perché bisogna votare per l’Europa».


E lei che risponde?

«Che dal 1 gennaio, quando come spero avremo il nuovo trattato di Lisbona in vigore, l’80 per cento dei provvedimenti legislativi nazionali saranno direttamente o indirettamente conseguenza di un’azione dell’Europa. Il che significa che contare di più nel Parlamento europeo vuol dire essere in grado di difendere anche meglio l’interesse nazionale. Quando arrivano le multe europee o le procedure d’infrazione ce ne accorgiamo».

Materie importanti, poi.

«Importantissime: energia, infrastrutture, immigrazione, sicurezza, crisi economica... stabilire se si possa fare una fusione transnazionale o se si possa dare un aiuto di Stato per salvare un’impresa che sta andando a picco... l’Europa tocca la nostra vita tutti i giorni, ma non se n’è parlato mai».

C’è anche un’Europa debole, divisa e burocratica, che viene contestata.

«Sì, c’è una debolezza dell’Europa politica, che si divide sulle grandi decisioni di politica estera, non in grado di dire una parola unita nemmeno sull’anti semitismo, o sui diritti delle donne. Ci vorrebbe una politica estera comune. E anche un esercito europeo: partecipiamo singolarmente a missioni di pace internazionali, duplicando così costi e sforzi, senza una politica di difesa comune».

C’è il rischio di un grosso assenteismo elettorale.

«Il rischio c’è. Vedo un doppio pericolo. Per gli elettori europei, perché si parla di questi temi spesso in modo distorto, facendo credere che l’Europa sia responsabile di tutti i mali, di non aver aiutato le aziende in crisi...quando ci sono buoni risultati i governi nazionali dicono "è merito mio". Per gli elettori italiani, oltre a questi luoghi comuni, c’è il problema delle risse domestiche. Dico: italiani, andate a votare. Perché l’Europa può fare la differenza per la vostra sicurezza, per le imprese in crisi, per le infrastrutture, l’energia, la Torino-Lione, il Brennero. Senza l’Europa non si realizza niente».

Tra gli euroscettici c’è anche la Lega.

«La Lega oggi ha compreso che dalla Ue possono venire grandi opportunità. Maroni lo ha visto sull’immigrazione: o l’Europa si schiera accanto all’Italia o l’immigrazione non la fermiamo».


Luogo:

Roma

Autore:

di Claudio Rizza

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