Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

06/07/2009


Dettaglio intervista

ROMA - Ormai le battute si sprecano. "Sarà certo un G8 che darà la scossa", "la vera exit strategy è la fuga dei grandi da l’Aquila". I giornali stranieri, soprattutto gli inglesi, ci mettono quella manciata di pepe che a Franco Frattini suona molto come un rigurgito anti italiano. Scrivono che ci saranno "problemi logistici da incubo", che una nuova tornata di foto osé colpirà la traballante immagine del premier...

Ministro, gli inglesi ironizzano e sparlano. Che effetto le fa?
«Ci sono molti, dentro e fuori l’Italia, che non amano l’Italia. Io la amo, quindi la mia risposta è che il G8 sarà un grande successo per il nostro Paese; che noi tutti dobbiamo essere orgogliosi del lavoro fatto; che nessuno avrebbe immaginato una riconversione della caserma di Coppito, un centro che accoglierà alla grande i leader del mondo. Questi giornali scrivano quel che vogliono, hanno il diritto di farlo. Noi faremo un grande G8».

La stampa è rompiballe per missione.
«Poi questi giornalisti sapienti li invito tutti ad un forum con me, nella loro lingua madre non nella mia, e vedremo chi vince».

Senta, ma se una grande scossa arrivasse davvero? Quale exit strategy avete pensato? Li ospita lei tutti alla Farnesina?
«Speriamo che una di magnitudo 4,5 non ci sia. La Protezione civile ha previsto tutte le possibilità, è il loro dovere. Ma stando a Coppito siamo convinti che tutti i nostri ospiti saranno in una zona altamente antisismica, senza problemi. Sarà un G8 sicuro sotto ogni punto di vista».

Anche sotto quello no global?
«Non abbiamo indicazioni di concentrazioni aggressive. Evidentemente anche il movimento no global ha compreso, spero, che questo G8 vuole portare un messaggio di solidarietà. Dovesse esserci qualcosa come a Vicenza, le forze di polizia interverrebbero. Dal punto di vista sismico nessuno può prevedere, ma siamo pronti».

Anche allo scossone.
«Sì, anche se gli scienziati dicono che lo sciame sismico può durare mesi ma una scossa come quella di aprile non è probabile».

E le scosse politiche? Lei è già stato assai prudente sull’Iran. Si avvicina un G8 pieno di impegni ma senza grandi decisioni?
«Due grandi temi li affronteremo in modo ambizioso. Il primo è l’ambiente. Il Measure economy forum, che raccoglierà i paesi che producono il 90% del prodotto interno lordo del mondo, si accorderà su due obiettivi: dimezzare entro il 2050 le emissioni di CO2 nell’atmosfera. Lo slogan è -50 nel 2050: se ci accorderemo con Cina, India, Corea, con i paesi africani e sudamericani sarà un obiettivo estremamente ambizioso».

E poi?
«Scrivere nell’impegno finale: il riscaldamento del pianeta limitiamolo a 2 gradi centrigradi e non di più».

Le mosse di Obama dovrebbero aiutare.
«Sì, anche se Obama ha fatto un discorso serio. Non bastano Usa e Ue da soli, servono tutti gli altri paesi. Confido che alla fine ci sia un grande impegno del G8 contro la deforestazione selvaggia».

II secondo tema?
«E’ L’Africa. Faremo di tutto per raccogliere l’appello del Papa. In agenda ci sono dichiarazioni solenni, cioè impegni politici: il mondo ricco e l’Africa devono dare una risposta sull’insicurezza alimentare, sotto il profilo della qualità ma anche della quantità. Incrocio le dita per riuscire ad adottare un fondo per l’Africa sulla food security di almeno 15 miliardi di dollari. E spero in una dichiarazione ad hoc sull’accesso all’acqua».

Berlusconi però ha già detto che i soldi sono pochi e che non abbiamo ora disponibilità di cassa.
«Ci saranno tre anni di tempo per rimettersi in carreggiata. Voglio ricordare che questa dichiarazione politica sul piano di rientro probabilmente non verrà adottata perché non tutti i paesi del G8 saranno disponibili ad accettare il piano di rientro. Noi che siamo indicati come il paese peccatore però il piano lo proponiamo, a patto che il rientro sia obbligatorio».

Sui temi politici non sembrano esserci grandi novità. Lei ha già detto che sull’Iran non verranno prese misure. La real politik sta avendo il sopravvento?
«Il primo obiettivo è la non proliferazione. Lo slogan ambizioso è "un mondo privo di armi nucleari". Che significa non aumentare gli arsenali e insistere col disarmo. Quello che stanno facendo Russia e Stati Uniti ci conforta molto».

Un messaggio a Iran e Corea del Nord. Ma con Teheran che farete?
«Non avremo nuove sanzioni sull’Iran ma un programma a termine. Verificheremo a New York, il 24 settembre, nel G8 dei ministri degli esteri il dossier nucleare».

C’è chi spinge per le sanzioni e chi frena, l’Occidente è diviso.
«Non ho sentito nessuno che abbia chiesto sanzioni, tranne la Gran Bretagna che ha avuto gli arresti in ambasciata. Tutti ritengono giusto il doppio binario: condannare la violazione dei diritti umani e dialogare sul nucleare per coinvolgere l’Iran».

Sull’economia?
«Per il global standard la tappa fondamentale sarà Pittsburg al G20».

E la cooperazione allo sviluppo?
«Spendere per la cooperazione è un investimento. Se oggi riducessimo dell’1% il dazio sui prodotti agricoli dai paesi poveri ciò equivarrebbe all’intero ammontare degli aiuti destinati ai paesi poveri. Ci sarebbero 50 miliardi di dollari a disposizione. Bisogna chiudere il negoziato di Doha».

Gli aiuti ai paesi in via di sviluppo?
«La nostra idea è ridurre del 50% il costo delle rimesse dei migranti, che in media è del 10% e ingrassa le banche: si avrebbero a disposizione subito 13 miliardi di dollari l’anno».


Luogo:

Roma

Autore:

di Claudio Rizza

9265
 Valuta questo sito