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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

17/07/2009


Dettaglio intervista

In Afghanistan si verificheranno nuovi attacchi». Nel giorno in cui torna in Italia la salma del militare Alessandro Di Lisio, ucciso in un attentato, e a pochi giorni dalla fine del G8, il ministro degli Esteri Franco Frattini fa il bilancio sulla politica internazionale. Dai rapporti con la nuova amministrazione americana allo scacchiere Mediorientale. Dai successi diplomatici in Abruzzo al futuro dell’Iran.

Ministro Frattini, quale fattore distingue il G8 dell’Aquila dai grandi incontri internazionali?

«È stato il vertice che ha segnato una svolta. Questo per tre ragioni. Prima di tutto è stato creato un nuovo meccanismo di governance, con il G14, che associa il G8 e le cinque potenze emergenti: una formula che ha segnato la fine della governance elitaria e ha dato modo al mondo di essere veramente rappresentato. Poi, è stato il G8 della concretezza sui grandi temi di sostanza. Abbiamo discusso le modalità per ridare moralità, per restituire un’etica, alla finanza internazionale. Abbiamo affrontato la sfida del clima e abbiamo rimesso l’Africa al centro dell’agenda internazionale. Per la prima volta questo Continente è stato considerato un attore politico».

Il G8 della concretezza cosa ha cambiato?

«Cambia che grazie all’Italia, un paese medio come dimensioni, si raggiungono risultati di politica internazionale che in passato grandi nazioni non riuscivano a realizzare. L’Italia esce dal vertice de L’Aquila più forte di prima».

Il giorno dopo il vertice, Barack Obama è volato proprio in Africa per un discorso che ha dettato la quarta e ultima linea di politica estera della sua amministrazione. Come giudica i passi fin qui compiuti dal presidente degli Usa?

«Quella del presidente americano è una politica di grande lungimiranza, che rafforza la leadership dell’America senza paternalismi. Dall’Iran all’Africa la sua è una politica estera che a noi piace. Posso dire che su tutti i punti l’Italia è in linea con gli Stati Uniti».

Roma sarà ancora il ponte tra Mosca e Washington?

«Il nostro merito è riuscire a smussare le asprezze, come è accaduto per la crisi in Georgia grazie all’opera di persuasione sul presidente Medvedev e sullo stesso Putin. Quell’opera di diplomazia ci ha salvato da una crisi devastante. Il nostro ruolo è quello di incoraggiare il dialogo e ora siamo davanti a uno scenario in cui gli Usa danno vita a un negoziato con la Russia. L’anno prossimo sarà un "annochiave". Dovremo rinegoziare il trattato di non proliferazione. Servirà una road map per il disarmo nucleare, solo così i nostri nipoti potranno godere di un mondo senza armi di distruzione di massa. Ma a proposito dell’Aquila, mi permetta di sottolineare un altro episodio».

Prego.

«La stretta di mano tra Obama e Gheddafi. L’Italia ha ripristinato un ruolo di amicizia con la Libia e ha così predisposto il terreno per far riavvicinare anche la Libia con gli Stati Uniti. I due leader si sono incontrati, si sono guardati negli occhi e parlati. Non era scontato che accadesse».

Ministro, l’Afghanistan è una delle aree più «calde». La nostra missione si concluderà solo il giorno in cui regnerà la pace?

«Sì, l’ho scritto in una lettera al Corriere (nell’edizione di ieri ndr). È la risposta positiva a Obama che parla di una exit strategy. Il nostro è un lavoro che punta a una strategia d’uscita. Siamo arrivati in Afghanistan perché quello è il serbatoio delle minacce più grandi, del terrorismo. Siamo lì per difenderci. Ce ne andremo quando gli afghani potranno vivere in pace e sicurezza, avranno un proprio esercito, una rete commerciale e la droga sarà un problema del passato. È il contrario dell’approccio devastante della sinistra, che vuole il ritiro immediato dei soldati e apre le porte al terrorismo. Il terrorismo va sradicato, questa è la differenza profonda tra noi e loro».

Un anno, cinque, dieci? Quali sono i tempi per il ritiro? Esiste una deadline?

 «Tempi certi non ce ne sono. Intanto, però, c’è un tempo tecnico: le elezioni del presidente dell’Afghanistan ad agosto. È questa la prima tappa della nostra exit strategy. Gli afghani avranno una pluralità di candidati da votare, segno di democrazia, e poi un presidente con un governo. Avremo messo il primo mattone sul nostro progetto. Le altre tappe saranno sostituire la produzione della droga con la produzione agricola, creare infrastrutture per il Paese e addestrare il loro esercito».

Non teme un’escalation di violenze in vista delle elezioni?

«Sì, ci sarà un’escalation di violenze. I terroristi hanno capito che si sta andando verso un consolidamento della democrazia e dobbiamo aspettarci nuovi attacchi. Ma non vogliono colpire italiani. Ho sentito alcune stupidaggini in merito: gli attacchi sono contro la coalizione, non contro di noi. Al contrario, noi lì siamo amati grazie al lavoro fatto sul campo dai nostri soldati».

Qual è la chiave per stabilizzare l’area?

«Dobbiamo coinvolgere gli attori regionali. È un lavoro che abbiamo iniziato a Trieste».

Può spiegare la sua idea?

«L’Afghanistan non è solo un problema dell’Isaf, ma di tutta la regione. Lì c’è il Pakistan, la Cina o l’Iran che però ha perduto questa opportunità. Ci sono i Paesi del Golfo e la Turchia. Tutti i vicini degli afghani condividono i nostri interessi. Come per esempio l’Iran che vuole bloccare il traffico di droghe. O la Cina che vede il terrorismo diffondersi sul suo territorio».

Il Pakistan che ruolo potrà ricoprire?

«Il Pakistan è un Paese che oggi conta tre problemi. Quello di un attacco interno da parte degli estremisti contro lo Stato. Quello degli aiuti economici per rilanciare l’economia pachistana. A proposito l’Italia ha già investito decine di milioni di curo e vuole far riconciliare India e Pakistan: a Trieste i ministri degli Esteri indiano e pachistano si sono incontrati e una loro futura collaborazione è auspicabile, anche per la lotta al terrorismo. Il terzo problema sono le regioni di confine con l’Afghanistan, li dove si trovano le zone tribali».

Le forze internazionali dovranno concentrarsi su quel confine?

«Questa è a mio avviso l’area più critica del mondo, su cui la maggiore attenzione deve essere prestata».

Intanto l’Iran va per la sua strada. L’Occidente ha lasciato la porta «socchiusa». Crede sia possibile tornare sulla via del dialogo?

«Sull’Iran ci sono due questioni. Nessun Paese può andare verso una nuova proliferazione, vale anche per la Corea del Nord. Sul nucleare chiediamo un dialogo trasparente, basato sui principi delle Nazioni Unite. Poi c’è la stabilizzazione dell’Afghanistan: Teheran ha interesse a contrastare il traffico di droga e la lotta al terrorismo? È su questi temi che devono aiutarci. La nostra mano è tesa, ma ci deve essere qualcuno pronto a prenderla. E non possiamo attendere a tempo indeterminato. A metà settembre ci sarà una riunione a New York dei membri del G8 per fare il punto. La nostra posizione è di sgomento per la repressione nel periodo elettorale e di sostegno all’Iran impegnato. Quel popolo è vitale e ciò è ricchezza».

Israele si sta preparando per un attacco all’Iran. Assisteremo a una nuova guerra?

«L’Italia è considerata il Paese più amico di Israele. Ma un attacco all’Iran sarebbe una catastrofe per il mondo intero. L’Iran reagirebbe e si innescherebbero delle reazioni belliche che oggi non possiamo immaginare. Capisco la minaccia iraniana, ma auspico sia un’azione tattica e non di guerra. Concentriamoci sull’azione internazionale volta al dialogo e alla pace in Medio Oriente».

Il processo di pace tra israeliani e palestinesi viaggia lentamente. Netanyahu e Abu Mazen sono i leader giusti per raggiungere l’obiettivo?

«La pace è un obiettivo di tutti e l’apertura di Netanyahu ci ha colpito positivamente. La sicurezza di Israele non è negoziabile ma il tema delicato è la continuazione degli insediamenti. A riguardo mi auguro si opti per la proposta di una moratoria per gli insediamenti, che permetterebbe la continuazione dei negoziati. Credo che una soluzione possibile sia la restituzione dei territori occupati nel 1967. Magari non gli stessi luoghi, ma la restituzione della stessa percentuale dei territori. Poi, oltre a questo, non dimentichiamo che una pace richiede anche sviluppo economico per i palestinesi. La soluzione è una combinazione tra pace politica ed economica».

Gli Stati Uniti sono ancora i fidati alleati di Israele?

«L’America oggi vuole arrivare a una pace in fretta. E bisogna dire con amicizia a Israele che su qualcosa deve cedere. Chiaramente ciò è possibile se Hamas non condizionerà più la politica palestinese».

 


Luogo:

Roma

Autore:

Fabio Perugia

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