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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

20/07/2009


Dettaglio intervista

Bipolarismo, breve unipolarismo a vantaggio degli Stati Uniti, influenza che si divide tra una pluralità di Stati, senza tuttavia configurare una effettiva multipolarità. Il mondo degli ultimi vent’anni si è incamminato su questa scia di cambiamento. Ai tradizionali attori delle dinamiche internazionali se ne sono aggiunti altri, precedentemente caratterizzati da una più ridotta libertà di movimento. Imprese transnazionali, grandi organizzazioni non governative, insieme alle istituzioni confessionali sostenute da un forte risveglio delle identità, criminalità e terrorismo internazionale sono entrati a pieno titolo nella cronaca del villaggio globale. È l’effetto di una mondializzazione sempre più marcata, al punto da indurre qualcuno a teorizzare una geopolitica del caos. Troppe entità, tutte insieme, potere di influenza troppo frammentato con la conseguente difficoltà di dare alla Comunità regole il più possibile condivise, anche a causa della perdita di popolarità e favore da parte delle principali organizzazioni internazionali, peraltro accusate di essere al fianco degli interessi dei paesi economicamente e politicamente determinanti.

Il quadro confuso, logico risultato della storia recente, ha dovuto dare ospitalità a ulteriori elementi che hanno reso necessario un momento di riflessione. Sia i paesi avanzati che quelli ancora in transizione nonché le aree tradizionalmente più deboli sono state costrette, dall’attuale crisi globale, ad interrogarsi sul da farsi dando per scontate le cause. Meno scontata è la direzione da prendere, tentando di rimuovere egoismi e campanilismi. Un compito affidato agli Stati e alle loro diplomazie nelle sedi più varie, dal G8 al G20 passando per geometrie variabili che tentano approcci di ogni tipo dando voce ad interessi spesso troppo divergenti. Basti pensare alle diverse posizioni circa i cambiamenti climatici e alla difficoltà dell’Occidente di dover consigliare ai paesi in via di sviluppo un diverso metodo nella ricerca di un benessere meritato.

Così, anche l’Italia è posta innanzi all’onerosa responsabilità di dover gestire una di queste fasi di riflessione che coincide con la presidenza, per la quinta volta nella storia, di uno tra i principali fori della governance mondiale e proprio in uno dei momenti più difficili per la Comunità internazionale. Appare doveroso sottolineare che lo affronta con l’onore e il merito di essere tra i più attivi nello stimolare una riforma giusta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ormai non più rappresentativo di un mondo lontano dal secondo dopoguerra.

Quali e quante siano le possibilità di riuscita dell’ambiziosa ricerca di un base comune di idee dipenderà dalla capacità di comprensione e compromesso reciproci. Fondamentale, però, rimane un nuovo avallo della collettività mondiale che possa riuscire finalmente a sentirsi, nei limiti del possibile s’intende, parte integrante di un grande progetto. Una speranza mai così avvertita come in un contesto europeo dove la percezione della distanza delle istituzioni comunitarie è ormai stratificata nelle società del Vecchio continente. E i numeri delle ultime elezioni europee ne costituiscono una triste quanto comprensibile conferma.

Le difficoltà globali conducono spesso alla riflessione che il sistema internazionale sia eccessivamente autonomo e distante dall’opinione pubblica mondiale. Quali necessari interventi per una maggiore legittimazione popolare?

«Il mondo è cambiato e questo ha inevitabilmente mutato anche il rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Tuttavia unoStatodemocratico o che aspira a configurarsicome tale non può mai eludere la questione dellalegittimazione popolare compromettendo i diritti dei nostri cittadini, la loro rappresentanza e la partecipazione al processo decisionale, anche sui grandi temi internazionali. People first, i cittadini prima di tutto! È uno degli slogan che abbiamo scelto per la presidenza italiana del G8. Uno slogan che esprime quale prima preoccupazione dello Stato quello di stare appunto vicino ai cittadini in momenti difficili, come l’attuale congiuntura economica negativa. In questo momento bisogna stare vicino alla gente e per far questo occorre un incredibile adeguamento della governance internazionale. Oggi il dibattito sui temi globali deve essere sempre più esteso a tutte le latitudini e saper coinvolgere non solo gli addetti ai lavori, i politici, i diplomatici, gli intellettuali o i giornalisti, ma anche le persone comuni, che della scena globale devono diventare sempre più attori protagonisti e sempre meno spettatori silenti».

Soprattutto in campo economico-finanziario, è esagerato il desiderio di riformare alcuni organismi sovranazionali? C’è, in altri termini, il rischio di farsi prendere dall’emozione e rinunciare così a regole che funzionano?

«La crisi economica e finanziaria ci ha svelato una realtà più complessa, indicandoci che i fenomeni globali necessitano di regole di pari portata per assicurare benefici all’intero sistema e preparare un futuro sostenibile alle nuove generazioni. Nuova governance, quindi, vuol dire in primo luogo nuove regole. Certo, l’adozione di nuove regole richiede un consenso diffuso attorno a principi condivisi, che siano davvero in grado di garantire al sistema internazionale un equilibrio stabile e capacità di prevenire l’insorgere di nuove crisi.

La presidenza italiana del G8 si è posta fin dall’inizio l’ambizioso obiettivo di dare un contributo decisivo affinché il consenso sulle nuove regole fosse espresso attraverso un formato di governance adeguato alla mutevole realtà della Comunità internazionale contemporanea. Abbiamo, infatti, ritenuto che il nostro approccio dovesse essere improntato al concetto di “inclusività”, cioè ad un’idea di partecipazione ai processi decisionali estesa a tutti gli attori, siano essi Stati o organizzazioni internazionali e regionali, in grado di assicurare al dibattito un valore aggiunto dettato dall’appartenenza ad un’area geografica particolare o da competenze specifiche in base alla tematica affrontata di volta in volta. Nel perseguire questo obiettivo Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica ed Egitto parteciperanno ai summit del G8 italiano. A Trieste - dove si discuterà tra gli altri temi anche del processo di stabilizzazione dei confini - saranno presenti anche il Pakistan, l’Afghanistan e, ci auguriamo, l’Iran».

Quanto a Bruxelles, quello attuale è un momento per affermare la chiara esistenza dell’Unione Europea nella costruzione di una multipolarità o, al contrario, un ulteriore stand by del sogno europeo?

«Credere ai sogni non è un lusso, ma il miglior modo per far sì che si realizzino. Io continuo a sognare, il sogno che è stato dei nostri nonni e dei nostri padri: l’Europa. Sono certo che è proprio in questi tempi di emergenza economica e finanziaria, di disoccupazione in aumento, di protezionismi striscianti e incertezze diffuse che dobbiamo pensare a “più Europa”. Dobbiamo salvare il continente dall’immobilismo, dagli egoismi nazionali, e per riuscire al meglio in questa sfida dobbiamo avvicinare le istituzioni europee ai cittadini, renderle così meno burocratiche, più semplici e più efficienti. Milioni di europei hanno ora paura del futuro. E noi dobbiamo mostrare loro come l’Europa può servire per sciogliere quei nodi che gli Stati nazionali non riescono a sbrogliare da soli. Prenda ad esempio la globalizzazione, l’immigrazione, l’approvvigionamento di energia. Per molte persone l’Europa rappresenta il problema, mentre è la soluzione, perché se i problemi si affrontano insieme, se si condividono le idee, allora sì che offriremo ai cittadini lo scudo e la prospettiva di un’Europa forte. Gli europei hanno bisogno di questo sogno».

Luogo:

Roma

Autore:

di Eugenio Balsamo

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