Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

23/07/2009


Dettaglio intervista

La Tav non è strategica a pezzi, ma tutta intera. Anche da Venezia alla frontiera di Trieste. Ma rischia di fare da cattedrale nel deserto se non procederà di pari passo con l’integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione europea, ponendo fine una volta per tutte alle politiche dei veti striscianti.

Lo annuncia il ministro degli Esteri Franco Frattini, a Trieste per la presentazione di uno studio sullo sviluppo condiviso di Nordest, Slovenia e Croazia attraverso l’integrazione della rete portuale e del Corridoio 5 ferroviario.

Ministro Frattini, allora sarà finanziata anche la tratta da Venezia a Trieste?

«Certamente, sarà inserita fra le opere strategiche e quindi prioritarie. E l’asse paneuropeo che attraversa la Val Padana, forse l’area più prospera d’Europa».

Finora nel Dpef del Governo c’è soltanto il tratto fino a Padova.

«Ma quando la progettazione sarà completata, renderemo disponibili le risorse».

Anche per il tratto di frontiera da Trieste allo snodo di Divaccia?

«Per forza. Ma non basta l’economia, serve anche la spinta politica per valorizzare un’opera del genere».

In che senso?

«Bisogna spingere per aggregare all’Unione la Croazia entro il gennaio 2011. Ciò farà da volano per integrare anche la Serbia, l’Albania, il Montenegro e la Macedonia. Del pari, dobbiamo aiutare la Bosnia-Erzegovina a riprendersi».

Ma la Slovenia blocca la Croazia.

«Per la precisione blocca 13 protocolli negoziali con Zagabria. E l’Albania aspetta da mesi un primo esame della sua candidatura, mentre l’Islanda lo ha ottenuto subito. Ben venga l’Islanda, ma non possiamo fare due pesi e due misure. Beninteso vale anche perla Serbia e gli altri Paesi».

Il Corridoio 5, per la verità, non passa attraverso i Balcani se eccettuiamo un pezzo di Slovenia verso Budapest.

«Ma le sue diramazioni meridionali sì. E se uno deve investire, pensa ai costi doganali, ai visti che ancora permangono con Belgrado e non solo. Per questo non basta costruire una grande infrastruttura: serve anche il contesto».

Lo direte alla Slovenia e all’Olanda, che invece blocca la Serbia?

«Faremo di più. Il Governo italiano proporrà una nuova Conferenza europea a 10 anni da quella che a Zagabria sancì il dopoguerra dell’ex Jugoslavia. Lì nessuno potrà più nascondere i propri veti dietro gli alibi delle procedure europee».

Parliamo di energia. Con la Slovenia abbiamo due grandi questioni sul tappeto. La sua richiesta di non costruire il rigassificatore a Trieste e la nostra candidatura a collaborare nella costruzione del nuovo reattore alla centrale nucleare di Krsko.

«Già in questi giorni il presidente del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo è stato molto chiaro con il premier sloveno Borut Pahor: il nostro rapporto con gli amici sloveni è fatto di correttezza e puntualità d’informazioni sul progetto del rigassificatore».

Ma loro proprio non sentono ragioni. E minacciano veti, ricorsi alla Corte europea.

«Bisogna trovare una soluzione condivisa, come si fa fra amici e partner. Niente veti. I ministri Prestigiacomo e Bondi hanno definito le procedure con esito positivo. Per noi l’impianto deve essere fatto. In ogni caso ne parleremo a settembre a Lubiana e terremo conto delle osservazioni slovene».

Basteranno relazioni rassicuranti sui rischi potenziali?

«Il rigassificatore, è stato certificato, sarà sicuro. Daremo informazioni e ne chiederemo altrettante sullo sviluppo di Krsko».

Dove anche il Friuli Venezia Giulia si candida a collaborare.

«Come il Governo italiano e le nostre imprese».

Ma reattore di Krsko e rigassificatore di Trieste si escluderebbero a vicenda?

«Questo no. Sono due partite importanti ma distinte, indipendenti».

Almeno sulle autostrade siamo abbastanza a buon punto, però.

«Tondo e il Friuli stanno spendendo bene la loro autonomia speciale e la gestione commissariale, lavorando in tandem con il Governo».

La realtà è che i porti alto-adriatici stentano ad allearsi.

«È una via obbligata, specie sulle retro aree logistiche che dovranno essere condivise, a cominciare da Trieste e Capodistria e allargando la rete sia in Italia che sulla costa balcanica. Non vogliamo che le navi da Suez imbocchino il Mar Nero e che le merci risalgano il Danubio. Meglio sbarcare in Alto Adriatico, si risparmiano chilometri, tempo e denaro».

Già, ma la Tav ancora non c’è.

«E chiaro: se la ferrovia e i porti non si integrano, non si va da nessuna parte».


Luogo:

Trieste

Autore:

di Maurizio Bait

9338
 Valuta questo sito