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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

26/07/2009


Dettaglio intervista

Le notizie dell’ennesimo attacco ai militari italiani vicino a Herat arrivano dopo una conversazione con il ministro degli Esteri Franco Frattini imperniata soprattutto sull’Europa. Una volta imprevisti del genere erano un’eccezione, adesso stanno diventando routine.

Ministro, in Afghanistan sono stati tolti i caveat che limitavano l’impiego dei soldati italiani in combattimento e aumentano gli attacchi. Che farete?

«C’è visibilmente un’escalation, lo dimostrano gli attacchi di queste ore. Aumenteremo i Predator e la copertura dei Tornado, in funzione non solo di ricognizione, ma anche di vera e propria copertura. Rafforzeremo la blindatura dei Lince e poi aggiungeremo mezzi blindati di ultima generazione».

II 20 agosto si vota: Hamid Karzai è ancora il presidente preferito dal governo italiano?

«E’ stato indebolito dalle accuse di corruzione di personaggi importanti del suo governo, ha saputo reagire guadagnandosi una nuova investitura come candidato di riferimento di molti Paesi della coalizione. Ritengo ancora prematuro parlare di un dopo-Karzai. Se sarà riconfermato, dovrà costruire intorno a sé una nuova leadership in grado di affiancarlo durante il mandato e affermarsi progressivamente».

L’asprezza delle cronache afghane non rende più agevole un’altra partita politica. Meno cruenta eppure delicata. José Manuel Durào Barroso, portoghese del Partito popolare, è secondo Frattini un presidente della Commissione europea ingiustamente messo «sulla graticola» per i prossimi tre mesi e mezzo. Tra i manovratori dello spiedo, nel Parlamento di Strasburgo, non brillerebbero per coerenza i socialisti di Spagna e Portogallo, contrari a votare presto sul suo nuovo mandato nonostante i rispettivi governi «siano stati tra i più convinti sostenitori di Barroso». A sentire il titolare della Farnesina, è uno dei prodotti della stagione aperta dopo le ultime elezioni europee.

Di questo si è parlato in quasi un’ora e mezza di intervista. Nei prossimi mesi la ripartizione di nuovi posti di potere nell’Ue dovrebbe diventare materia di lotta, di negoziati e di compromessi tra governi, partiti e Stati. Succederà se entrerà in vigore il Trattato di Lisbona, preparato per sostituire in versione annacquata il progetto di Costituzione europea affondato dai referendum francese e olandese. Il Corriere ha cercato di vedere in quale modo si avvicina alla partita il governo italiano.

Ministro, lei mercoledì scorso ha incontrato Barroso. Come l’ha trovato?

«Sono stato a cena a casa sua a Bruxelles: ho percepito che questa legislatura sarà caratterizzata da un attivismo del Parlamento europeo, il quale cercherà molto spesso una prova di forza contro la Commissione. Spero che si possa trovare una composizione».

Altrimenti?

«Nel chiedere di posticipare il voto sulla conferma di Barroso a dopo il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona, fissato al 2 ottobre, socialisti e liberaldemocratici hanno dato un segnale che non va nel senso della convergenza e coesistenza tra istituzioni europee».

Perché?

«Se si comincia così si avranno situazioni preoccupanti di lacerazione interna. Si lascia tre mesi e mezzo sulla graticola il presidente designato all’unanimità dal Consiglio europeo».

E non rientra nelle facoltà del Parlamento?

«Governi come quello socialista spagnolo e quello socialista portoghese sono stati tra i più convinti nel designare Barroso e vedono gli eurodeputati del loro stesso partito annunciare la volontà di votargli contro. Questo apre una riflessione seria sui rapporti tra un’istituzione e l’altra».

Non dimostra che i partiti sono in crisi anche fuori dell’Italia?

«Alla vigilia dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona non mi pare un gran viatico. E stata una decisione politica».

Con chi ce l’ha? Con la sinistra?

«No, no. Ci sono di mezzo anche i liberaldemocratici. Esistono maggioranze e aggregazioni che si modulano a seconda del dossier da trattare. Ciò lascia tutto in un’incertezza. Che si aggrava con l’incertezza sul referendum irlandese».

Lei non era tra i più ottimisti sui tempi di entrata in vigore di quel Trattato?

«Lo sono ancora. Agli irlandesi, che hanno creato le infrastrutture del loro Paese grazie ai fondi comunitari, conviene più un’Europa con il Trattato di Lisbona che senza».

Dunque prevede l’entrata in vigore per quando?

«Dicembre 2009. Così nel gennaio 2010 si avranno un presidente del Consiglio europeo con mandato di due anni e mezzo, un alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza che sarà di diritto vicepresidente della Commissione, numerose votazioni a maggioranza invece che all’unanimità. Un’Europa capace di decidere più in fretta».

Considerato che presidente del Parlamento è stato eletto un polacco del Ppe, Jerzy Buzek, e che a guidare la Commissione è un portoghese dello stesso partito, quali Paesi secondo lei avrebbero titolo ad aspirare alla presidenza del Consiglio europeo e all’alto rappresentante per la politica estera?

«Secondo una tradizione non scritta l’alto rappresentante può provenire da un Paese medio. La Spagna forse è la maggior dimensione immaginabile. Per intenderci, non un francese, non un italiano, non un britannico né un tedesco. Questo va bilanciato anche con le famiglie politiche».

Che a presiedere la Commissione sia un popolare cosa comporta?

«E probabile un presidente del Consiglio socialista, e l’alto rappresentante potrebbe essere collegato alla famiglia popolare».

Il governo britannico ha fatto sapere che se Tony Blair si candidasse lo appoggerebbe. Anche il governo italiano?

«L’Italia ha grande simpatia per Blair».

Un progressista «sostenibile», come si dice nel lessico ecologico, per il centro-destra?

«È uno che per il suo governo presentò programmi che Forza Italia avrebbe potuto sottoscrivere. E’ il più europeista dei leader dell’Europa anglofona. Non un europeista federalista, ovviamente. Di certo il candidato Blair aprirà una grande discussione in Europa».

Nelle sinistre europee, in particolare.

«Non mi attendo una decisione senza problemi. Mi aspetto che accanto a questa appaiano anche altre candidature attualmente tenute accuratamente sotto traccia».

Al presidente francese Nicolas Sarkozy viene attribuita una disponibilità verso Felipe Gonzàlez, socialista spagnolo.

«Ho parlato di Blair soltanto perché il governo britannico lo ha sostanzialmente indicato e perché il presidente del Consiglio italiano ha detto che lo sosterrebbe. Su Gonzàlez non commento. Non sarebbe serio da parte del ministro degli Esteri fare un toto-presidente».

E sull’alto rappresentante per la politica estera?

«Vi sono state poche candidature, tutte smentite. A cominciare dalla mia. Che, ribadisco, è smentita».


Luogo:

Roma

Autore:

di Maurizio Caprara

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